Segreterie di Stato e cultura barocca: diplomazia, viaggi e scienza nel Seicento anglo-toscano

Le relazioni politiche ed intellettuali fra Granducato di Toscana ed Inghilterra, per quanto presenti già in precedenza, si intensificarono, dopo il ritorno – nel 1660, con la Restaurazione – degli Stuart sul trono, vivissime in particolare nel quinquennio 1665-1670. Da Firenze e in generale dagli spazi medicei partivano alla volta di Londra e Oxford moltissimi viaggiatori, le cui esperienze, lungo la direttrice sud-nord, contribuirono a codificare i primi meccanismi del moderno Grand Tour italiano in Europa, con un secolo di anticipo sul Settecento illuministico. Fu costruita in tal modo un’ampia rete sociale di rapporti istituzionali, al centro, congiuntamente, e della diplomazia barocca di antico regime e della Repubblica delle Lettere. Numerosissimi di quei viaggiatori erano infatti ambasciatori, legati, segretari e inviati dal Granduca in Inghilterra, per missioni politiche: il primo scopo era quello di rafforzare la relazioni fra la Toscana dei Medici e l’Inghilterra degli Stuart, il secondo – perseguito al seguito dei diplomatici da più attori storico-sociali: mercanti, filosofi naturali, agenti librari e collezionisti – quello di intrecciare vivi legami di carattere culturale ed accademico lungo l’asse Firenze-Londra.

Rientrano in questo contesto plurale – da vari punti di vista, già settecentesco, cosmopolita e pre-illuminista – i viaggi insieme diplomatici e scientifici compiuti nel secondo Seicento inglese da Cosimo III (che a Londra acquistò libri di storia naturale e letteratura utopistica), Lorenzo Magalotti (secondo segretario della galileiana Accademia del Cimento, libertino e prosatore finissimo, anche a Stoccolma e a Parigi), e fra i tanti altri di Cosimo Brunetti (intellettuale, gentiluomo e mediatore culturale fiorentino, nato nel 1620, che fu a Londra nel 1657, e in Polonia). Vissuto fra Italia, Francia e Inghilterra, al centro d’un network europeo di circolazione di testi ed opere erudite (tra cui gli studi geografici di Holstenius) e traduttore delle Lettere provinciali di Pascal, Brunetti fu una figura assolutamente centrale – e sempre dimenticata, in vero – nella rete socio-intellettuale delle relazioni anglo-toscane seicentesche.

Nato a Firenze, da famiglia originaria di Siena – a dircelo è Arnauld, l’alfiere della logica di Port- Royal – e dedita in prevalenza alla mercatura, dal 1650 Brunetti fece diversi viaggi, in Nord Europa, in particolare interessato a conoscere di persona matematici ed uomini di scienza. Nel 1653 fu in Olanda e Stati tedeschi, Belgio, Francia e Inghilterra. Entrò così in contatto con fisici quali Sluse – matematico e religioso belga laureatosi in diritto all’Università di Lovanio, canonico della cattedrale di St. Lambert a Liegi e abate di Amay – Huygens (principale astronomo e cartesiano olandese, nel XVII secolo) e Roberval (all’epoca, il massimo cultore francese di scienze idrauliche e ingegneria navale). Tra le Fiandre e la Francia, Brunetti si interessò da vicino soprattutto alla controversia teologica che opponeva gesuiti e giansenisti. Favorevole alla causa di questi ultimi – come confessò al Cardinale Fabio Chigi, futuro papa come Alessandro VII – per un certo periodo (a Roma tra il 1655 e il 1656, presso la cerchia dei Barberini) Brunetti tentò pure di fare da arbitro nella contesa ecclesiastica fra agostiniani e tomisti (prove e documenti, al riguardo, sono oggi nell’Archivio Segreto Vaticano), forte delle sue entrature, nei milieux del clero romano più aperto e tollerante.

Rimessosi quindi in viaggio, Brunetti visitò la Pomerania, il Brandeburgo, la Prussia, la Livonia e a Danzica incontrò Hevelius, il quale gli donò copia delle proprie opere astronomiche, perché le facesse avere al Granduca di Toscana, una volta rientrato a Firenze. In Inghilterra, Brunetti fece la conoscenza, fra gli altri, di Wallis, il matematico e teologo allora guida della Oxford Philosophical Society, il primo nucleo della londinese Royal Society, sorta un lustro più tardi, grazie al patronage di Re Carlo II Stuart, accademia scientifica formata in massima parte dai membri della Massoneria operativa inglese. Presso i librai e gli stampatori attivi, a Londra, in Paternoster Row, Brunetti si procurò testi sulle esplorazioni e scoperte geografiche di età moderna. I suoi interessi erano prevalentemente scientifici e, da più punti di vista, il dotto ed erudito fiorentino prefigurò i futuri sentieri settecenteschi della climatologia, della aerologia e dell’agronomia. Profeta infatti di un sapere nuovo e socialmente utile, da porsi al servizio dello Stato, interessato alla medicina (sempre a Londra incontrò il fisiologo ed anatomista Thomas Willis) ed alla mineralogia (coltivata tra i massoni stuardisti dall’ingegnere e geologo cattolico Robert Moray, poi membro e primo presidente della Royal Society, in contatto con l’ambasciata inglese a Venezia, e con il mondo dei Gesuiti romani), Brunetti assistette ad Oxford ad esperimenti meccanici e iatro-chimici, fatti da Wallis. Di tali esperienze tenne una regolare corrispondenza – frammentaria sul versante biografico: ignoriamo tuttora i suoi spostamenti effettivi, dal 1658 al 1673 – con il Granduca di Toscana, Ferdinando II prima e Cosimo III poi. In definitiva, Brunetti fu protagonista di primissimo piano, nella storia del dialogo – culturale e politico, diplomatico e scientifico – tra Firenze e Londra, a metà del secolo XVII, forse addirittura il perno di esso. Nel Settecento toscano, sotto gli Asburgo-Lorena, la sua gran figura di intellettuale e viaggiatore sarebbe stata ricordata, ancora, dal Targioni Tozzetti, nonché dal Tiraboschi, a Modena, in linea, in questo secondo caso, con la tradizione storiografica muratoriana del nostro cattolicesimo illuminato.

Un altro grande diplomatico e viaggiatore fiorentino seicentesco in Inghilterra fu Filippo Corsini (1647-1706). Consigliere di Stato, ambasciatore straordinario del Granduca in Baviera, socio della Accademia Fiorentina e della colonia toscana dell’Arcadia, gastaldo tra il 1667 ed il 1668, arciconsole nel 1678-1679, e ancora nel 1697, censore dal 1701 al 1702, secondo reggente del principato mediceo nella Grande Adunanza del 1705, Filippo Corsini fu un gigante oggi dimenticato della storia moderna, accademico della Crusca e, per conto di essa, traduttore della Istoria della conquista del Messico di Antonio de Solis (resoconto dell’arrivo di Cortez a Tenochtitlàn, e della fine dell’Impero azteco, pubblicato, nel 1699, a Firenze dal Cecchi). Promosse opere religiose e architettoniche, valorizzando costruttori, pittori e scultori toscani (Silvani, Ferri), creando inoltre affacciata sul Lungarno la Galleria Gentilizia deputata a ospitare quadri e dipinti allora acquistati o commissionati dalla famiglia Corsini. Carte e scritture a lui relative sono oggi custodite a Firenze tra le filze e i manoscritti della Biblioteca Nazionale.

Corsini viaggiò in Inghilterra nel 1669 al seguito del Principe Cosimo III (Granduca l’anno dopo) ricoprendo il ruolo di maestro di cerimonie e redigendo una dettagliata relazione di viaggio. Era uno fra i più ascoltati consiglieri del casato mediceo in fatto di cultura ed arte. A fianco di Cosimo, era stato, in Europa, già tra il 1667 e il 1668: nei Paesi Bassi olandesi, in Germania e Fiandre. Il diario di viaggio in Inghilterra ed Irlanda di Corsini del 1669 è una relazione politico-diplomatica e scientifico-intellettuale, nel medesimo tempo. Con loro era presente anche Magalotti, autore, anche lui, di un resoconto di viaggio per la corte medicea. Il diario corsiniano, scritto con uno stile accurato e minuzioso, particolarmente attento a precise descrizioni di costumi ed usanze, etichetta di corte e osservazioni sulla società e sulla religione anglo-britanniche, resta un contributo fondamentale alla storia delle relazioni tra Inghilterra e Toscana, nella seconda metà del Seicento. Corsini analizzava nella sua relazione, ad uso proprio e del suo Principe, il panorama istituzionale ed ecclesiastico inglese e irlandese del tempo, descrivendo tutti i tratti peculiari della Chiesa anglicana, e le molte correnti del protestantesimo albionico. Il codice manoscritto è ora conservato, a Firenze, in Archivio di Stato, e tra le carte strozziane e nel fondo mediceo del Principato. Membro di spicco della corte fiorentina, nel tramonto del XVII secolo, Filippo era, inoltre, fratello maggiore di Lorenzo Corsini (1652-1740), papa Clemente XII e fondatore a Roma della Biblioteca Corsiniana di Piazza Navona nel 1736: un patrimonio librario di manoscritti medievali, incunaboli, cinquecentine rare, autografi galileiani, stampe orientali e preziosi fondi archivistici. Lorenzo Corsini, come in precedenza il fratello tra Firenze e Londra, fu, nel primo Settecento, anello di congiunzione fra gli spazi granducali toscani e il mondo pontificio, rafforzando i legami tra aristocrazia fiorentina e curia romana.

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