Einstein e Arendt avevano ragione sul pericolo di deriva fascista di Israele

Il 2 dicembre 1948, ventotto intellettuali ebrei, tra i quali Albert Einstein e Hannah Arendt, inviarono una lettera alla redazione del New York Times per denunciare la deriva fascista che il futuro primo ministro Menachem Begin stava imponendo alla natura dello Stato di Israele, nato nel maggio dello stesso anno. Purtroppo, quella denuncia allarmata aveva intravisto un rischio concreto che, nell’arco dei decenni, è diventato prima una scelta politica e poi una prassi operativa. Chi governa oggi Israele è l’erede diretto di quelle milizie ebraiche di stampo fascistoide che usavano il terrorismo contro gli arabi e il governo britannico della Palestina. Israele presenta il genocidio a Gaza come “diritto alla difesa” e con la stessa argomentazione invade il Libano meridionale, dove massacra ed espelle i civili e distrugge i monumenti antichi con il chiaro intento di cancellare la civiltà locale. Lo Stato ebraico è e si comporta come uno “Stato canaglia” che minaccia e ricatta tutti gli altri, visto che il prezzo della crisi derivante dal blocco di Hormuz viene pagato da tutta l’economia globale e, in special modo, dai Paesi africani. Fino a quando?

Albert Einstein (1879-1955), il più importante fisico del XX secolo, firmò insieme alla filosofa Hannah Arendt (1906-1975) una lettera al New York Times in cui denunciava i pericoli di una deriva fascista del neonato Stato di Israele.

Lunedì 1 giugno 2026 l’informatissimo sito statunitense Axios, che ha un filo diretto con la Casa Bianca ed è spesso usato per far trapelare informazioni riservate, ha riferito di una telefonata tempestosa tra il presidente Trump e il premier israeliano Netanyahu. Il presidente era furioso con Netanyahu perché l’escalation militare israeliana nel Libano meridionale rischia di far saltare la già complicatissima trattativa per un accordo con gli ayatollah iraniani che dovrebbe portare alla riapertura dello stretto di Hormuz. A quanto è stato riferito, Trump ha urlato al telefono: «Sei un dannato pazzo. Saresti in galera se non fosse per me, ti sto salvando il culo. Siete il Paese più odiato al mondo per quello che state facendo in Libano». Secondo Axios, il premier israeliano ha rinunciato per ora a bombardare la capitale libanese ma si riserva di riprendere l’offensiva nel caso di lanci di droni da parte degli hezbollah libanesi. Quello che l’esercito con la stella di Davide sta facendo in Libano non è un’operazione per eliminare le strutture per il lancio di missili contro il nord di Israele da parte dei militanti di hezbollah. Una volta distrutte le rampe, entrano in azione i bulldozer e vengono spianate case e villaggi e la zona viene resa inabitabile. I profughi in fuga verso nord hanno superato il milione (circa il 20 per cento della popolazione), i morti civili sono 3.400 e i feriti oltre 10.000. Si tratta di una pulizia etnica vera e propria e della conquista di centinaia di chilometri quadrati di uno Stato sovrano che non ha un forte esercito nazionale e rischia di collassare sotta la brutalità militare di Tel Aviv.

Ma c’è qualcosa di ancora più grave. L’inviata di Rai News 24 Raffaella Cosentino ha riferito che l’offensiva contro la storica città di Tiro, sorta sullo stesso luogo dell’omonima città fenicia e Patrimonio dell’umanità dal 1984, non solo sono state colpite abitazioni civili e strutture sanitarie ma sono anche stati presi di mira i monumenti storici, con l’esplicita volontà di cancellare le tracce dell’antica civiltà locale. Come fu fatto con gli antichi villaggi arabi occupati da Israele dopo la guerra del 1948, come è stato fatto a Gaza, una città che ha una storia che risale al 3500 a.C. Tecnicamente questo è un crimine punito dalla legge internazionale, se solo esistesse ancora una cosa come la legge internazionale. Netanyahu, il fantomatico “Mr Security” che non ha mosso un dito per evitare il massacro del 7 ottobre 2023, sfida il mondo, tiene in scacco il presidente degli Stati Uniti, irride tutti gli inviti alla moderazione e continua a difendere la sua strategia basata soltanto sulla forza militare che non considera mai i terribili costi umani inflitti a civili innocenti. Il sostegno all’interno del Paese è ancora solido, nonostante il suo pugno di ferro non abbia conseguito alcun risultato stabile: Hamas non è stato annientato, gli hezbollah continuano a colpire il nord di Israele e, soprattutto, le sue analisi sul crollo veloce del regime teocratico in Iran si sono rivelate una balla colossale.

Il prezzo dell’hybris del premier israeliano viene però pagato dall’economia globale mentre l’opinione pubblica internazionale ha levato soltanto flebili proteste e ventilato ipotetiche misure contro i ministri “estremisti” del governo di Tel Aviv. Quello che desta veramente sconcerto è che ci siano reazioni (che non portano mai a nessun provvedimento) per il soldato israeliano che spacca a martellate un crocifisso, il colono che brutalizza una suora o per il ministro Ben Gvir che offende e umilia cittadini occidentali sequestrati in acque internazionali. Sono gesti molto gravi, ma sono inezie se paragonati al genocidio fatto dai militari israeliani a Gaza. L’accusa è stata formulata il 16 settembre 2025 da una commissione indipendente delle Nazioni Unite (definite da Netanyahu una “palude antisemita”), da Amnesty International, dal noto scrittore israeliano David Grossman, dalla storica italiana Anna Foa, da decine di storici e studiosi israeliani e di altre nazionalità e anche da Omer Bartov, uno storico e accademico israeliano considerato uno dei principali esperti mondiali di genocidio. In un suo intervento sul New York Times del 27 luglio 2025 aveva dichiarato: «Sono uno studioso di genocidio e lo riconosco quando lo vedo». Ora la domanda da porsi è: come è possibile che in uno Stato nato per accogliere gli ebrei in fuga dai pogrom della Russia zarista (i primi insediamenti ebraici in Palestina sorgono nella seconda metà dell’Ottocento, molto prima che Hitler nascesse) si arrivi a praticare contro cittadini innocenti violenze simili a quelle subite dagli ebrei in secoli di persecuzioni? Per rispondere a questa domanda dobbiamo analizzare il profilo dei padri spirituali dei vari partiti estremisti oggi al potere, in modo da comprendere perché Albert Einstein e Hannah Arendt denunciavano la pericolosità di alcune scelte fatte da Israele quasi ottant’anni fa.

Gli antenati fascistoidi di Itamar Ben Gvir

La lettera al New Tork Times dei ventuno intellettuali ebrei era stata inviata in coincidenza con una visita negli Stati Uniti di Manachem Begin, un estremista di destra che aveva guidato l’organizzazione terroristica Irgun Zwai Leumi che si era macchiata di innumerevoli attentati contro gli arabi e contro le truppe mandatarie britanniche della Palestina. L’attentato più grave, coordinato personalmente da Menachem Begin, avvenne il 22 luglio 1946 contro l’Hotel King David di Gerusalemme, quartier generale dei militari britannici, dei servizi di spionaggio e della segreteria con cui il governo britannico amministrava la Palestina. Ci furono 91 morti e 46 feriti. In un altro caso, il 9 aprile 1948 dei commando appartenenti all’Irgun attaccarono il villaggio arabo di Deir Yassin, uccidendo oltre 100 abitanti, in maggioranza bambini, donne e anziani. Una volta dismessi i panni del terrorista, Begin cerca di partecipare alla vita politica e fonda un suo partito il Tnuat Haherut (Partito della libertà) che, secondo la lettera al New York Times, «nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista». La lettera procede affermando che «all’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano». La lettera si conclude mettendo in luce che «le discrepanze tra le sfacciate affermazioni fatte ora da Begin e dal suo partito, la sequenza delle loro azioni in Palestina non lo fanno sembrare un normale partito politico. Qui c’è il marchio inequivocabile di un partito fascista per cui il terrorismo (contro ebrei, arabi e inglesi) e la falsificazione della realtà sono mezzi, con il fine di creare uno “Stato leader”». Il partito di Begin, i cui trascorsi terroristici non gli hanno impedito di entrare a far parte di diversi governi e diventare poi Primo ministro, è confluito successivamente nel Likud, il partito capeggiato da Benjamin Netanyahu, il politico più longevo della storia di Israele.

Se vogliamo capire la matrice ideologica di Begin, Netanyahu, Ben Gvir o Smotrich dobbiamo obbligatoriamente rifarci a Vladimir Ze’ev Jabotinskij (1880-1940), ebreo russo, giornalista, fondatore del sionismo revisionista e vero padre spirituale dell’estrema destra israeliana. Jabotinskij concepisce lo Stato ebraico come una fortezza etnica, in conflitto permanente con i vicini arabi. Nel corso della Prima guerra mondiale forma tre battaglioni della Legione ebraica e combatte con l’esercito britannico in Palestina durante la parte finale dell’offensiva del generale Allenby (chi ha visto il film Lawrence d’Arabia dovrebbe ricordarselo) per la conquista di Palestina e Siria. Le unità vengono smantellate dagli inglesi nel 1920, all’inizio del Mandato conferito dalla Società delle nazioni, perché si erano trasformate in una milizia sionista che combatteva contro gli arabi. Queste forze confluiranno poi nell’Haganah, il principale gruppo armato sionista che, alla nascita dello Stato di Israele, diverrà la spina dorsale dell’esercito ebraico. Jabotinskij voleva che tutti gli ebrei migrassero in uno Stato di Israele che doveva estendersi su entrambe le sponde del fiume Giordano. Riferendosi a Jabotinskij, il noto storico israeliano Benny Morris scrive: «Nel 1925 fonda il Partito revisionista (chiamato così perché voleva “rivedere” i termini del Mandato britannico, in modo particolare per far includere di nuovo la Transgiordania [Giordania] nel Mandato britannico). Mette in piedi anche il Betar, il movimento giovanile del partito, caratterizzato da un aspetto militarista (come uniforme avevano camicie brune), da attività (sfilate che includevano esercizi ginnici ed esercitazioni con armi da fuoco), slogan e un’ideologia (“la Giudea rinascerà nel sangue e nel fuoco”), una struttura (una rigida gerarchia) che qualcuno potrebbe definire fascista. Jabotinskij era un ammiratore di Mussolini e il suo movimento cercò ripetutamente affiliazione e assistenza a Roma».

Le relazioni pericolose con il fascismo

Nel 1931 fonda l’Irgun (la sigla significa Organizzazione militare nazionale nello Stato di Israele), una vera e propria organizzazione terroristica le cui azioni più eclatanti furono la già ricordata bomba al King David Hotel e il massacro di Deir Yassim. A differenza dell’Haganah, nata come milizia di autodifesa degli insediamenti ebraici prima della nascita di Israele, l’Irgun e la Banda Stern (nota oltre che per gli attentati sanguinari per avere proposto alla Germania nazista un’alleanza in funzione antibritannica), avevano come attività principale quella di buttare bombe nei mercati arabi, colpire gli inglesi e minacciare i sionisti che non condividevano la loro impostazione. L’ammirazione per il regime fascista non rimase però una semplice fascinazione ideologica, visto che, con il sostegno personale di Benito Mussolini, nel 1934 il Betar inaugurò a Civitavecchia una sua Accademia Navale, nominalmente diretta da Nicola Fusco, segretario amministrativo della sezione locale del Partito fascista, ma gestita operativamente dal dirigente del Betar Jeremiah Halpern. La scuola addestrò cadetti provenienti da Europa, Palestina e Sud Africa e formò alcuni dei futuri comandanti della Marina militare israeliana.

L’Accademia ebraica aveva ottimi rapporti con i militari italiani, tanto il Bollettino del Consorzio Scuole Professionali per la Maestranza Marittima, la pubblicazione ufficiale delle scuole navali, dichiarò che «di concerto con le autorità competenti è stato confermato che le concezioni e le inclinazioni sociali e politiche dei Revisionisti sono ben note e sono in totale accordo con la dottrina fascista. Perciò, come studenti usciti da una nostra accademia essi porteranno la cultura italiana e fascista in Palestina». Il fondatore del sionismo revisionista conosceva bene l’Italia perché nel 1898 si era iscritto alla facoltà di Legge dell’Università La Sapienza di Roma. Rimase in città per tre anni ma, più che impegnarsi negli studi giuridici, si diede alla bella vita e dedicò il suo tempo all’apprendimento dell’italiano. Dall’inizio degli anni Trenta Jabotinskij si era convinto che non ci si poteva fidare del sostegno britannico alla causa sionista e che l’Italia, potenza in competizione con la Gran Bretagna per il dominio del Mediterraneo, sarebbe diventato un alleato naturale. Jabotinskij avrebbe dovuto incontrare Mussolini già nel 1922, ma l’incontro non ebbe luogo anche se l’attivista sionista scrisse al Duce per ottenere il suo sostegno alla causa nazionale ebraica, cercando di convincerlo che, per ragioni culturali, la politica filo araba di Roma non avrebbe portato a nessun risultato. Ovviamente, le Leggi razziali del 1938 cambiarono drasticamente il quadro ma la sintonia ideologica tra fascismo e sionismo revisionista rimane un punto fermo.

Negli ultimi anni di vita Jabotinskij ha come segretario personale Benzion Mileikowsky (che assumerà in seguito il cognome Netanyahu), un giovane attivista sionista che diverrà un noto storico la cui opera più famosa è Le origini dell’Inquisizione spagnola nella Spagna del XV secolo del 1995, un tomo di quasi 1.400 pagine. Nel 1940, alla morte di Jabotinskij, Benzion diventa direttore esecutivo del Nuovo Movimento Sionista Americano, posizione che manterrà fino alla nascita dello Stato ebraico. Tornato in Israele, diventa uno degli editori dell’Encyclopaedia Hebraica ma poi si trasferisce nuovamente negli Stati Uniti per insegnare in varie università. Benzion Netanyahu, deceduto nel 2012, ha avuto tre figli maschi: Yonatan, ufficiale dell’esercito israeliano che fu ucciso durante l’operazione di salvataggio degli ostaggi di un volo dirottato in Uganda, Iddo, medico, scrittore e commediografo e Benjamin, il più longevo uomo politico della storia israeliana. Con Benjamin si chiude il cerchio iniziato con Jabotinskij. L’unica cosa positiva dell’accusa di fascismo, rivolta agli estremisti di destra come Begin, è il fatto che Hannah Arendt e Albert Einstein non potranno mai essere tacciati di antisemitismo per la loro coraggiosa posizione del 1948.

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