Nel XVIII secolo, complici i nascenti studi archeologici e un nuovo approccio storiografico, tornò ad imporsi all’attenzione della cultura europea il mito di Atlantide, ripreso già nel primo Seicento da Bacone e alla base dell’organizzazione delle accademie scientifiche settecentesche al tempo di Condorcet. Tra i philosophes dell’Illuminismo francese, si segnalò, in particolare, il matematico e storico della astronomia Jean-Sylvain Bailly (1736-1793). Enciclopedista, al centro del network accademico europeo e padre della paleo-astronomia, amico di Franklin e Lavoisier, massone, studioso dei satelliti di Giove, collaboratore di La Fayette al momento iniziale della Rivoluzione francese, nemico dei giacobini, Bailly veniva da una famiglia di architetti, al servizio del Regno di Francia. Scoperte le scienze esatte, vi si dedicò, sotto la guida di Delisle e Clairaut, studiando la cometa di Halley, e l’analisi infinitesimale, nel solco del newtonianesimo anglo-francese illuministico. Seguace di d’Alembert ed Eulero, lavorò sopra i problemi della longitudine e fece diverse osservazioni celesti, studiando la parallasse solare ed i moti di Saturno e Marte. Continuatore in astronomia delle ricerche di Maraldi e Bradley, Lalande e Messier, Huygens e Roemer, ammiratore del galileismo, Bailly entrò in corrispondenza con Voltaire, su questioni di storia dell’astronomia antica e origini della civiltà, tra il 1775 e il 1777. Questi argomenti lo portarono a concentrarsi sul problema geologico e fisico del Diluvio universale, e sulla antica Atlantide. Nei confronti dell’esistenza, in tempi remoti, del leggendario continente perduto, l’astronomo e matematico francese fu tra i diversi savants del Settecento che si dichiararono altamente possibilisti. Bailly localizzò Atlantide a Nord, nella mitica terra iperborea di Thule: spunti sviluppati, poi, dalla Teosofia del secolo XIX e dal nazismo esoterico nel XX. Curioso e storicamente significativo: un passaggio non dalla magia alla scienza (come un tempo pretendevano i positivisti), ma il contrario, prova d’un rovescio occulto che in storia non muore davvero mai.
Un secolo prima di Bailly e proprio nel ‘gelato settentrione’, alla perduta Atlantide s’era dedicato già Olaus Rudbeck (1630-1702), dotto erudito e uomo di scienza, docente di medicina all’Università di Uppsala. Figlio di un vescovo luterano e Cappellano personale di Re Gustavo II Adolfo di Svezia, appartenente a nobile famiglia, Rudbeck fece a partire dal 1651 studi iatrici e, seguendo la nuova medicina vesaliana, fece costruire anche un teatro anatomico in ateneo. Fra i molti campi dello scibile coltivati da Rudbeck, vi fu l’astronomia, anche quella antica. Tra le sue fonti predilette – le stesse, un secolo dopo, di Bailly – vi erano Esiodo, il Platone del Crizia e del Timeo, Apollodoro e Tacito (ripreso, nella prima metà del secolo XVIII, dai seguaci inglesi della tradizione machiavelliana), Tolomeo, Plutarco e Orfeo. Tutti punti di partenza antichi a partire dai quali l’enciclopedista svedese cercò la verità storica e geografica della perduta Atlantide, tra il 1679 ed il 1689. Grazie a lui, il Regno di Svezia si fece conoscere, culturalmente (e non solo politicamente), sul continente europeo ed i savants nordici diventarono via via interlocutori di primo piano per i membri della Repubblica delle Lettere d’epoca barocca.
Con Rudbeck, il livello intellettuale del mondo universitario svedese ebbe un deciso incremento: tra il 1679 e il 1702, egli si consacrò alla stesura di Atlantica, poderosa dissertazione, in quattro volumi, nella quale identificava la moderna Svezia col continente atlantideo delle antiche leggende. Dare forma e veridicità al mito, analizzandolo scientificamente, sul piano archeoastronomico, geofisico e archeologico: era questo il suo scopo, dai risvolti anche nazionali e politici. Il libro ebbe grande successo editoriale in Scandinavia. Nel Settecento francese esso fu utilizzato ancora da Diderot, per il lemma dedicato all’etimologia ed alla storia antica dell’Encyclopédie. Pure Bailly si ispirò a Rudbeck nel trattare di una antichissima civiltà nordica tecnologicamente e scientificamente avanzata. Gli atlantidei avrebbero abitato le terre e svedesi e siberiane, colonizzando e civilizzando tutti i maggiori popoli dell’antichità (Indiani, Cinesi, Fenici, Egizi e Greci). Studioso della tradizione gotica, Rudbeck fu altresì tra i primi ad inaugurare la runologia, da lui lui studiata – al pari di altri alchimisti nord-europei, tra i quali il danese Olaus Worm (citato da Lovecraft nella sua Storia del Necronomicon) – in parallelo sia con la cabala sia con la letteratura platonica ed ermetica.
Del goticismo – movimento intellettuale e politico, di stampo nazionalista, fondato da Nicolaus Ragvaldi e Olaus Magnus nel corso del XVI secolo – Rudbeck fu il massimo sostenitore seicentesco, in Svezia. Per lui, gli odierni svedesi discendevano dai Goti e dai Geati, protagonisti di un antico e glorioso passato ancestrale. Tale credenza raggiunse il suo apogeo a metà circa del XVII secolo, quando cioè la monarchia di Stoccolma si era rivelata una grande potenza europea, nella Guerra dei Trent’anni. Una tradizione che si rifaceva altresì ai Vichinghi dell’Alto Medioevo e ne celebrava le gesta in chiave eroica.

Davide Arecco è Ricercatore e docente di Storia della
scienza e della tecnica presso l’Università degli Studi di Genova. Ha al
suo attivo numerosissime pubblicazioni e si occupa, in prevalenza, di
storia della cultura medievale e moderna, in Europa e nei contesti
atlantici, da un punto di vista geografico-spaziale e
socio-intellettuale, con particolare attenzione verso la vita di eruditi
ed accademici e il nesso storico esplorazioni-cartografia-arche

