Stiamo andando verso la guerra ma, per fermarla, non bastano i buoni sentimenti

Per la prima volta, da ottant’anni a questa parte, gli europei cominciano a temere lo scoppio di un conflitto che potrebbe coinvolgerli. Per gli animi insensibili ai bombardamenti russi in Ucraina o ai massacri israeliani a Gaza, è sufficiente fare il pieno per l’auto, a prezzi schizzati in alto, per capire che l’indifferenza e il cinismo non ci proteggono più perché il fronte si è allargato fino a casa nostra. Non c’è nulla di ineluttabile nella storia umana ma servono grandi leader politici che, oltre ad avere una visione globale, siano in grado di fare scelte adeguate e, purtroppo, non sembra ce ne siano molti in giro. L’ultimo saggio di Manlio Graziano ha l’ambizione di sviscerare i meccanismi attraverso i quali si giunge alla guerra, smontando e analizzando le cause profonde e i processi che conducono a essa: perché solo individuando e conoscendo questi meccanismi si può pensare di potersene difendere.

Graziano è un analista geopolitico che è stato docente alla Paris School of International Affairs di SciencesPo. Oggi insegna all’Università Bicocca di Milano, collabora con il Corriere della Sera e dirige il Nicholas Spykman International Center for Geopolitical Analysis. È uno dei pochi commentatori italiani che non si perde nelle nebbie dell’accademia e va sempre dritto al punto, argomentando in modo puntiglioso e documentato le sue tesi. Il suo tono può, a volte, suonare sgradevole come lo è quello del medico che informa il paziente della presenza di un cancro in fase avanzata. Non è il medico a essere responsabile del tumore, come non è colpa dell’analista se la situazione mondiale rischia di scivolare verso un conflitto.  Graziano spiega che «la guerra non è una maledizione eterna scagliata da un dio vendicativo sulla testa dell’umanità. È un prodotto storico, relativamente recente se confrontato con la lunga traiettoria della nostra specie sulla Terra. Se c’è stato un tempo in cui non esisteva, siamo autorizzati a pensare che arriverà il giorno in cui non esisterà più. Ma per poter raggiungere quel traguardo è indispensabile guardare in faccia la realtà e studiarla per ciò che è, per quanto orrenda, non per ciò che vorremmo fosse».

Si vis pacem ….

La vulgata popolare afferma che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa ha conosciuto una lunga stagione di pace e prosperità ma in altre aree geografiche le cose sono andate in modo molto diverso. Negli anni successivi alla scomparsa dell’URSS non c’erano elementi per affermare che la guerra fosse ormai un oggetto del passato: nuovi conflitti internazionali sono infatti esplosi in Iraq, Armenia, Azerbaijan, Zaire, Eritrea, Etiopia. Paesi come la Jugoslavia, la Somalia, l’Afghanistan, il Tagikistan, l’Algeria, la Georgia, lo Sri Lanka, la Sierra Leone, la Liberia, il Sudan, Gibuti, il Rwanda, il Burundi e il Congo sono stati martoriati da devastanti guerre civili, con uno strascico di milioni di vittime. In precedenza, molte delle tensioni nel mondo erano state tenute relativamente sotto controllo grazie a un equilibrio internazionale mutuamente vantaggioso per Washington e Mosca: gli Stati Uniti garantivano alla Russia un’estensione territoriale e un’influenza globale senza precedenti, e la Russia garantiva agli Stati Uniti la divisione dell’Europa, dove si trovavano i reali concorrenti dell’America; certo, le due superpotenze hanno continuato ad affrontarsi indirettamente per tutto il periodo della guerra fredda, soprattutto in Asia, ma mai al punto di rischiare un conflitto diretto.

L’autore ritiene che «due eventi in particolare hanno accelerato il deterioramento delle relazioni internazionali: l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 e la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca nel novembre 2024». Se vi si aggiungono la crisi dei rifugiati del 2015, lo shock della pandemia e il marcato rallentamento della crescita cinese, si ha un quadro sufficientemente completo dell’incertezza generalizzata in cui è precipitato il mondo».  È quindi comprensibile perché il coro di chi annuncia la guerra prossima ventura si sia fatto via via più insistente e nutrito. Tutti, naturalmente, la vogliono evitare, ma al tempo stesso tutti ne accelerano i preparativi perché, si sa, si vis pacem, para bellum (Se vuoi la pace, devi prepararti alla guerra), come dice l’antico proverbio latino». Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha affermato che «è ora di passare a una mentalità da tempo di guerra»; nello stesso senso si erano espressi diversi ministri della Difesa europei, tra cui il tedesco Boris Pistorius («Dobbiamo abituarci di nuovo all’idea che il pericolo di una guerra possa minacciare l’Europa») e lo svedese Carl-Oskar Bohlin («Una guerra è possibile… Ognuno deve prepararvisi mentalmente»), cui si era aggiunto l’allora presidente del Consiglio europeo Charles Michel («La Terza guerra mondiale è possibile»).

Possiamo sperare che le menti migliori del continente si risveglino dal torpore e agiscano per far trionfare la sanità mentale ed evitare il baratro che abbiamo di fronte. Le cose non andarono però in questo modo ai tempi della Prima guerra mondiale, quando le élite intellettuali europee avevano salutato la partecipazione al conflitto dei loro Paesi ancor prima che iniziasse. «Lo prova meglio di chiunque altro -riporta Graziano- un insospettabile dottor Sigmund Freud, autore di una lettera due giorni prima della dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia, in cui scriveva: “Forse per la prima volta in trent’anni mi sento austriaco… Tutta la mia libido è dedicata all’Austria-Ungheria”. L’8 agosto 1914, cinque giorni appena dopo l’entrata della Francia nel conflitto, il filosofo Henri Bergson apriva la seduta dell’Accademia delle scienze morali e politiche dichiarando che “la lotta intrapresa contro la Germania è la lotta stessa della civiltà contro la barbarie», aggiungendo che “un semplice dovere scientifico” gli imponeva di indicare “nella brutalità e nel cinismo della Germania, nel suo disprezzo di ogni giustizia e di ogni verità una regressione allo stato selvaggio”.  A settembre, mentre gli storici di Oxford pubblicavano un testo patriottico dal titolo Why We Are at War (“Perché siamo in guerra”), eminenti scrittori del calibro di Herbert G. Wells, Arthur Conan Doyle, Rudyard Kipling nonché i direttori dei principali giornali entravano a far parte del War Propaganda Bureau, appena costituito dal governo».

Magari, le catastrofi delle guerre precedenti possono insegnarci a evitare i pericoli che si addensano all’orizzonte. Graziano, però, non ci fornisce particolari motivi di ottimismo quando ci ricorda che «la ragione principale per cui non impariamo mai nulla dalla storia è che la coscienza (o, più spesso, la falsa coscienza) degli individui e delle masse è molto più determinata dalle loro condizioni materiali e dalla percezione psicologica che ne hanno che dalla loro cultura, dalla loro educazione e dalle loro conoscenze». Nel corso dell’Ottocento, la Germania aveva prodotto, per quantità e qualità, più filosofi, economisti, teorici politici, poeti e musicisti di qualunque altro Paese al mondo; alla vigilia della Prima guerra mondiale, i tedeschi erano di gran lunga il popolo più istruito, se è vero che, alla visita di leva del 1913, erano risultati analfabeti il 33 per cento degli italiani, il 22 per cento degli austro-ungarici e il 6,8 per cento dei francesi, ma solo lo 0,1 per cento delle reclute tedesche. Ma tutto quel bagaglio di cultura e di conoscenze non impedì ai tedeschi di votare in massa per Hitler meno di due decenni più tardi e poi accettare passivamente – quando non praticare attivamente – lo sterminio di sei milioni di ebrei.

Potenza egemone e potenza emergente

A partire da Montesquieu, diversi pensatori hanno teorizzato (uno degli ultimi è stato Norman Angell all’inizio del XX secolo) che due Paesi con intensi scambi economici, reciprocamente convenienti, non impugneranno mai le armi l’uno contro l’altro. Purtroppo, proprio lo scoppio della Prima guerra mondiale dimostra che questo non è vero. Oggi nel mondo si confrontano due grandi potenze, gli Stati Uniti e la Cina, che hanno intensi rapporti commerciali ma una dinamica di crescita molto diversificata. Grazie alla globalizzazione, tra il 1980 e il 2024, il peso della Cina sul commercio globale è passato dallo 0,9 per cento del totale al 13-14 per cento, mentre quello degli Stati Uniti è sceso dall’11,2 all’8 per cento circa, e quello della Germania dal’8,6 al 6,7 per cento. Tra il 1978 e il 2024, il prodotto degli Stati Uniti è cresciuto, in termini reali, 3,2 volte, un progresso più che rispettabile; ma quello della Cina si è moltiplicato per più di 47 volte. Il divario economico tra i due Paesi si è drasticamente ridotto, e quindi – a lungo termine– questo avverrà anche per il divario politico. Negli anni ’70 del secolo scorso, la Cina era poco più che uno strumento della politica di potenza di Washington; nel primo quarto del XXI secolo si è trasformata nel suo principale rivale e concorrente strategico. L’autore ci dice che questa è una dinamica reale di cui bisogna prendere atto, analizzando i fatti, senza farsi influenzare dalle emozioni.

Leggiamo nel saggio che «l’economia americana iniziò a crescere più lentamente rispetto al resto del mondo negli anni Cinquanta, ma solo nel 1971 Nixon riconobbe che “gli Stati Uniti non sono più in una posizione di completa preminenza o predominio”. In quel decennio, Washington vide la sua influenza globale restringersi sempre più. Meno di un mese dopo quella dichiarazione, Nixon dovette abbandonare la convertibilità tra dollaro e oro, uno dei cardini dell’egemonia economica americana del dopoguerra». Secondo l’autore, oggi ci troviamo in una fase avanzata del passaggio di potere tra la potenza egemone e quella emergente, quello che gli storici hanno chiamato shift of power, «segnata però da quattro caratteristiche inedite rispetto al periodo che precedette le due guerre maggiori dell’era imperialista. La prima è l’assenza di candidati alla successione della potenza egemonica in declino. La seconda è che, negli anni 1930, dazi e ritorsioni commerciali furono una reazione al caos già in atto, mentre oggi una guerra commerciale scriteriata rischia di fare da innesco al caos economico. La terza è una crisi demografica senza precedenti nella storia dell’umanità. E infine, ma non meno importante, l’incompetenza è diventata la virtù necessaria per occupare i vertici dello Stato, col risultato di sguarnirlo di effettiva direzione politica».

Siamo quindi condannati a finire sotto il tallone cinese? Andiamoci cauti. È vero che il declino economico relativo ha conseguenze politiche necessariamente fatali per la potenza dominante, ma solo sul lungo periodo e questo significa che, per molto tempo ancora, la potenza dominante conserverà molti mezzi di cui i concorrenti non dispongono. Economia e politica non marciano, però, alla stessa velocità visto che gli Stati Uniti conquistarono il primato economico intorno alla fine del XIX secolo, ma impiegarono molti decenni per diventare la potenza egemonica a livello mondiale, scalzando la Gran Bretagna. Secondo Graziano «i dirigenti americani non sono mai stati in grado di imbrigliare l’ascesa cinese come avevano fatto, qualche decennio prima, con quella giapponese; ed è peraltro lecito dubitare che l’economia nipponica avrebbe mai potuto raggiungere le dimensioni di quella della Cina di oggi. Il fallimento nei confronti di Pechino non è dipeso tanto dall’assenza degli strumenti di pressione usati con Tokyo quanto, molto probabilmente, dall’incapacità di prendere la misura delle potenzialità dello sviluppo cinese e, ancor meno, delle sue inevitabili ricadute politiche. Combattere – o meglio, fingere di combattere – un rivale di cartapesta come l’Unione Sovietica è tutt’altra cosa che misurarsi con un vero avversario della portata della Cina».

Ma per subentrare agli Stati Uniti la Cina «dovrebbe colmare ancora molte lacune, la prima delle quali è la sua affidabilità internazionale, oggi molto debole (anche se relativamente incrementata dalla crescente inaffidabilità degli Stati Uniti). Per sostenerla, dovrebbe affrontare e risolvere molti problemi strutturali: il suo prodotto pro capite, per esempio, era nel 2025 sei volte e mezzo inferiore a quello americano, simile a quello del Montenegro; il suo peso monetario e finanziario globale restava limitato; le prospettive di sviluppo incerte; la struttura politico-giuridica poco affidabile; la legittimità della sua classe dirigente debole; la coesione interna fragile; i rapporti con i vicini non eccellenti (litote); la proiezione globale incerta; il soft power declinante; la forza militare ancora inadeguata; la crisi demografica catastrofica senza nessuna prospettiva di apertura all’immigrazione». Quindi è molto improbabile, a meno di rivolgimenti inimmaginabili, che la Cina possa un giorno ereditare il ruolo di potenza egemone giocato finora dagli Stati Uniti, anche perché questi lo hanno conquistato vincendo due guerre mondiali. Un conflitto generalizzato non nasce da una scelta intenzionale ma deriva dal fatto che la situazione sfugge di mano a chi pensava di controllarla. Uno degli elementi più problematici è rappresentato dalla Russia, che ha una base economica che la colloca di fatto tra i Paesi in via di sviluppo, ma con aspirazioni di grande potenza imperiale che l’hanno condotta alla fallimentare invasione dell’Ucraina. L’unico risultato raggiunto finora da Putin è l’entrata di Mosca nella sfera di influenza cinese, come socio di minoranza in un’alleanza sbilanciata tra un nano economico la cui potenza militare, come dimostrano i catastrofici risultati dell’invasione dell’Ucraina, è più teorica che reale. L’arsenale nucleare, invece, è molto concreto e viene costantemente sbandierato anche se, sul suo uso effettivo, si possono nutrire molti dubbi.

L’altro rischio concreto è l’inadeguatezza totale di Trump descritto da Graziano come «un affarista non particolarmente brillante, senza alcuna competenza politica, evasore fiscale (e fiero di esserlo), condannato per trentaquattro capi di imputazione, con tre processi penali pendenti (oltre all’assalto al Campidoglio, la sottrazione di documenti top secret, e il tentativo di sovvertimento del risultato elettorale del 2020), condannato in sede civile per frode aziendale, diffamazione e abusi sessuali; un personaggio che, nel corso del suo primo mandato, aveva mentito o fatto affermazioni inesatte 30.573 volte, secondo il Washington Post, cioè una ogni 69 minuti, notti comprese». L’autore critica l’irrazionalità delle concezioni populiste convinte che il «cittadino comune» possa tranquillamente prendere il posto dei membri dell’élite perché i fatti dimostrano esattamente il contrario. Bisogna invece tentare di capire le dinamiche profonde degli eventi, senza farsi suggestionare da ideologie e luoghi comuni. «Anche nello studio della politica -conclude l’autore-, solo una diagnosi corretta fornisce gli strumenti per intervenire. Affidarsi a sogni, buoni sentimenti e speranze significa consegnare un capitale di interessi, passioni e volontà nelle mani di chi li sfrutterà per perpetuare una società in cui l’uomo è diventato lupo per l’altro uomo; e all’entusiasmo faranno seguito frustrazione e amarezza, perché a ogni illusione corrisponde una delusione uguale e contraria. L’unica maniera per agire liberamente nella realtà è conoscerla. Ed è proprio questo, in ultima analisi, il compito della geopolitica».

Manlio Graziano
Come si va in guerra
Mondadori, pp. 324, € 22

 

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