Il Florence Griswold Museum è una piccola gemma nel vasto panorama dei piccoli musei del Connecticut. Figlia di un capitano della marina mercantile che aveva accumulato ampie ricchezze nell’Ottocento, traversando l’Atlantico da una sponda all’altra, Florence Griswold diede vita, tra fine Ottocento e per i primi decenni dell’Ottocento, ad una colonia di artisti nella sua casa di Lyme, utilizzata fino ad allora come albergo per i viaggiatori. Questo Barbizon americano ebbe grande successo, perché fu la culla prima del tonalismo poi dell’impressionismo a stelle e strisce, sul modello dichiarato di Monet e Renoir, trasportato nei vasti spazi e nella natura esotica del New England. Lo documenta l’ampia mostra al piano superiore della casa, adornata da un portico neoclassico, affacciata sul parco e la strada.
Nell’occasione dei 250 della Dichiarazione il museo ha invitato gli artisti locali a presentare una loro opera: hanno risposto in 300, ne hanno selezionati 86 (per un totale di 97 opere), che formano la mostra “Patchwork. Connecticut Artists Consider 250”, accompagnata da un catalogo a cura di Jennifer Stettler Parsons. Si tratta di una suggestiva immersione in quattro tematiche: “For the Common Good”; “Telling Inclusive Stories”; “Doing History”; “Power of Place”: tematiche che in realtà si incrociano e sovrappongono nelle opere, mostrando, tra l’altro, la libertà assoluta e la varietà nello stile e delle tecniche degli artisti. Che non sono artisti noti, soprattutto non in Europa, ma in molti casi neanche fuori dal Connecticut stesso, questo piccolo stato grande poco più della metà del Veneto, con 3.6 milioni di residenti, un territorio che sembra esteso ma che copre appena poco più dello 0,1 % del territorio statunitense.
Dobbiamo ad uno degli artisti in mostra, Edward Lent, la definizione dell’America come un “patchwork”, “still being fitched, still being stitched”, ed è definizione che ben si adatta a questa mostra, ma forse, enfaticamente, all’America tutta, e sostituisce quella davvero obsoleta di “melting pot”, nel senso che in “patchwork” gli elementi non si fondono, non bollono in una pentola, stanno più o meno uno vicino all’altro, facendo spesso di necessità virtù. Ma mantenendo le loro identità. Lent ha 69 anni, è un artista gay, molto disilluso sull’America di oggi ma allo stesso tempo curioso, che immagina la Statua della Libertà come una divinità greco-romana che copre con i propri colori il mondo, ma in modo disordinato, in frantumi sparsi qua e là, senza neppure, forse, volerlo.
E questa mostra lo indica bene. Ci sono variazioni enigmatiche sui colori così eloquenti della bandiera, amati e rivisitati in tutte le salse, forse la bandiera più fotogenica del mondo, e la più amata per chi ami la vicenda della più antica democrazia del mondo: perché occorre ricordare che l’America lo è, non c’è posto per “re” in essa come ricorda un altro artista. Ma se mai per le comunità, che dialogano tra loro, per le “minoranze” in Paese in cui non si sa bene chi sia la “maggioranza”, per quel che rimane degli Indiani ora vicini alla completa integrazione, per gli ispanici, i neri, gli italiani che hanno fatto, questi ultimi, la storia del Connecticut. I cartelli elettorali per l’imminente tornata sono pieni di cognomi italiani, di tutte le parti d’Italia, viaggiando abbiamo incontrato tanti di loro, compreso un simpatico Giovanni Sciarretta, siciliano, che importa cannoli dalla terra d’origine, e li vende con notevole successo, riempiti di varie dolcezze cremose americane: i suoi “cannolos” sono amatissimi. Solo, come molti, ha dimenticato il siciliano, e l’italiano, e rimane stupito quando gli raccontiamo l’origine del nome “Sciarra”, assai curiosa.
La mostra, poi, indica bene l’amore per il territorio, il rapporto con paesi d’origine lontani, come l’Armenia (la comunità armena negli Usa è potentissima e vasta, quasi come quella ebrea), nel piccolo suggestivo dipinto di Andria Alex. Naturalmente vi sono le storie di emigrazioni recenti da Paesi che tradizionalmente sono entrati nel mercato migratorio più tardi, come il Bangladesh, e l’artista Sunil Howlader racconta con tratti sfumati, impressionistici, proprio le icone dei due Paesi, di nuovo, per gli Usa, una “statua della libertà” fantasmatica. Ma vi sono anche riflessioni interne sui paesaggi coloniali, specialmente del Connecticut, liriche, oleografiche, sofferte, come il “cimitero di famiglia” di Lucrezia Bingham di Westbrook: in uno stato, ma potremmo dire una nazione, dove i cimiteri antichi sono considerati monumenti, preservati e valorizzati in ogni modo, parte integrante, e molto viva, paradossalmente, dell’intreccio tra centro urbano e campagna. Bellissimo, per noi, il quadro di Jac Lahav, “Apple of my eye”, in cui si vede parte del profilo severo di George Washington guardare attraverso qualcosa che sembra uno specchio spezzato, cupo, in cui si riflettono fantasmi inquietanti, che il primo presidente americano vede direttamente, mentre lo spettatore ne vede solo l’ombra: l’ombra, per l’appunto, di un fantasma.

Non vi sono attacchi violenti o pretestuosi alla propria nazione e storia, solo meditazioni più o meno profonde su di essa, anche se vi sono riferimenti al “Black Lives Matter”, ad esempio in un’opera moderatamente provocatoria di Jill Vaughn, “White Lies Matter”; non vi è radicale critica sociale o opposizione alla presente amministrazione; se mai, una vaga malinconia, che pervade anche gli artisti del Paese ormai di gran lunga più ricco al mondo, unico detentore del potere militare, dominatore della scena come forse non era mai stato prima. Ma con tutte le sue ferite, magari nascoste alla nostra vista e non quelle che noi pensiamo siano, che poi l’arte ripropone, in un modo o nell’altro.
Il quadro più intrigante? Forse quello di Linda Reynolds di Farmington, “The American Dream”, che parla degli housing project per i veterani bianchi del GI Bill del 1944: da questi benefici erano vergognosamente esclusi i veterani neri, ispanici, indiani, asiatico-americani, che pure avevano combattuto anch’essi. E il quadro, vagamente alla Hopper, immagina invece una famiglia composta da tutti questi americani di serie B, per il GI Bill di Roosevelt, pronti ad entrare in una casa di quelle previste dal Bill, anche loro. Un pungente acrilico del 2018, polemico e pungente dietro ad un’immagine positiva e rilassante. Eppure, stiamo parlando del Paese al mondo che per i veterani ha fatto e sta facendo di più, non ostante forse non sia mai abbastanza, come ha dimostrato il giovane storico francese Olivier Burtin nel suo libro A Nation of Veterans: War, Citizenship, and the Welfare State in Modern America (University of Pennsylvania Press, 2022).
Una piccola mostra dunque, molto apprezzata, ci è parso, dal pubblico, che apre al mondo della colonia artistica del Connecticut molto più esteso ormai di quello intorno a Florence Griswold tra Otto e Novecento. E che fa riflettere sulle molteplici sfumature della nozione di “patriottismo” qui. Chi è un “patriota americano”, qual è davvero la sua “patria” per cui combatte, scrive, o dipinge? Domanda cui non è facile rispondere.


