Bridgeport, a sud di New Haven – sede di una delle più prestigiose università al mondo, Yale – è la maggior città del Connecticut, con i suoi oltre 130 mila abitanti. Una città costiera, un notevole porto, che non offre particolari motivi di interesse, con una forte presenza ispanica, sacche di povertà e zone incerte, e pericolose, e molti quartieri del tutto anonimi, compreso il pur curatissimo centro. Vi è perlomeno, però, un motivo per visitarla. Presenta quasi nel centro, in una corte di quattro o cinque edifici moderni, con un gigantesco garage multipiano, un’istituzione molto singolare, ovvero lo Hausatonic Community College. I community college sono migliaia negli Usa e sono istituzioni post-secondarie con corsi, generalmente a carattere tecnico, biennali, destinati a chi non voglia, o più spesso non possa affrontare i quattro anni di college, molto costosi, anche nelle università di Stato. Offrono una preparazione più tecnica che umanistica, e sono luoghi che non godono della miglior fama, anche se ingiustificatamente, poiché spesso il corpo insegnante è di alto livello, e molti tra gli studenti sono bravi e motivati, e magari destinati a ottime carriere. La galassia dei community college è sia molto varia, sia ben poco nota al di fuori degli Stati Uniti.
Lo Housatonic – dal nome indiano di un fiume che scorre lì – è molto particolare, perché contiene al suo interno un museo d’arte (e antropologia) “diffuso”, con migliaia di pezzi provenienti dalle culture e tradizioni di tutto il mondo, ivi compresa una selezione fenomenale d’arte americana ed europea, che conta numerosi artisti eccellenti, che si incontrano letteralmente nelle sale e nei corridoi della scuola, non ultimo Pablo Picasso, e poi Andy Warhol, Cindy Sherman, Jenny Holzer. Lo visito in un bel giorno di sole dopo un lungo viaggio da Mansfield, mentre il foliage sta raggiungendo il suo culmine, e vengo accolto con straordinaria gentilezza e un pochino di stupore, raramente hanno visitatori stranieri. Il primo quadro in cui mi imbatto è una testa allegra e riccioluta di fanciulla, di un italiano, Luigi Corbellini, che passò in America l’ultimo periodo della propria vita (dal 1947 al 1968, anno della morte, nella stessa New York come F. Louis Mora di cui parlerò sotto) e che gode di una certa fama nel panorama del post-impressionismo.
Questa piccola, insolita gemma, è un esperimento riuscito di integrazione di un museo di livello altissimo all’interno di una struttura di categoria particolare; ma all’arte possono appassionarsi tutti, in qualche modo è linguaggio universale dall’altissimo valore pedagogico, un disegno, una scultura – ve ne sono molte bellissime, sparse qua e là, possono risvegliare non solo la curiosità, ma anche la fantasia e l’ingegno di un giovane, qualunque sia la sua provenienza sociale e il suo livello di istruzione. L’arte è linguaggio per eccellenza universale, e idealmente parlato da tutti, non solo dall’artista che ad esso dà sempre di nuovo vita, ma anche dall’osservatore, sia esso concentrato o di passaggio. Ha diritto di essere ascoltato, per dir così, anche da chi non lo parla.

Bellissima poi una delle due mostre temporanee (l’altra, è dedicata a Ellis Island) allestite per i 250 della Dichiarazione d’indipendenza. È dedicata ad un artista che visse lungamente in Connecticut, ma di origine e formazione largamente spagnole, Francis Louis Mora. Ora, Mora, pittore, illustratore, maestro d’arte, fecondissimo genio creativo (nacque in Uruguay nel 1874, si spense a New York nel 1940), fu una figura centrale nell’arte americana del primo Novecento, con un eclettismo singolare: dall’impressionismo all’allegro colorismo della Belle Époque, dai nudi alle scene di genere, dalle marine ai ritratti di famiglia all’arte propagandistica. Non è noto in Europa quanto dovrebbe: fece da ponte per l’introduzione in America di stili e forme dei maestri classici spagnoli, Goya, Velazquez, e la tradizione del ritratto e della scena agreste, e seppe sempre variare e adattare la propria pittura alle esigenze del mercato e dei committenti. Singolare la notevole opera di propaganda nei manifesti che disegnò per appoggiare l’ingresso americano nella Prima guerra mondiale; singolare anche la produzione ritrattistica, che seguiva i canoni europei della Belle Époque, per l’appunto, conferendo loro tratti “spagnoli”, negli abiti e nelle pose. Non era particolarmente noto neanche negli Stati Uniti. Solo recentemente una vasta monografia lo ha riportato all’attenzione, il libro di Lynne Pauls Baron F. Luis Mora: America’s First Hispanic Master [1874–1940]. (Madison, CT; Falk Art Reference, 2008), che segue di un anno quello di Mary Elizabeth BooneVistas de España: American Views of Art and Life in Spain, 1860–1914 (New Haven: Yale University Press, 2007) che ha aperto la strada alla sua riscoperta.
Qui, nel quadro delle celebrazioni dei 250 anni, si vuol mettere in luce la carriera di successo di un emigrato di non ricchi natali – il padre Domingo, di origini catalane, era anch’egli scultore e insegnante d’arte – e sottolineare il relativo discorso dell’integrazione e dell’assimilazione personale, e familiare. Soprattutto, poi, si vuole sottolineare il rapporto fortissimo tra la cultura spagnola e quella americana, sempre instabile, incrinato allora per tanti aspetti ma non spezzato dalla guerra del 1898 che vide gli Stati Uniti umiliare la Spagna, e sottrarle l’ultima porzione di Impero, per renderla, da Panama alle Filippine, possedimento indiretto degli Usa. Mora costituisce un elemento d’unione, e mediazione, poiché l’Europa, dove viaggiò a lungo, da cui trasse a lungo ispirazione, fu sempre mescolata con temi e figure nordamericane, in una ibridazione degna di maggiori attenzioni, soprattutto ora che l’elemento ispanico è ormai quasi sempre affiancato a quello americano sulla scena pubblica, nella vita quotidiana, in tutto e per tutto, insomma; Mora si adoperò sempre per conciliare e affiancare i due mondi entrambi presenti in lui, attraverso un linguaggio composito, in parte sfuggente, e una produzione vastissima e per una quantità di committenti molto variegata.
Per questo non è certo solo da trattarsi come una “gloria locale” non tanto degli Usa, quanto del Connecticut dove visse a lungo. Alcune sue opere mostrano un’esuberanza, una vitalità impressionanti, e sarebbe bello presentarne un’antologia al pubblico italiano, soprattutto ora, che assistiamo da noi all’onda lunga (tanto attesa) della riscoperta anche dei “minori” nel quadro complesso e multiforme della Belle Époque per l’appunto.

Penso al vivissimo, affascinante ritratto di Jeanne Cartier, nelle collezioni di Yale, del 1916-17, un capolavoro nella resa della sorridente, vitalissima sensualità della Cartier, col sorriso allegro e il corpo sinuoso, un grande olio che non per nulla è stato collocato al centro della mostra. Ma anche ai vari ritratti della figlia, la sua unica figlia, raffigurata ora in modo patriottico, ora in modo intimistico, che diviene quasi un’ossessione per l’artista. Ma sono suggestive anche le matite, come il ritratto di soldati in guerra, o quello di un lavoratore, un operaio, con tutta la fierezza, la dignità e la dolcezza di un volto sofferente.
Moltissime delle opere vengono dalla collezione privata di Benjamin Ortiz e Victor P. Torchia jr., a testimonianza, ennesima, dell’importanza del collezionismo privato negli Usa per la conservazione e valorizzazione degli artisti, e non solo di quelli.
Lascio Bridgeport con gli occhi pieni di bellezza. Mora sa essere accattivante – ovvero ci rende prigionieri – anche ora, e sono lieto che lo abbia fatto nel mio caso: prima di questa mostra, di questa visita, non ne avevo mai sentito parlare. Ma naturalmente la sua produzione così varia mi ha spinto ad un doveroso, e piacevole approfondimento. Il semplice, essenziale catalogo che accompagna la mostra è della curatrice, Cynthia Roznoy, che insegna anche all’Università del Connecticut, ed è esperta di vaglia del modernismo americano…
Quanti mondi ancora da conoscere!

