Bellezza che salva. La dignità umana nelle periferie, nelle sofferenze, nei migranti. Un libro di Don Domenico Poeta

Sono tanti racconti veri: esperienze, incontri, proposte volte ad accogliere e comprendere. Don Domenico Poeta da molti anni è impegnato nella difficile arte del dialogo costruttivo portato avanti alla luce del vangelo. Ora ha raccolto alcune di queste sue esperienze nel volume “Bellezza che salva” e insieme ai loro racconti propone meditazioni che coinvolgono il lettore: ricordano che non si tratta di casi strani, isolati, lontani. Ma di vite vissute da chi ci sta vicino, seppure venga da lontano: negli interrogativi che pone la lontananza quando si fa prossimità.

Come scrive Nicola Valente nella prefazione “Don Domenico ci mostra come la bellezza esista soprattutto negli incontri con le persone; seppur abbiano una storia triste, in alcuni casi drammatica, la bellezza si trova nel loro cambiamento, nel riconoscimento dei propri errori, nell’essere compresi dalle persone giuste e nella speranza di una vita migliore.  In un mondo in cui la frenesia e il caos sembrano governare le nostre giornate, l’autore ci invita a rallentare e a guardare con occhi nuovi tutto ciò che ci circonda e lo fa con racconti ed esperienze personali di un prete delle periferie esistenziali. Questo libro non è solo un’ode alla bellezza, ma un richiamo a riconoscerla e valorizzarla“.

Proponiamo al lettore, a mo’ di presentazione di questo libro, una sua pagina dedicata a uno dei più delicati problemi che emergono nell’incontro con le famiglie di coloro che giungono dal mondo islamico, e che riguarda il rapporto con un’altra religione, con una differente concezione del vivere sociale, con un tipo di relazione tra uomini e donne che a volte risulta di difficile comprensione.

 

LA SECONDA GENERAZIONE

da “Bellezza che salva” di Don Domenico Poeta

«Alcuni mesi fa venne alla casa dei migranti una giovane mamma algerina, Fatima. Chiedeva aiuto per le sue due figlie adolescenti di quindici e diciassette anni. Cinque anni prima fu imposto al papà di allontanarsi per violenze e adesso le famiglie di lui e di lei avevano lo sguardo fisso sulla giovane mamma, perché era ritenuta la responsabile della separazione e della conseguente degenerazione delle piccole.

«Le figlie avevano parlato con la mamma circa le usanze tradizionali del velo e del matrimonio con un non musulmano.

«Il problema del velo non era grave. Non lo avrebbero portato. Quello del matrimonio era grave perché avrebbe introdotto una novità inedita: molto probabilmente un non musulmano sarebbe entrato a far parte della famiglia che era stata ininterrottamente islamica da secoli. Con tutto quello che ne consegue: vacanze insieme prima del matrimonio, rapporti prematrimoniali, raffreddamento delle pratiche religiose, del ramadan, nell’osservanza dei precetti, ecc. Delle certezze trasmesse per secoli come granitiche si sarebbero sbriciolate nel breve arco di qualche anno e la naturale inquietudine femminile di quelle due ragazzine sarebbe bastata per smontare in breve un sistema che era durato per millenni. Da parte mia cercai di confortare la signora confermando che al 90% le ragazze avrebbero sposato un italiano. Questo fatto non sarebbe stato un impoverimento ma un arricchimento della loro fede purché non si fosse risolto in una sorta di indifferenza di ripiego.

«Le figlie della signora sono molto brave a scuola, sono molto apprezzate, educate e intelligenti. Hanno una moltitudine di ammiratori e non hanno ancora un fidanzato. Credo che il ritardo nei fidanzamenti sia dovuto proprio alle vicissitudini rocambolesche della famiglia: separazione difficile, violenze, cambiamento di cultura, di lingua, di abitazione, di scuola, ecc.  La mamma mi domandò come fare da lì in poi. Le risposi che, se l’Islam è una fede il suo compito, come buona madre, non sarebbe stato certamente quello di riportare le ragazze verso la forma religiosa dei genitori e dei nonni che, d’altra parte, non avevano mai conosciuto. Il compito di una buona madre credente sarebbe stato quello di mostrare il valore della fede come incontro personale con Dio. Incontro interiore, relazionale, capace di scaricarsi sulla realtà con domande e risposte sempre attive, attuali, contemporanee, in presa diretta con la vita reale, non necessariamente legate alle forme esteriori del passato, come il velo, il patriarcato o, peggio ancora, una serie di divieti e di leggi che nulla hanno a che vedere con Dio. Ogni sura del Corano si apre con l’espressione: “Nel nome di Dio clemente, misericordioso”.  Non possiamo trasformare quel Dio misericordioso, amore, in un codice di divieti e di doveri che nessuno vorrebbe augurarsi. L’Islam è troppo arabo per essere una proposta universale, nel mondo globale. Il cristianesimo è troppo europeo per essere una proposta universale. Il buddhismo è troppo asiatico. Il marxismo è troppo Karl Marx per essere universale. Si tratta di trovare una incarnazione della fede inesorabilmente contemporanea.

«Dalla religione alla fede. E’ questo il passaggio richiesto alle religioni. Eppure, il fondamentalismo sia laico che religioso ci ha rigettati tutti in una cristallizzazione del passato che poi esplode ovunque a contatto con il mondo globale, come stava accadendo in questa piccola famiglia di provincia, con un semplice passaggio generazionale. A guardar bene la maledizione non sono le vecchie religioni o la secolarizzazione. La maledizione è che nell’umanità mondializzata spesso preferiamo l’indifferenza alla fede. Il fondamentalismo al dialogo. Il divertimento individuale alla cura. L’oblio alle domande vere della vita.  Come sempre il non pensare, il non credere a nulla, il non accorgersi di nulla, non vedere nulla, il non confrontarci con la realtà, il non leggere nulla di tutto quello che ci circonda, porta inevitabilmente ad un’alienazione.

«Fatima concluse con una proposta significativa: ci saremmo incontrati più volte con le ragazze per delle attività con i giovani del paese.  Le due giovani figlie della signora hanno apprezzato. Credo che siano entrate a far parte di un’umanità nuova.»

 

Il libro Bellezza che salva è presentato sabato 23 maggio 2026 alle ore 16,00, nella Sala capitolare di Monticiano (SI) con un excursus sulle migrazioni contemporanee e sulle buone pratiche dell’accoglienza.

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