Volti, stravolti. “Damnatio Figurae” a Padova

Non recidere, forbice, quel volto, / solo nella memoria che si sfolla, /non far del suo grande viso in ascolto/ la mia nebbia di sempre.” Così Eugenio Montale, ne “Le occasioni”, in un 1937 che ci pare ora, naturalmente, storicamente – idealmente forse –, così lontano. Una singolare, affascinante mostra patavina, presso l’ex-chiesa di Sant’Agnese, a un passo da ponte Molino, ci porta a immergerci nella variegata galassia dell’arte contemporanea, sul tema – così arduo, così terrificante – del volto, dei volti trasfigurati, storpiati e scempiati, bruttati e deformati, insomma, dei volti stravolti così come sono rappresentati dal fior fiore degli artisti contemporanei. Tema sommamente profano – ma con tutta la sacralità legata al “volto dei volti”, ovvero il volto di Cristo, che l’arte ci restituisce da sempre in infinite forme legate solitamente al bello, alla devozione che il ritratto divino ispira. Mentre il contemporaneo, si sa, se da un lato saccheggia, dall’altro altera il Sacro, restituendo peraltro una forma di sacralità non necessariamente profana (o per un usare un giuoco di parole, dissacrante) ai volti veri: quella che la malattia e la morte e la decomposizione stravolgono, volgendoli in mostruosità. Ma non solo la malattia. Le privazioni. Le guerre. Infiniti sacchi bianchi ci hanno fortunatamente risparmiato i volti dei bimbi e degli uomini e delle donne di Gaza deturpati, scempiati dalle bombe e dalle pallottole; la censura ha fatto lo stesso per le vittime del terrorismo selvaggio di Hamas del 7 ottobre. Non abbiamo tracce – se non qualcuna, grafica e letteraria – delle devastazioni apportate ai volti – anche ai volti – di un altro 7 ottobre, quello del 1571, il giorno della battaglia di Lepanto. Volti coperti da elmi, peraltro, come ci ricorda il dipinto di Manolo Valdés qui esposto (ma molto si è cimentato l’artista valenziano sul tema, si sa). Il 7 ottobre si commemora una santa martire, Santa Giustina. Il suo volto rimase intatto, nel martirio. Venne trafitta ad un fianco. Non è una citazione casuale, la mia, parlando di un evento patavino; e di un evento che ha avuto luogo esso stesso in una ex-chiesa il cui volto venne anch’esso, nei secoli, stravolto – Sant’Agnese ad un certo punto nel Novecento fu anche un garage – per diventare, attraverso una lunga storia, narrata nell’ipogeo, parte integrante del complesso, e imprescindibile – una sede della Fondazione Alberto Peruzzo, che generosamente offre allo sguardo di tutti (l’ingresso è gratuito) una teoria di capolavori, nel segno “misterico” di Kounellis: come indicano nel micro-catalogo (piccolo, gratuito, ma bilingue) e all’ingresso della mostra gli organizzatori, “l’idea della mostra nasce dalla contemplazione dell’opera ‘Senza titolo’ di Jannis Kounellis, che allude a una crocifissione e alla sofferenza, ma senza presentare il corpo di Cristo. L’artista qui attua una “poetica del segreto”, del mistero delle cose. Verso la drammaturgia e la teatralità, dove anche l’assenza della figura – con il suo richiamo -, è potente e tragica.”

“Leonelle d’Ohro” di Thorsten Brinkmann. Foto di P.L. Bernardini

Così, abilmente disposte in spazi ridotti ma funzionali, le opere ci indicano un percorso di possibile alterazione (e ricomposizione, nella seconda sezione) del volto umano, attraverso rappresentazioni deformanti, anche, tradizionalmente, attraverso la maschera, nel segno della civiltà veneziana che molto ci ha insegnato su travestimenti e dissimulazioni – e si legga il breve, acutissimo saggio di un allievo veneto di Foucault, Alessandro Fontana, “Venezia. La civiltà delle maschere”, che Scripta pubblicò nel 2015, per capirne – e saperne – di più. Sono 42 immagini sparse tra navata e sacrestia, che suscitano riflessioni diverse. Gli incappucciati – condannati a morte, trasportati in luoghi segreti e tenebrosi senza che possano vedere il percorso che compiono, torturati, forse, in modo che il volto nascosto alla vista venga deturpato per sempre – come in “Leonelle d’Ohro” di Thorsten Brinkmann, l’artista tedesco classe 1971, residente ad Amburgo essa stessa città potentemente sfigurata nella Seconda Guerra mondiale, come Sebald compianto ben ci ha narrato (Brinkmann è presente alla mostra con quattro opere, una più intrigante, ed inquietante, dell’altra). Nella navata trionfa il volto deformato e senza tratti riconoscibili, anche scultoreo, come nella potentissima “CinderElla” di Aron Demetz, un bronzo di due metri e venti d’altezza, una figura femminile che pare mummificata, come del resto l’altra scultura dello stesso autore, “Advanced Minorities”. L’artista di Bolzano, di un anno più giovane rispetto a Brinkmann, è anch’egli presente con quattro opere, capolavori dello stravolgimento del corpo, della mummificazione artistica che ci dice qual sarebbe alla fine il destino anche del nostro corpo, se come antichi faraoni fossimo sottratti alla decomposizione, o alla cremazione, che annulla il volto nel corpo, e viceversa, non lasciando spazio, forse, per alcuna creazione artistica, per alcuna invenzione.

Meno conturbante, addirittura rilassante il passaggio nella sacrestia, con in mezzo il calciobalilla infinito di Cattelan, la sua prima, celebre installazione, che ci si domanda cosa ci faccia se non si riflette sul fatto che i calciatori di plastica, azzurri e rossi, hanno anch’essi un volto, identico, spettrale, privo di emozioni (e di modalità per esprimerle) come soldati di “Metropolis” di Lang, di “Guerre stellari”, assorbiti del tutto nella loro funzione, senza braccia ma coi piedi uniti: non devono far altro che calciare la pallina. Andy Warhol che ritrae la regina Elisabetta nel celeberrimo ritratto del 1985, Enzo Fiore che quarant’anni dopo ritrae Warhol stesso, quasi per antitesi; poi Chia, Paladino, Botero, persino Max Ernst che ci ricorda che “Homo bulla est”. Insomma, una piccola mostra che apre tantissime prospettive, una riflessione, per usare l’espressione dei curatori, “sulla forza evocativa dell’immagine” quando c’è di mezzo un volto, per l’appunto, celato, sfigurato, truccato, composto o scomposto, vivo o morto, irreale. Da quando la “figura” è soggetta a “damnatio”? Difficile dirlo, forse da sempre, dai marchi d’infamia antichi, alla pena naturale del vaiolo, alla lettera scarlatta del capolavoro di Hawthorne.

D’altra parte, alla fine, “Seul le visage est notre royaume,/ Son jour traverse nos nuits”, scrive Andrée Chedid (Seul, le visage), come ci ricorda la storia del diritto romano Sara Galeotti di Roma Tre, in un bellissimo saggio sul volto sfigurato per legge, “ ‘In eius facie scribatur’: il volto e la pena nell’antichità greco-romana” pubblicato sui “Quaderni lupiensi” dell’Università del Salento e liberamente consultabile online. Ove si cita una frase di Emmanuel Lévinas assai utile come viatico per questa straordinaria mostra: “un viso non si risolve nella somma delle sue componenti anatomiche” (ed utile accompagnamento è anche il saggio di riferimento anche per questa citazione, di François Flahault, allievo di Roland Barthes e di Jean Laplanche, “De la face au visage”, in “Les cahiers de médiologie”, 15, 2003”, ma si potrebbe anche fare riferimento al volume sul soggetto dell’intelligente antropologo francese, direttore di ricerca emerito al CNRS, “Face à face: essai sur le visage et le regard”, pubblicato da Plon nel 1989. Tutti i suoi scritti sono molto belli e stimolanti, e mostrano come l’antropologia abbia – se opportunamente ibridata con altre discipline – ancora molto da dire.

Per finire: una mostra che consacra la Fondazione Alberto Peruzzo, che ha sede a Sant’Agnese, per il suo decennale, perla non poco luminosa nella beata città di Padova, per Shakespeare (o chi per esso), “fair” e “nursery of the arts”; che fra antiche, antichissime e moderne e contemporanee dui gemme ne contiene molte davvero.

Torna in alto