Contro la tirannia genovese: Pasquale Paoli dalla ribellione corsa all’esilio inglese

In un secolo, il Settecento, che – plurale, cosmopolita e dalla cultura sovra-nazionale – non ebbe mai a conoscere il nazionalismo, quest’ultimo fu presente solo in Corsica. A incarnarne lo spirito, fu il militare e uomo politico Pasquale Paoli (1725-1807), considerato tuttora dai corsi un padre della patria e un eroe nazionale. Secondogenito di Giacinto, che già aveva guidato i ribelli corsi, contro il dominio della Repubblica di Genova, Pasquale lo seguì in esilio, nel 1738, combattendo con onore nell’esercito del Regno di Napoli, al tempo del Cardinale Althan durante gli ultimi anni del Viceregno austriaco. Fece, proprio a Napoli, i suoi studi, e seguì tra l’altro le lezioni dell’abate Antonio Genovesi (1713-1769), seguace del newtonianesimo inglese e della alleanza scienza-fede, allora docente di meccanica e commercio (la cattedra per lui istituita dal mercante fiorentino e diplomatico di indirizzo galileiano Bartolomeo Intieri, giunto a Napoli nel crepuscolo del Seicento).

Paoli ritornò in Corsica alla fine di aprile del 1755, e divenne comandante in capo delle forze ribelli, con il grado di generale della nazione corsa. A novembre, venne proclamata l’indipendenza della Corsica, che si dotò di una sua carta costituzionale, di un proprio sistema amministrativo, giudiziario e militare. Con una serie di attacchi mirati, i genovesi furono cacciati, da tutta l’isola, ad eccezione delle città costiere. A quel punto, Paoli si volse a riorganizzare la forma di governo, attuando varie riforme, ispirate ai principi dell’Illuminismo europeo. A Corte, fu fondata una Università, ove le lezioni venivano tenute in italiano.

Nel 1767, anche la Capraia venne strappata al controllo di Genova. La Repubblica ligure, sempre più in crisi, si trovò costretta a cedere i diritti sulla Corsica – diritti che Paoli non riconosceva, simbolo, ai suoi occhi, solo di oppressione e dispotismo – alla Francia luigiana. Questa invase la Corsica, al fine di farne un possedimento di Re Luigi XV. Intanto, Paoli si era guadagnato la stima e la considerazione di molti philosophes – Voltaire, Raynal, Diderot e Mably – combattendo contro gli invasori. Sconfitto, nel 1769, dalle più numerose forze del Conte di Vaux, fu costretto a riparare in Inghilterra. Qui entrò in contatto con i circoli culturali ed accademici dei Lumi britannici, partecipando alla vita di società, nella capitale del Regno Unito, ed entrando in Massoneria: la Loggia londinese Le Nove Muse lo accolse, tra le proprie fila, il 15 giugno del 1778. Fu l’inizio di un brillante itinerario, tra i Figli della Vedova: Paoli completò il suo cammino iniziatico nel mondo latomistico di Londra – una Libera muratoria d’indirizzo moderato e latitudinario, tollerante e newtoniano – arrivando al fino al 33º grado del Rito scozzese.

Nel 1789, il corso si portò in Francia ed a Parigi ottenne, dall’Assemblea Costituente, il permesso di tornare in patria, come generale dell’esercito. Nel 1790 fu di nuovo nella capitale francese. Il viaggio dalla Corsica a Parigi fu una autentica marcia trionfale, accolto, con stima affettuosa, da Lafayette e – il 22 aprile – ricevuto, con tutti gli onori, dall’Assemblea Nazionale. Paoli rimase in Francia quasi quattro anni. Nel 1793, dopo avere preso parte alla fallita invasione della Sardegna – temeva da sempre colpi di mano anglo-piemontesi sulla Corsica – e disgustato dagli eccessi giacobini del Terrore di Robespierre, Paoli andò nuovamente in esilio, nell’amata Londra. Vi si ritirò e morì, nel 1807, figlio di un tempo che apparteneva ormai al passato, testimone fra l’altro della Rivoluzione industriale. Alla scomparsa, venne sepolto nel cimitero della chiesa anglo-cattolica di San Pancras Old Church, nel sobborgo londinese di Camden, e solo alla fine del XIX secolo le sue spoglie mortali tornarono in Corsica.

Paoli fu assai apprezzato nel mondo anglofono del Settecento. L’associazione americana dei Sons of Liberty nacque, nel 1765, anche ispirandosi a lui. Tre anni più tardi, sempre sul suolo dei futuri Stati Uniti, l’editore del New York Journal lo descrisse come un grande uomo sulla Terra. La fortuna di Paoli nell’America del secondo e tardo XVIII secolo fu particolarmente viva in Pennsylvania. Nel linguaggio dei Founding Fathers, al tempo della Guerra d’Indipendenza (1776-1783), le sue battaglie contro i genovesi vennero tradotte nel racconto di quelle dei coloni d’oltremare, contro gli inglesi. Minore forse fu l’eco italiana del suo nome, comunque presente in quanti, come l’Alfieri dell’Ode seconda delle Rime (1776), lottavano idealmente contro la tirannide.

A partire dal maggio 1769, a fare da tramite, fra la Corsica e l’Inghilterra, era il porto di Livorno, con moltissime presenze di navi e diplomatici britannici. Paoli vi si appoggiò, più di una volta, accolto, sempre, da elogi politici e moti di simpatia. Questi furono condivisi anche dai ministri e savants della corte granducale lorenese, almeno sino al riavvicinamento tra Asburgo e Borbonici. Riservato, accorto e prudente, quando si trovava fuori dai confini patrii, in Toscana e Gran Bretagna Paoli fu assai stimato e tenuto in alta considerazione. Lo attestano le pagine del quarto volume della Istoria di Corsica edito a Firenze nel 1772 da Cambiagi: un libro illuministico, incarnazione di quei piani di riforma perseguiti da tanti, tantissimi enciclopedisti del Settecento, nel Granducato e non soltanto. Paoli non era solo un uomo d’arme e d’azione, ma altresì un’anima contemplativa, amante dello studio e della lettura. Filantropo generoso, aiutò ogni volta i compatrioti esuli, in Inghilterra ed Europa. Davvero un uomo del secolo XVIII, da tutti i punti di vista.

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