Shabbat, il tempo della meraviglia: un viaggio tra riti, regole e tradizioni ebraiche. Mostra al MEIS di Ferrara

Dagli antichi candelieri alle sfide della tecnologia contemporanea, la mostra Shabbat Shalom racconta il significato del giorno sacro ebraico attraverso oggetti, rituali ed esperienze interattive. Un percorso capace di coniugare conoscenza e partecipazione, restituendo l’attualità di una tradizione millenaria.

MEIS – Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah 23.10.2026 – 07.02.2027 Ferrara

C’è un giorno della settimana che, nella tradizione ebraica, non si limita a interrompere il ritmo delle attività quotidiane, ma ne ridefinisce il significato. È lo Shabbat, il sabato consacrato al riposo, alla preghiera, alla convivialità e alla riscoperta del tempo condiviso. La mostra Shabbat Shalom, inaugurata l’11 di Cheshvan, invita a esplorare questo universo attraverso un percorso espositivo di dimensioni contenute ma ricco di spunti di riflessione. La sua importanza non risiede tanto nella quantità degli oggetti presentati, quanto nella capacità di metterli in relazione con le esperienze, le domande e la sensibilità dei visitatori.

Il progetto si distingue per la varietà dei livelli di lettura proposti. Gli adulti e i più giovani, così come le persone che non conoscono le pratiche religiose ebraiche, possono avvicinarsi ai contenuti secondo prospettive differenti. Ne emerge un’immagine dello Shabbat che supera la semplice osservanza rituale: è una giornata investita di una dignità particolare, celebrata dalla tradizione rabbinica anche attraverso la metafora della Regina, simbolo di splendore, santità e regalità, evocata dai maestri amoraim nel trattato talmudico.

La cerimonia inaugurale ha offerto riflessioni che avrebbero meritato di trovare spazio anche all’interno dell’allestimento, come introduzione al percorso. Gli interventi del presidente del MEIS, Guido Ottolenghi, del rav Benedetto Carucci Viterbi, di Fabrizio Bianchi, già ministro della Pubblica Istruzione, e del curatore Amedeo Spagnoletto hanno affrontato, da angolazioni diverse, il significato dello Shabbat per il popolo ebraico e la successiva diffusione del principio del riposo settimanale nelle altre grandi religioni monoteistiche.

La mostra, tuttavia, non ha bisogno di accumulare spiegazioni per rendere comprensibile la complessità del tema. Al contrario, uno dei suoi meriti principali consiste nell’evitare il sovraccarico informativo che spesso appesantisce le esposizioni dedicate ad argomenti specialistici. L’equilibrio tra rigore, divulgazione e intrattenimento favorisce una partecipazione attiva, nella quale la sorpresa diventa uno strumento di conoscenza.

Candele e candelieri. Fodo di David Palterer

Dalla luce delle candele alla tavola dello Shabbat

Il primo incontro con l’esposizione è affidato all’immagine stilizzata dei candelieri, rappresentati sul fondale grafico all’ingresso. La luce delle candele costituisce infatti uno dei segni più riconoscibili dell’inizio dello Shabbat nelle case ebraiche. A introdurre la dimensione storica e religiosa del percorso è una tavola settecentesca con i Dieci Comandamenti, proveniente da una sinagoga di Casale Monferrato. Il quarto comandamento, con l’invito a ricordare il giorno di sabato, richiama le radici bibliche di una ricorrenza che attraversa i secoli e continua a caratterizzare la vita ebraica.

Anche il modo di denominare i giorni della settimana esprime la centralità del sabato. Nella tradizione ebraica, infatti, essi sono identificati principalmente attraverso la loro posizione rispetto allo Shabbat: il primo giorno, rishon, è la domenica; seguono il secondo, il terzo e così via, fino al settimo. Questa scansione compare anche nelle formule iniziali dei ketubot, i contratti matrimoniali ebraici.

Candelieri Giudaici collezione di candelieri in argento. Produzione Pampaloni Argentieri (Firenze).
Design David Palterer, 2010.

La giornata comincia al tramonto, quando l’accensione delle candele introduce un tempo diverso da quello ordinario. La collezione permette di osservare una varietà di manufatti destinati a questo momento: candelieri in ottone, lampade sospese alimentate a olio, esemplari in ceramica e argento, modelli celebrativi e versioni pieghevoli pensate per essere trasportate durante i viaggi.

Gli oggetti non sono presentati soltanto come testimonianze di tecniche artigianali e sensibilità estetiche. Diventano piuttosto la porta d’accesso a gesti ripetuti di generazione in generazione. Un supporto interattivo consente inoltre di partecipare virtualmente al rito domestico, trasformando il visitatore da semplice osservatore in interlocutore dell’esposizione.

La dimensione familiare trova il suo momento più evidente nella tavola. Il concetto di oneg, il piacere che accompagna la celebrazione dello Shabbat, comprende anche il gusto del cibo e il valore della convivialità. La mostra si sofferma su due passaggi fondamentali del pasto rituale: il kiddush, la benedizione pronunciata sul vino, e il motzi, la benedizione sul pane, tradizionalmente rappresentato dalla challah, la treccia di pane che occupa un posto speciale nella tavola del sabato.

Le regole e le sfide della vita contemporanea

Lo Shabbat è anche un sistema articolato di norme che disciplina le attività consentite e quelle vietate. Le prescrizioni della Torah sono state approfondite e interpretate dalla tradizione rabbinica, che continua a confrontarsi con situazioni nuove, comprese quelle introdotte dall’evoluzione tecnologica.

È proprio in questo ambito che il percorso espositivo riesce a rendere particolarmente accessibile una materia complessa. Accanto agli oggetti tradizionali compaiono dispositivi legati alla vita domestica contemporanea: la plata, una piastra elettrica destinata a mantenere calde le vivande, il bollitore e altri apparecchi progettati per rispondere alle esigenze di chi osserva le norme dello Shabbat.

Anche un oggetto apparentemente ordinario come l’ascensore diventa occasione di approfondimento. Il suo funzionamento solleva interrogativi sull’attivazione dei dispositivi elettrici e sulle modalità con cui la tecnologia può essere utilizzata nel rispetto delle prescrizioni religiose.

Un pannello a scacchiera, corredato di sportellini da aprire, propone ai visitatori una sorta di quiz sulle questioni normative. Il gioco invita a distinguere tra comportamenti ammessi e proibiti, ma soprattutto a comprendere che dietro le singole regole esiste un sistema interpretativo complesso, nel quale contano le circostanze e le modalità concrete dell’azione.

Le limitazioni non riguardano soltanto l’uso degli strumenti. Anche camminare o trasportare oggetti può comportare restrizioni, secondo parametri che dipendono dal contesto e dalle condizioni previste dalla tradizione rabbinica. La distanza percorribile e la possibilità di spostare determinati oggetti sono questioni che acquistano un significato particolare nella configurazione degli spazi abitati.

Se nelle città antiche, spesso raccolte entro mura ben definite, il rapporto tra spazio pubblico e privato poteva apparire più facilmente delimitabile, gli insediamenti urbani contemporanei pongono problemi differenti. Le periferie si espandono, i quartieri si saldano tra loro e i confini diventano meno evidenti.

La mostra affronta questa difficoltà attraverso il caso ferrarese dell’eruv, un dispositivo simbolico e giuridico che, nel rispetto di specifiche condizioni, consente di considerare congiuntamente determinate aree ai fini di alcune norme sul trasporto durante lo Shabbat.

Il tema è approfondito anche nel catalogo che accompagna l’esposizione. Un episodio risalente al Settecento mostra come una pratica religiosa possa essere fraintesa quando viene interpretata al di fuori del proprio contesto. La vicenda dell’eruv ferrarese alimentò infatti l’accusa secondo cui gli ebrei avrebbero voluto acquistare «la città o l’aria di Ferrara». Un’espressione che rivela quanto facilmente una questione giuridica e religiosa possa trasformarsi in pregiudizio, quando la diversità è osservata senza gli strumenti necessari per comprenderla.

Le tavole della Legge. Foto di David Palterer

Il piacere del tempo condiviso

Lo Shabbat non è soltanto preghiera, studio e osservanza delle regole. Lo svago, la lettura e il gioco contribuiscono a costruire la dimensione affettiva della giornata, offrendo occasioni di incontro e di condivisione all’interno della famiglia.

Una sezione della mostra è dedicata proprio a questo aspetto. Su uno schermo scorrono sequenze cinematografiche nelle quali il sabato entra nella trama e diventa parte della rappresentazione della vita ebraica. Durante la visita, tra le scene proiettate compare anche un estratto di Sex and the City, testimonianza di come il tema sia presente persino nell’immaginario della cultura popolare.

Il passaggio dal gioco all’ultima sezione dell’esposizione avviene attraverso un corridoio immerso nell’oscurità. In fondo, tre stelle evocano il momento in cui lo Shabbat termina e la settimana ricomincia. È qui che il visitatore incontra la havdalah, la cerimonia che segna la separazione tra il tempo sacro del sabato e quello dei giorni ordinari.

Il rito prevede, tra gli altri elementi, l’accensione di una candela a più stoppini, la cui fiamma accompagna la benedizione del fuoco. La tradizione collega questo gesto alla figura di Adamo e alla scoperta del fuoco, conferendogli un significato che unisce memoria biblica e esperienza sensoriale.

In una vetrina sono esposti un calice e alcune torri di besamim, contenitori destinati alle essenze profumate utilizzate durante la cerimonia. Gli aromi contribuiscono a rendere più dolce il distacco dallo Shabbat, quasi a prolungarne la presenza attraverso il ricordo.

Gli oggetti esposti per la havdalah, realizzati in argento secondo progettazioni e lavorazioni contemporanee, suggeriscono un’ultima riflessione: la continuità di una tradizione non coincide con la sua immutabilità. Il patrimonio rituale viene trasmesso, reinterpretato e rinnovato attraverso la pratica, mantenendo un legame con il passato senza rinunciare al presente.

La conclusione del percorso è affidata proprio all’olfatto, il senso più strettamente connesso alla memoria degli aromi e dei luoghi. Prima di uscire, il visitatore può scegliere una fragranza da portare con sé. È un gesto semplice, ma particolarmente efficace: il ricordo della mostra non rimane confinato alle immagini e alle informazioni raccolte lungo il percorso, bensì si traduce in un’esperienza personale, destinata a riaffiorare nel tempo.

In questo finale si condensa uno dei messaggi più riusciti di Shabbat Shalom. Per comprendere una tradizione religiosa non basta conoscerne le prescrizioni o osservare gli oggetti che la rappresentano. Occorre avvicinarsi ai gesti, ai significati e alle emozioni che la rendono viva. La mostra riesce a farlo senza rinunciare alla precisione dei contenuti e senza trasformare la visita in una lezione. E restituisce così allo Shabbat la sua qualità più preziosa: quella di un tempo speciale, nel quale la vita quotidiana acquista un ritmo diverso e la relazione con gli altri, con la memoria e con il sacro trova uno spazio privilegiato.

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