Insieme a Sébastien de Vauban, il giurista di indirizzo giansenista Pierre de Boisguilbert (1646-1714) fu uno dei maggiori economisti francesi della prima età moderna, tra i primi ad elevare la stessa economia a scienza. Nato a Rouen, oppositore del mercantilismo e precursore dei fisiocratici del XVIII secolo, Boisguilbert fu uno degli inventori della nozione di mercato economico, e si dedicò a questioni di scienze agrarie e alla riqualificazione del mondo rurale. Avversario di Colbert, avanzò varie proposte di riforma, che, troppo in anticipo sui tempo, gli fruttarono tuttavia solo l’esilio in Alvernia.
Venuto al mondo in una famiglia dell’antica nobiltà di Normandia, Boisguilbert fece studi classici nella natia Rouen, prima di passare alle scuole di Port-Royal, ove coltivò logica, fisica e geometria, e di entrare come magistrato e quindi giudice a Montivilliers, nei pressi di Le Havre (1690). Tra i suoi scritti principali, sono da annoverare Le détail de la France (1696), Le factum de la France (1705-1707, poi stampato anonimo nel 1712, come Testament politique) e forse una Dîme royale a lui attribuita. In queste opere, è contenuta una rappresentazione delle condizioni politiche e istituzionali della Francia sotto il regime assolutista del Re Sole, con anche utili indicazioni di carattere demografico, nonché soprattutto un quadro perspicuo delle condizioni economiche della monarchia luigiana nella cruciale fase di passaggio dal XVII al XVIII secolo. A tutti gli effetti le opere di Boisguilbert segnano la nascita in Francia dell’economia politica moderna, coltivata con procedure tecniche razionali e scientifiche, geometriche e illuministiche (in anticipo su Quesnay e Mirabeau).
Sotto il profilo istituzionale, la posizione di Boisguilbert gli garantiva un ruolo di leadership che il magistrato francese sfruttò per compiere accurate analisi delle condizioni di vita economica, in realtà locali e provinciali, lontane dunque dal centro del potere (Parigi e Versailles). Il suo sguardo si posò, in particolare, sul mondo agricolo e mercantile, nella fattispecie nell’area di Rouen. Boisguilbert studiò, a fondo, le condizioni di povertà e miseria dei contadini. Dal suo Détail de la France soprattutto emergeva un quadro di generale rovina dei ceti produttivi francesi, dovuta a dazi e a gabelle eccessive. A cuore gli stava la salute del paese e Boisguilbert riteneva che il mercantilismo colbertiano non fosse una reale soluzione dei problemi, ma un’ulteriore causa di essi. Gli scambi commerciali erano in sofferenza, ed il denaro concentrato nelle mani di pochi, che non rappresentavano la totalità della nazione. Il solo rimedio era agli occhi di Boisguilbert quello di ridurre e riorganizzare il sistema delle imposte, per far ripartire i consumi e la produzione economica dello Stato. Le ragioni di quest’ultimo – beninteso, Boisguilbert non è certo un antesignano dell’ultra-liberismo o del turbo-capitalismo contemporanei – si potevano conciliare con una maggiore libertà di traffici e circolazione monetaria, nell’interesse comune. Pubblico e privato potevano funzionare, insieme. Una lezione per l’oggi.
Boisguilbert propose, pertanto, un nuovo modello di tassazione nel Factum de la France, al quale lavorò soprattutto nel 1706. Si trattava di un riassunto conciso ma efficace delle sue idee, economiche e politiche, su proprietà e tasse. Lo stile dell’opera rinunciava volutamente all’eleganza della prosa francese dell’epoca, in favore di un linguaggio asciutto e privo di orpelli, con note ed osservazioni precise e dettagliate. Il libro fu letto e discusso, tra gli altri, da Saint-Simon, dal Conte di Pontchartrain e da Michel de Chamillart. Gli esperimenti sociali ed economici proposti da Boisguilbert erano, peraltro, difficilmente realizzabili nella Francia a lui coeva. Il rischio del collasso militare (con la Guerra della Lega di Augusta prima e quella di Successione spagnola subito dopo) e finanziario (come attesta l’ambizioso ma fallimentare piano liberista di risanamento del debito pubblico avviato in Francia all’inizio del secolo XVIII dallo scozzese John Law) erano dietro l’angolo.
Dopo il 1707, Boisguilbert lavorò a un Supplément au Détail de la France, in cui integrava e correggeva il precedente testo. Questa volta il riscontro fu ancora peggiore e l’opera, condannata dalle autorità parigine, gli costò sei mesi di esilio, in Alvernia. Alla fine del 1710, il controllore generale delle finanze Nicolas Desmarets (1648-1721) stabilì un nuovo sistema di tassazione, diretta e indiretta, che in parte almeno accoglieva alcuni dei suggerimenti di Boisguilbert, entro comunque i quadri gerarchici e piramidali, cetuali e corporativi, dello Stato centrale francese. In qualche modo, nondimeno, riforme e assolutismo regio avevano dimostrato concretamente di potersi confrontare e parzialmente incontrare in sede progettuale.
Una fortuna migliore le idee del magistrato di Rouen incontrarono negli antichi Stati italiani nella seconda metà del Settecento, lungo tutto lo stivale. Boisguilbert fu infatti autore influente, per gli illuministi della nostra penisola, in particolare per quelli della scuola lombarda e napoletana, protagonisti, nel corso del XVIII secolo, dei vivaci dibattiti culturali sulla riforma dell’economia e della fiscalità. Le critiche di Boisguilbert al protezionismo, infatti, ispirarono nella Milano austriaca Pietro Verri – che lo citò, nelle sue Riflessioni sulle leggi (1769) – ed il massone partenopeo Gaetano Filangieri, la cui concezione di un ordine naturale dell’economia riprendeva i principi boisguilbertiani. Questi ultimi, dopo la grave carestia del 1764, ispirarono, altresì, le discussioni italiane settecentesche sul commercio dei grani, portate avanti a Napoli dall’abate Genovesi (applicando alla sfera economico-produttiva i metodi e criteri della scienza newtoniana inglese) ed ancora di più, nella Firenze granducale, da Giovanni Fabbroni, chimico e fisico, naturalista e geologo, mineralogista e viaggiatore in Inghilterra (tra il 1778 e il 1779), fondatore assieme al ligure Carlo Amoretti della moderna agronomia. Per accogliere le proposte e idee riformiste di Boisguilbert occorreva tuttavia uno Stato forte e illuminato, come quello asburgico-lorenese, per il quale Fabbroni lavorò in veste di funzionario tra Sette e Ottocento. Fra l’altro, non solo Boisguilbert, ma anche il Véron de Forbonnais degli Elemens du commerce (stampati a Leida da David, Briasson e Le Breton, nel 1754) e dei Principes et observations oeconomiques (editi ad Amsterdam, nel 1767, da Rey in due tomi) influenzò le iniziative fabbroniane in riva all’Arno.
Con Boisguilbert, Forbonnais e Fabbroni, quindi dalla fine del Seicento francese sino agli anni di Napoleone, fu tangibilmente dimostrato che, attraverso il medium storico-politico dell’assolutismo illuminato e del riformismo dall’alto, lo Stato da una parte e l’economia mercantile legata a commerci e traffici dall’altra non dovevano necessariamente escludersi a vicenda. Una lezione che conserva, ancora oggi, tutta la sua attualità.

Davide Arecco è Ricercatore e docente di Storia della
scienza e della tecnica presso l’Università degli Studi di Genova. Ha al
suo attivo numerosissime pubblicazioni e si occupa, in prevalenza, di
storia della cultura medievale e moderna, in Europa e nei contesti
atlantici, da un punto di vista geografico-spaziale e
socio-intellettuale, con particolare attenzione verso la vita di eruditi
ed accademici e il nesso storico esplorazioni-cartografia-arche

