Marlene watches from the wall
Her mocking smile says it all
She records the rise and fall
Of every soldier passing…
Suzanne Vega, “Marlene on the Wall”, 1985
Palazzo Roverella ospita, auspice l’Accademia dei Concordi, una bellissima monografica dedicata a Rodney Smith, di cui l’anno prossimo cade il decennale della morte. Si tratta della prima mostra italiana dedicata al grande, enigmatico fotografo di New York, noto al mondo soprattutto per i suoi scatti di moda e architettonici. La curatrice è Anne Morin, profonda conoscitrice della fotografia novecentesca. E poiché le due mostre corrono per lungo tratto parallele, non si potrà visitare questa rodigina senza passare anche dall’altra, quella patavina, invece, dedicata a Saul Leiter, aperta il 15 novembre nell’importante complesso di San Gaetano; chiuderà il 18 gennaio, poco prima di quella rodigina, che rimane aperta invece fino al primo febbraio 2026. Saul Leiter ebbe vita assai più lunga rispetto a Smith, si spense nel 2013 novantenne; ma i punti di contatto – compresa la quota di surrealismo e onirismo – che ebbe con Smith, oltre all’appartenenza alla New York School of Photography, intesa in senso ampio, sono molti e i percorsi debbono essere per forza intrecciati. Leiter fu anche pittore e in generale coltivò uno spettro di interessi più ampio rispetto a Smith, ma è probabile che quest’ultimo sia stato influenzato dal primo. Come lo fu da uno dei maggiori fotografi naturalistici americani, Anselm Adams, anch’egli maestro del bianco e nero, e da W. Eugene Smith, entrambi della generazione precedente, e “padri fondatori” della fotografia americana contemporanea.

Immergersi in Smith è entrare in un mondo quasi psichedelico, eppure caratterizzato dall’essenzialità pura dei motivi e del tratto. Figure in genere eteree, stilizzate, quasi silhouette settecentesche, quasi manichini di un teatro elegante e raffinato, sono poste nelle pose più varie e strambe, immersi vestiti di tutto punto nell’acqua, persi tra campi, sospesi in qualche dimensione non troppo certa. Il bianco e nero è prevalente, ma è un bianco e nero molto colorato, alla fine: ed infatti Smith non solo fotografò, ma delineò una precisa estetica del proprio lavoro, che i pannelli illustrativi raccontano – debitamente in inglese e in italiano – lasciando capire come Smith volesse creare un mondo onirico, non articolato, ma fatto di immagini sparse, casuali, frammenti di immaginazione fissati sulla pellicola, senza nessuna trama particolare. Significativo tra l’altro quanto Smith dice sul bianco e nero: «There is nothing to me like the blackness of and luxuriant intensity of black-and-white. It is an abstraction by addition. You see, there is more color in black and white than there is in color» (2010).
«The surreal dream» è la sua cifra, basata sul «whimsical» del mondo, aggettivo difficilmente traducibile, un insieme di stravagante, inquietante, strambo, irregolare. «I was shooting crazy little ideas», che poi sono quasi idee metafisiche, platoniche. Vi è una quota di filosofia nella selva metaforica di ogni singolo scatto. La donna che attraversa una porta che non apre a nulla, in un campo, sembra evocare l’attimo nella nozione di Aristotele, semplice porta tra passato e futuro, in una visione in cui non esiste però che il presente, ovvero il tempo che si vive nel momento del suo scorrere.
Queste figure sospese rievocano tutto un mondo, soprattutto americano, soprattutto newyorkese. Le varie fanciulle “on the wall”, appoggiate al muro, mi hanno riportato alla mente la bella melodia della canzone fortunatissima di Suzanne Vega, “Marlene on the Wall”, ispirata dalla Dietrich, del 1985. La giovane Suzanne sedicenne avrebbe potuto essere, nella sua ineffabile eleganza e sensualità, una perfetta modella per Smith. Entrambi frequentavano la vivissima (ma quando mai è spenta?) New York di quegli anni, insieme magari ad un’altra artista assimilabile a Smith, Laurie Anderson, moglie di Lou Reed.
Presente anche qualche ambientazione israeliana. Occorre ricordare che uno dei primi bellissimi libri fotografici di Smith è proprio dedicato ad Israele, ove soggiornò diversi mesi nei primi anni Ottanta (“In the Land of Light”, pubblicato nel 1983 con la prefazione di un altro newyorkese eccellente, niente meno che Elie Wiesel, l’autore de “La notte”, uno dei più lancinanti memoriali sui campi di sterminio). E non mancano paesaggi pastello europei, francesi soprattutto, ove il delicato uso “flou” della luce dona una morbidezza quasi palpabile ai luoghi ritratti, rendendoli viepiù onirici, e misteriosi.
Non per nulla la curatrice Morin richiama Alice di Lewis Carroll, che cade «slowly into a deep well», ennesima variazione del viaggio sotterraneo che stimolò lo spirito europeo da Casanova a Verne, passando per la tana di un coniglio, per ritrovarsi in mezzo a visioni e presenze surreali, quasi in uno stravolgimento della percezione. E tale stravolgimento implica, nelle visioni di Smith, nature morte rinascimentali come spirali alla Escher, uomini e donne dotati di “occhiali” di varia forma e funzione, come se l’artista volesse dirci che molti vedono con lenti, ovvero vedono la realtà distorta, mentre egli stesso, col candore della sua fotocamera, coglie la realtà qual è, ovvero, nella sua essenza onirica. La vita è sogno, da Calderón de la Barca, ad Edgar Allan Poe, magari musicato dai primi Alan Parsons Project: «A dream within a dream». Non per nulla Smith scriveva: «In any case, look very carefully at my pictures, they are more than they seem. They are obscured, and full of metaphor.»
Come Alice nel paese delle meraviglie, vien quasi voglia di interagire con questi frammenti di sogno, di entrare in qualche modo in essi, magari proprio per verificarne la natura prettamente irreale e tornare, appagati e frustrati al contempo, nel mondo reale. Per quanto non sempre condivida quanto la critica Susan Sontag scriveva nella fotografia nel suo ormai classico – anzi, forse, ormai oggetto solamente di attenzione storica – saggio sulla fotografia del 1977, tradotto in italiano da Einaudi –, in chiusura di queste riflessioni su Smith non posso che porre una citazione dal libretto della Sontag, che molto dice se non altro della relazione tra fotografia, tempo, sentimento, e metafisica, che l’opera di Smith adombra, ad ogni scatto:
«…le fotografie promuovono attivamente la nostalgia. La fotografia è un’arte elegiaca, un’arte crepuscolare. La maggior parte dei soggetti fotografati sono, solo in virtù di essere fotografati, toccati dal pathos. Un soggetto brutto o grottesco può essere commovente perché è stato nobilitato dall’attenzione del fotografo. Un soggetto bello può essere oggetto di sentimenti tristi, perché è invecchiato o decaduto o non esiste più. Tutte le fotografie sono memento mori. Fare una fotografia significa partecipare alla mortalità, alla vulnerabilità, alla mutevolezza di un’altra persona (o cosa). Proprio tagliando fuori questo momento e congelandolo, tutte le fotografie testimoniano lo scioglimento implacabile del tempo.»

