Stati Uniti, Turchia, Qatar, Israele cercano di allungare le mani sulla “nuova Siria”

Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2024 forze ribelli conquistano la capitale siriana Damasco e costringono il dittatore Bashar el-Asad a fuggire a Mosca. È la fine di un regime dinastico durato oltre cinquanta anni. Gli Asad, padre e figlio, appartenevano alla minoranza alawita ma la feroce cleptocrazia che avevano creato non era né alawita né anti-sunnita: era semplicemente accentrata, predatoria e autoritaria. L’uomo forte al potere si chiama Ahmad Sharaa e, dopo aver ricevuto velocemente la benedizione dell’amministrazione Trump, promette di restaurare giustizia e unità nazionale. Ma, nonostante il sostegno americano, si possono nutrire molti dubbi sull’affidabilità di Sharaa, passato in pochi anni da gruppi che operavano con Al Qaeda a guidare milizie appoggiate dall’Occidente. In realtà, fuggito il dittatore, il vuoto è stato riempito da diverse potenze che giocano un ruolo determinante nella Siria post Asad: Turchia, Qatar, Stati Uniti e (chi lo avrebbe mai detto) Israele. L’ultimo saggio di Lorenzo Trombetta ci fornisce una serie di ponderosi elementi storici e analitici che ci aiutano a decifrare il caos siriano.

Lorenzo Trombetta è un arabista, giornalista e scrittore che studia da decenni la realtà siriana e libanese. È vissuto per oltre vent’anni tra Damasco e Beirut, lavorando come corrispondente dell’ANSA e collaboratore di Limes. Oltre alla conoscenza approfondita della lingua e della civiltà araba, Trombetta si caratterizza per l’ostinazione metodologica con cui affronta le tematiche culturali e politiche, rifuggendo dalle facili semplificazioni e cercando sempre di analizzare le radici storiche profonde che ci consentono di leggere la complessa situazione siriana. Il capostipite della dinastia, allora giovane ufficiale di aviazione, si chiama Hafez el-Asad e appena salito al potere nel 1971 inizia a mettere nelle mani di suo cognato Muhammad Makhluf una serie di leve economiche che, con il tempo, porteranno al controllo totale di Asad sulla vita economica siriana. In un paese che si dice socialista il presidente non può certo permettersi di accumulare pubblicamente ricchezze perché a questo pensa il cognato che viene prima posto a capo del monopolio dei tabacchi, a cui aggiunge la presidenza della Banca Immobiliare, la cassaforte dei prestiti per costruire palazzi e quartieri. «Se vuoi un mutuo -scrive Trombetta-, se vuoi tirar su un edificio, devi passare dal lui. E lui non ti dà una lira senza prendersi la sua parte. Dieci per cento. Sempre. A ogni operazione. Il soprannome arriva da solo: Mister dieci percento.  E nessuno fiata. Poi arriva il petrolio. La manna nera. La dose pesante. Il vero salto di livello. La Siria comincia a esportare».

Ritiratosi Muhammad Makhluf, la macchina del potere economico passa a suo figlio Rami che crea un sistema di società una dentro l’altra, scatole cinesi, tutte intestate a prestanome che in un modo o nell’altro rispondono soltanto a lui. Gli affari prosperano, anche perché durante la seconda Guerra del Golfo del 2003 Bashar el-Asad (il padre era morto nel 2000) ha la furbizia di schierare la Siria con gli Stati Uniti. Una volta consolidato il proprio potere, Bashar esce allo scoperto e sente l’odore dei soldi che suo padre non aveva mai osato toccare così sfacciatamente. Uno dei contatti citati nel libro spiega che «con Bashar la musica cambia: il potere non vuole più il sostegno, vuole la percentuale. Non vuole la tua fedeltà, vuole diventare socio, infilarsi nei tuoi affari, chiederti tangenti ogni giorno», una tassazione mafiosa mascherata da riformismo, in nome dell’apertura al libero mercato. Le rivolte del 2011 costringono la cricca al potere a chiudersi nei bunker e usare l’associazione “caritatevole” el-Busan per finanziare le milizie del regime. Usando il pugno di ferro Asad riesce a sopravvivere ma il miele siriano ha attirato molte mosche che cominciano a ronzare in circolo, sperando di prendersi una parte del bottino. E arrivano anche i russi che fanno il lavoro sporco per il regime bombardando le postazioni dei ribelli a compiendo ripetuti massacri. Ma poi i nodi arrivano al pettine e Bashar è costretto a fuggire a Mosca.

I nuovi padroni della Siria

Nel novembre 2025 Ahmad Sharaa, il nuovo uomo forte siriano, riceve la sua consacrazione quando è ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump che gli stringe la mano di fronte ai fotografi per sugellare il suo ingresso nella «lotta al terrorismo» e gli conferisce un certificato di rispettabilità internazionale. La situazione è molto ironica, visto che Ahmad Sharaa era semplicemente il capo di una milizia islamista che aveva da poco preso le distanze da Al-Qaida. Oltre all’appoggio statunitense, Sharaa non sarebbe mai riuscito nonsiamounisola.eu

a egemonizzare con le sue milizie le truppe ribelli senza il sostegno militare della Turchia. Il presidente Erdoğan è il suo mentore e, ovviamente, punta a usare la Siria come retroterra per la proiezione strategica turca. I segnali dell’influenza di Ankara su Damasco sono sempre più evidenti. È possibile che per compiacere la Turchia neo-ottomana il nuovo parlamento siriano approvi una legge per mettere da parte la norma che riconosceva il genocidio degli armeni e dei siriaci compiuto dall’Impero ottomano. Di recente il governo Sharaa ha cancellato dal calendario delle festività nazionali la Giornata dei Martiri del 6 maggio, in memoria proprio di quei nazionalisti arabi impiccati nel 1916 dall’ultimo governatore ottomano. Alcuni dei più importanti monumenti storici di Damasco, come la Tekiye Suleimaniye, un convento sufi risalente alla metà del Cinquecento che fungeva da centro di ospitalità e aiuto per i viandanti, dipendono oggi dall’Agenzia di cooperazione turca, la potente TIKA.

Jobar è un quartiere storico di Damasco, famoso per la sua ricca storia multiculturale e la convivenza tra comunità diverse. A partire dal 2011, il quartiere è stato teatro di duri scontri e pesanti bombardamenti, che hanno causato la distruzione quasi totale di edifici, moschee e della sinagoga, trasformando gran parte della zona in un’area devastata. La soluzione ideata dal governo per Jobar è quella di delegare la ricostruzione all’esterno. Non è certo casuale che tale compito sia stato affidato all’onnipresente Fondazione turca per gli aiuti umanitari che ha ricevuto l’incarico di preparare un piano da mettere sul tavolo dei futuri donatori. Ma questa potenziale ricostruzione ricalca quello che si faceva nel regime degli Asad, con alcune aree lasciate marcire, altre accelerate, altre trasformate in vetrine da mostrare all’opinione pubblica. Trombetta spiega che «al centro restano gli investimenti dei Paesi del Golfo, pensati come una scorciatoia finanziaria e come strumento di allineamento politico. Non è una ricostruzione che ricuce. È una selezione. Operazioni speculative più che processi di ritorno. Progetti concepiti per estrarre valore dal suolo e riscriverne la destinazione anziché restituire case, servizi, continuità di vita. Le ferite restano aperte».

In fondo, Sharaa non fa altro che inserirsi in un’alleanza antica che contava su un patrono esterno: ieri erano gli ottomani, oggi sono la Turchia, gli Stati Uniti, le monarchie del Golfo che hanno investito su un potere sunnita a Damasco purché garantisca le «minoranze», soprattutto cristiani ed ebrei. Verso il 1850 i cristiani rappresentavano il 15/20 per cento della popolazione. Negli anni Cinquanta del secolo scorso erano scesi intorno al 7 per cento e oggi, dopo la feroce guerra civile iniziata nel 2011, sono circa l’1/2 per cento. Storicamente, gli ebrei sono stati una presenza molto minoritaria ma importante in diversi settori dell’artigianato, almeno fino al 1992, quando il regime consentì loro di emigrare, svuotando così il quartiere ebraico di Damasco. Gli ebrei non sono mai stati perseguitati in Siria, soprattutto grazie al Patto del Profeta, un testo attribuito a Muawiya, il primo sovrano omayyade, che garantiva la protezione del potere sunnita alle genti del libro: ebrei e cristiani. Gli ebrei non sono tornati nel loro antico quartiere di Damasco ma nel febbraio 2026, per la prima volta da decenni, un gruppo di ebrei damasceni provenienti da New York ha pregato pubblicamente nella moschea Frangi. A guidarli c’era il rabbino Yusuf Hamra, appartenente alla famiglia dell’ultimo leader religioso della comunità ebraica, partito anche lui nel 1992.

Poco prima di quelle pomposamente definite le «prime elezioni legislative nella Siria liberata», ma che in realtà sono servite al nuovo potere per blindare il controllo sull’organo legislativo, si era addirittura presentato come candidato Henri Hamra, figlio del rabbino e primo candidato ebreo al parlamento siriano dal 1967. Non si trattava di una vera candidatura ma i manifesti di propaganda affissi agli angoli del quartiere ebraico sono stati utilissimi a Sharaa per mostrare che il nuovo potere protegge le minoranze ebree e cristiane, così care agli europei sin dall’Ottocento. Nel 2014 una sinagoga abbandonata era stata distrutta ma, prima che gli sciacalli la ripulissero completamente, era intervenuto il governo per salvare gli arredi sacri, non tanto per tutelare un patrimonio nazionale quanto per conservare una carta di benevolenza da usare al tavolo con quelli che allora erano i nemici e che oggi, con la mediazione americana, potrebbero diventare i nuovi amici del governo di Ahmad Sharaa. Nel settembre del 2025 la Syrian Mosaic Foundation, fondata Joe Jaiati di New York, ha organizzato un viaggio a Damasco con un ristretto gruppo di giornalisti americani e israeliani che si sono recati sulle rovine della sinagoga del quartiere di Jobar. Gli slogan di questa fondazione sono Syria for All e Make Syria Great Again, che cita esplicitamente il motto trumpiano. C’è però un dettaglio molto significativo perché nella targa realizzata dalla fondazione la Siria è rappresentata senza le Alture del Golan, occupate da Israele nel 1967.

«Con il cambio di potere -scrive Trombetta-, gli israeliani hanno allungato le mani su altri pezzi di Siria e ora sono, di fatto alle porte della capitale. Aveva fatto scalpore scoprire che, durante alcune di queste operazioni, abitanti siriani del Golan si erano trovati di fronte ufficiali israeliani che parlavano un arabo damasceno impeccabile. Erano figli o nipoti di ebrei originari del quartiere ebraico». L’autore raccoglie la testimonianza di Shadi, un muratore maronita nato e cresciuto nel quartiere ebraico, a contatto di gomito con molti ebrei con cui aveva stretto amicizia. «Non ho mai associato i miei amici ebrei a quegli israeliani che costrinsero mia madre ad abbandonare quella che, per me resta la mia casa, occupata da allora [la famiglia è originaria del Golan, N.d.R]. Israele è una forza di occupazione. Si è presa la mia terra, la terra dei miei nonni. La pace per me va bene, ma deve essere basata sulla giustizia, sulla restituzione della terra. Devo confessare che in tutta la mia vita non ho mai visto Israele cedere qualcosa. Per loro, fare la pace significa prendersi qualcosa in cambio».

Lorenzo Trombetta
Damasco
Crocevia millenario
nello spazio euro-asiatico
Paesi edizioni, pp. 254, euro 18

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