Brescia ospita, a Palazzo Martinengo, una bella mostra, “Liberty. L’arte dell’Italia moderna”, visitabile fino al 14 giugno. Forse non tutta l’arte “dell’Italia moderna” si esaurisce nel liberty, ma certamente il movimento ne costituisce ampia porzione, soprattutto nei pochi anni a cavaliere tra Otto e Novecento. Moltissime le opere provenienti da collezioni private, cosa che rende la mostra particolarmente attraente, insieme alla commistione dei generi. Il “liberty” fu stile forse non del tutto autoctono – anzi, la presenza straniera è preponderante, si pensi solo agli austriaci o ancor prima ai preraffaelliti inglesi – ma certamente tale da toccare diversi ambiti; e tra le oltre cento opere assemblate qui, in un percorso tortuoso ma alla fine assai piacevole, si possono osservare manifesti pubblicitari, alcuni splendidi e rari, disegnati da artisti notevoli quali Carpanetto, Dudovich e Metlicovitz, e destinati alla più ampia diffusione; si passa poi alle fotografie, sperimentali e di diffusione lievemente più limitata (a parte quelle pubblicate su periodici), mobili vari, per giungere alle maioliche neo-classiche, raffinatissime del toscano Galileo Chini, destinate comunque alla riproduzione, anche se per un pubblico raffinato e benestante, e ampiamente presenti sul mercato anche oggi (a prezzi alti).

Senza contare i magnifici abiti. Insomma, una festa dell’opera d’arte “nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” per citare Walter Benjamin. E del lusso inteso come estremo – l’estrema raffinatezza del disegno, l’estrema sensualità dell’oggetto-soggetto principe di quest’arte, la donna – in un’epoca che in America fu detta, e a ragione, “dorata”, mentre la società era (a guardare bene) in un crisi fortissima, che sarebbe esplosa nella Prima guerra mondiale, di lì a poco. Mentre l’Italia viveva lacerata da mille problemi, sociali e politici: e val la pena di visitare questa mostra, nel 2026, per omaggiare un grande bresciano di cui nel 2026 cade il secondo centenario della nascita, Giuseppe Zanardelli, morto proprio in piena epoca “liberty”, nel 1903, e protagonista della stagione risorgimentale (una lapide lo ricorda vicino al palazzo, ove si rimarca la sua avversione per gli stranieri, che però ampiamente poi imposero “servaggio” non più certo alla politica, ma senz’altro alla cultura italiana).
Il catalogo, con una delle due splendide opere di Corcos in mostra, si deve agli ottimi curatori, Manuel Carrera, Davide Dotti e Anna Villari. Un unico appunto: forse i pannelli illustrativi delle otto sezioni avrebbero dovuto essere anche in lingua inglese. Ma ciò detto ci si immerge volentieri in questa vera e propria “industria culturale”, questo dolcissimo “stil nuovo”, ove la donna assorta lettrice, o assorta nel sogno, è assoluta protagonista, con una sala dedicata a Lyda Borelli, attrice del muto, futura moglie di Vittorio Cini, da cui ebbe lo sfortunato figlio Giorgio – cui è intitolata la prestigiosa Fondazione a San Giorgio Maggiore – nel 1918, l’anno in cui cessò la sua brevissima carriera artistica, che quasi coincise con gli anni della Grande Guerra. Una donna, questa dell’arte nuova, apparentemente solo splendida, sensuale, sinuosa, avviluppata nella morbida linea preraffaellita, elegantissima, svettante, spesso nobile, magari di origini ebraiche (come la contessa Lia Goldmann Clerici, del 1911, con splendidi occhi azzurri, idealtipo liberty anche per lo sfondo sempre su motivi azzurri, quasi una continuazione degli occhi, per l’appunto, della meravigliosa nobildonna). Tra l’altro quest’opera del 1911 in qualche modo si pone come sigillo ideale per il percorso storico della mostra. Il 1911 fu anno fondamentale per la storia italiana: l’inizio della guerra contro la Turchia per la conquista della Libia, che terminò il 18 ottobre 1912 dopo poco più di un anno con la vittoria; e la celebrazione, vastissima, dei primi cinquanta anni di unificazione. Dalle prime biennali veneziane – la prima, con oltre 200.000 visitatori, si tenne nel 1895, un anno prima delle prime olimpiadi dell’età moderna, in età di progresso ed esaltazione della “human agency” con pochi eguali, e tante illusioni – all’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino del 1902 e quella Nazionale di Belle Arti di Milano del 1906, per giungere a quella, piena di rettorica patriottarda a torto o a ragione esibita, che si tenne a Roma nel 1911 per celebrare il mezzo secolo di unità, e forse dare un alimento all’impresa libica, che iniziò a settembre, durante il terzultimo mese dell’Esposizione Internazionale.
La donna, dunque, è oggetto centrale nei dipinti in Corcos, Gaetano Previati, Plinio Nomellini, Ettore Tito, Amedeo Bocchi (che prolungò a lungo la stagione liberty, morendo nel 1976), Cesare Tallone (il savonese morì invece nel 1919, quando in qualche modo il liberty era ancora ben vivo) ma anche nelle sofisticate, multiprospettiche sculture in bronzo e in marmo di Edoardo Rubino, Leonardo Bistolfi e Libero Andreotti. Ma tutta questa femminilità “floreale” nasconde, quasi sempre – meno, forse, in Nomellini – o sembra nascondere i tratti dell’assenzio e dell’oppio, della “nevrastenia” come si diceva allora, o comunque di una affascinante, ma mortifera, esiziale morbosità, di una precarietà esistenziale che ben appare nei lacerti cinematografici discretamente mostrati che rappresentato un’estasiata, appassionata, straziata e straziante Lyda Borelli nel pieno dei languidi fremiti di (insoddisfatto, o mal soddisfatto) desiderio. Insomma, una donna attraente senz’altro, ma quasi letta con lenti alla Freud, spietate e intricate, e certamente, per noi, intriganti. “Donna: mistero senza fine bello!” cantava – e siamo sempre nel fatale 1911 – Guido Gozzano ne I colloqui. Da cui abbiamo preso anche la locuzione del nostro titolo, naturalmente: “uno sgomento indefinito” è quello che sembrano emanare queste silhouette dell’Art-Nouveau, immesse in un mercato vastissimo. Una vera e propria chicca il trittico di Giorgio Kienerk, fiorentino di origini svizzere, illustratore e figura tutta da rivalutare (nacque nel 1869, morì nel 1948). “L’enigma umano”, datato 1900, custodito a Pavia presso la Pinacoteca Malaspina (Kienerk dal 1905 e per trent’anni ricoprì il ruolo di direttore della Civica Scuola di Pittura di Pavia, è un trittico pieno di riferimenti rinascimentali, dal panneggio di colore diverso per ognuno delle pitture, alla grottesca ai piedi di della figura più tragica, quasi allegoria del silenzio e della caducità (col “cerchio della vita”, terribile allegoria, a farle da aureola). Un trittico infinitamente sensuale, e altrettanto inquietante, con bellissime fanciulle colte ora in serenità, ora in disperazione, preda di dubbi, e ubbie, che sembrano indicare un percorso che porta dalla gioia di vivere, tutta floreale, alla disperazione del silenzio: col silenzio, però, posto non alla fine del percorso, ma al suo centro. Una composizione di rara raffinatezza, formale e di pensiero, che sembra segnare il culmine dell’Arte Nuova. Una sottile reinterpretazione del rapporto sempiterno tra Amore e Morte. Nel mondo ligure, che è quello di chi scrive queste righe, egli è ricordato per il rapporto fondamentale che ebbe con Mario Novaro, e La Riviera Ligure, rivista fondamentale nella letteratura del primo Novecento. E una poesia di Novaro – dall’opera sua più nota, Murmuri ed echi, del 1912, potrebbe ben sigillare questa notevole mostra:
Così leggero il mistero delle cose!
(oh lacerato a sangue giovine cuore)
un campo d’erba e fiori
uno scampanio di festa in villa
un saluto profumato
della terra al navigante,
un’onda un mare
da nuotarvi insaziato…

