Sia lode al Grande Due-Spiriti. Gli enigmatici indiani di Matika Wilbur
La mia ultima corrispondenza dal Connecticut la scrivo dal terminal E del Logan Airport. Attendo un volo Lufthansa che mi riporterà in patria. Qualunque essa sia. E la scrivo parlando di una suggestiva mostra fotografica visibile proprio nell’edificio, al centro del campus della University of Connecticut a Storrs, sede del Thomas Dodd Center for Human Rights e degli archivi e collezioni speciali del grandissimo ateneo del New England, che mi ha visto ospite per un mese. Si tratta di fotografie di una bravissima, appassionata giovane fotografa di origini indiane (indiane-americane), Matika Wilbur. Vi sono abbondanti notizie su di lei sul suo ordinato e chiaro portale: http://matikawilbur.com/
Ora, il progetto, notevolissimo, è quello di documentare la vita di ben 562, tribù quelle ufficialmente, ovvero giuridicamente riconosciute dal governo federale; che sono ora 566, poiché lei ha iniziato il suo viaggio on the road negli Us nel 2012, e il progetto è vastissimo, ovviamente, e acclamato in tutta l’America. Matika non ha voluto descrivere una storia “lacrimosa” di queste tribù, nulla di patetico o di strappalacrime. Anzi, vi sono fotografati donne e uomini ben fieri della propria identità, del proprio passato, della propria vita attuale, che in alcuni casi è anche di successo, come si vede chiaramente. Sono immagini bellissime di volti affascinanti, in posture diverse, e soprattutto in tutti i luoghi degli Usa ove vi sono tali tribù, in forma o meno di riserva. Naturalmente, i 250 dalla Dichiarazione d’Indipendenza hanno portato ad una notevole attenzione sul “passato” americano, non solo quello coloniale, ma quello, duplicemente coloniale, che ha visto i coloni a propria volta colonizzare gli originari abitanti del subcontinente. In un lunghissimo processo pieno di stragi, di distruzioni, di pulizie etniche più o meno desiderate, ma anche di integrazione, assimilazione, e diverse storie di successo. Per questo, la ventina di fotografie in un corridoio laterale e piccolo dell’edificio ove ho lavorato a lungo, hanno attirato la mia attenzione. E non solo la mia. Vedevo molti studenti intenti a guardarle, anche perché il Connecticut ha una storia peculiare di guerre (la Pequot War terminata nel 1640, con l’annichilimento quasi totale dei Pequot stessi, che avevano scelto, sbagliando, di allearsi con gli olandesi), ma anche di integrazione della popolazione indiana, di meticciati di ogni tipo. Una storia che per tanti aspetti sembra indirizzarsi verso una soluzione positiva, di conciliazione e integrazione generale.
Rimane però una questione aperta: la fluidità dell’identità sessuale dei soggetti rappresentati, alcuni dichiaratamente “two-spirited”, altri gay, altre lesbiche, altri transessuali, rischia di porre la questione della loro “accettazione” nella società come legata all’accentuazione della diversità, ad una diversità portata (artificialmente?) all’estremo per ottenere dei “minority rights” particolari.
Ecco, dunque, che l’ombra lunga del politicamente corretto, del wokismo, si diffonde su queste foto altrimenti suggestivi. La minoranza oppressa deve integrarsi in un’altra minoranza (che si pretende strumentalmente oppressa) per ottenere benefici particolari, ma anche per rivendicare il diritto alla propria esistenza? Non è naturalmente la critica allo spirito fondamentalmente documentario di una mostra, che peraltro è solo piccolissima antologia di una enorme rassegna di foto.
Ma questo giova davvero alla causa degli indiani? O giova alla causa, detto ovviamente per eccesso, dei democratici e dunque di una parte ben precisa, e con precisi interessi, della popolazione, ovvero, dell’elettorato americano? Mi piacerebbe discuterne con Matika, sono sicuro che avrebbe di che replicare.
In ogni caso, lascio un Paese colmo di vita, con le sue problematiche, certo, ma orientato, potentemente, verso il futuro. Torno in un continente che guarda quasi solo al passato. Un continente che muore? Forse. Economicamente, demograficamente, culturalmente, gran parte dell’Europa è moribonda. L’Europa si sta trasformando in un immenso museo in cui gli abitanti stessi sono oggetti d’esposizione. Non si vedono più bambini per le strade, ma mummie. La nervosa, frenetica, scomposta, e forse per noi talora fastidiosa vitalità degli Usa non si trova qui. Siamo compostamente, e gran stile, quasi tutti infelici. E vecchi.
Saranno pure strumentali ad un discorso politico, ma perfino quest’indiani fieri e belli e spavaldi e malinconici e chissà cosa, esprimono una vibrante vitalità, pur nelle loro ataviche recriminazioni, e nella loro invisibilità. Forse i venti piccoli indiani di Marika in mostra qui – il doppio del celebre romanzo, ma non di più – sono in numero maggiore rispetto a tutti gli studenti di origine indiana del campus, che ha in tutto 34.000 studenti. Forse sbaglio, ovviamente, ma non ne ho mai visto uno.
L’America ha infinite facce. Guardano tutte avanti.


