Un anno emblematico è il 1976. Quell’anno morì Mao Zedong, i Paesi dell’ASEAN firmarono il Trattato di Amicizia e Cooperazione nel Sudest dell’Asia e Milton Friedman vinse il Nobel per l’economia coi suoi lavori all’Università di Chicago in favore della deregolamentazione dei mercati in polemica con l’approccio di John Maynard Keynes (che Friedman ha sempre osteggiato). È attorno a quel periodo che prende forma quella che diverrà la netta divaricazione tra il Sudest asiatico e l’Occidente a trazione USA, quanto a politica economica innanzi tutto, con le parallele e correlative condizioni strategiche.
Perché? Una spiegazione ampia, approfondita e molto ben documentata, per quanto non priva di un certo afflato ideologico accompagnato da accenti propagandistici, è fornita dal sociologo Pino Arlacchi nel suo “La Cina spiegata all’Occidente” (Fazi Editore, pagine 522, euro 20,00): un libro che chiunque si interessi di economia, politica, sociologia o strategia dovrebbe studiare con attenzione. Perché, oltre a spiegare la Cina, di riflesso dà conto anche dell’Occidente e del suo “tramonto” come lo chiamò Spengler, a fronte del sorgere del nuovo perno attorno al quale si va ristrutturando tutta la geopolitica e di riflesso la concezione del mondo.
Se negli anni ‘50 e ‘60 il Sudest asiatico era stato ribollente di conflitti e relativamente sottosviluppato, dalla seconda metà degli anni ‘70 è diventato sempre più pacificato (a parte alcune scaramucce di confine) e ha conosciuto un ineguagliabile sviluppo economico e commerciale.
Il miracolo economico della Cina cominciato con l’avvento di Deng Xiaoping, è un fatto strutturale: non episodico, non temporaneo. Duraturo e solido quanto si stanno dimostrando le istituzioni statuali cinesi: sebbene dai primi anni dell’era Deng a oggi i tassi annuali di espansione dell’economia cinese siano passati dal veleggiare attorno al 10 percento a circa il 5 percento, basti per confronto ricordare che negli anni del boom (fine anni ‘50-inizio anni ‘60) l’Italia toccò per un brevissimo periodo tassi di crescita del 5-6 percento e questo le bastò per passare dall’epoca a prevalenza agricola all’età pienamente industriale e urbana. Ma in Cina dopo oltre 40 anni dall’avvento di Deng la tendenza alla crescita continua imperterrita, pur se cominciano a comparire anche lì le crepe e i difetti dell’età dei consumi di massa (es., la denatalità che spinge il governo, che un tempo imponeva la politica del “figlio unico”, a cercare modi per promuovere la formazione di famiglie nuove desiderose di procreare). Arlacchi tratta della situazione attuale ma svolge anche un’analisi ad ampio raggio per dar conto delle radici storiche della cultura cinese che in questi anni rifioriscono.
Sul piano strettamente economico
“La storia ci insegna che le grandi trasformazioni richiedono grandi progetti: il New Deal, il Piano Marshall che ha ricostruito l’Europa, la rivoluzione che ha riportato in scena la Cina”, ricorda Arlacchi. Avrebbe potuto pure menzionare la NASA che, con la sua impostazione data dall’essere organismo pubblico a indirizzo politico (cfr il discorso del settembre 1962 alla Rice University col quale J.F. Kennedy lanciò il progetto di portare l’uomo sulla luna) e la sua capacità di mobilitare risorse private tramite concorsi e appalti, rappresenta un modello significativo di successo del dirigismo in ambito tecnologico ed economico. I grandi progetti hanno un effetto trainante per l’economia nel suo complesso e l’approccio dirigistico, fondato su obiettivi di interesse pubblico, è stato quel che ha reso grande l’economia statunitense dal secolo XIX in poi, secondo l’approccio tracciato da Alexander Hamilton al tempo della prima banca nazionale americana. Ma questi sviluppi sono stati sempre contrastati, e infine totalmente affossati nel mondo occidentale, dal mai sanato peccato originale del capitalismo: il prevalere degli interessi privati di breve periodo. Questi, in particolare dalla prima metà degli anni ‘70 nel XX secolo (come era già successo più volte in passato), hanno portato al netto predominio delle attività puramente finanziarie (la creazione di denaro per mezzo del denaro, senza attivare investimenti di lungo termine a carattere produttivo) e hanno progressivamente portato a smantellare (o “esternalizzare”) la produzione industriale.
A questa degenerazione economica del mondo occidentale a guida USA, ha corrisposto l’emergere delle economie asiatiche, negli ultimi decenni in particolare quella cinese. Perché – lo spiega bene il volume di Arlacchi – l’insieme di quella società e di quella cultura si distingue nettamente dall’individualismo occidentale che si riflette in ultima istanza nella tendenza speculativa di breve periodo.
La Cina sin dal III secolo a.C. si è configurata in un’unica struttura di governo territoriale fondata sulla condivisione della lingua e su una cultura confuciana che mette la capacità di dialogo e di intesa al primo posto, in tal modo rifuggendo la violenza e la contrapposizione bellica. E tale struttura si è evoluta grazie a un sistema educativo molto avanzato (le prime, antichissime istituzioni di carattere universitario sono nate lì) e a un apparato di governo selezionato per meriti personali, non in base a vincoli di classe bensì in virtù di capacità dimostrate nel superare concorsi esigenti e severi.
L’impulso dato da queste condizioni ha permesso sin dall’antichità alla Cina di crescere come potenza continentale ricca, tecnologicamente avanzata al punto da precedere di secoli l’occidente nello sviluppo di elementi significativi per la vita civile e per i commerci, quali la bussola, il sestante, la stampa, per non dire della polvere da sparo – che peraltro lì era usata per i fuochi d’artificio, non per le armi. Dando luogo a una civiltà urbana che ha destato l’ammirato stupore dei primi occidentali che, come Marco Polo, hanno riferito agli europei di quella lontana civiltà.
Lo scontro tra Occidente e Cina
L’impostazione culturale cinese fondata sul rispetto e su rapporti interni ed esterni impostati sulla ricerca della collaborazione, si traduce nel mantenimento di condizioni di pace relativamente stabile nel coso della storia. Arlacchi cita uno studio della Rand Corporation condotto nell’anno 2000, da cui risulta che dall’unificazione avvenuta nel 221 a.C. al 1987, la Cina ha condotto un totale di 50 campagne militari all’estero, mentre al paragone in Europa, a partire dal 1495, 50 conflitti armati hanno avuto luogo nel corso di soli 173 anni. L’impostazione sostanzialmente pacifista della Cina le ha consentito di non bruciare ingenti capitali per le forze armate, mentre si è fondata su una politica interna basata sulla legalità e sul rifiuto della violenza personale, per cui il numero di atti criminali lì risulta incomparabilmente inferiore a quelli che si sono registrati nel corso della storia nei paesi occidentali. Insomma, per tradizione un paese sostanzialmente gentile, dove le persone si impegnano nel lavoro e nel commercio.
E la fitta trama di relazioni commerciali tessuta con India, Vietnam, Australia per non dire del Giappone (ch’è stato uno dei motori che hanno favorito l’imponente crescita economica della Cina), insieme con la radicata propensione a rapporti pacifici (l’approccio “win win” su cui il presidente Xi Jinping spesso insiste) costituisce oggi una garanzia perché, malgrado i ripetuti allarmi su potenziali guerre nel Sudest asiatico, in realtà, spiega Arlacchi, risulta assai improbabile che abbia luogo un conflitto di grandi dimensioni in quella regione del mondo.
Negli Stati Uniti vige una certa retorica anti-cinese: dopo aver consentito – se non promosso – l’emigrazione della produzione industriale nell’ex Celeste Impero, oggi in America si tende ad attribuire alla concorrenza cinese la riduzione dell’aspettativa di vita e l’ampio impoverimento delle classi lavoratrici nonché il contrarsi della classe media. Ma questa retorica, assicura Arlacchi, non si potrà tradurre in spedizioni belliche nel Lontano Oriente. Non solo in virtù delle tradizioni pacifiche della Cina e del fatto che questa non nutre mire di espansionismo territoriale (il che rende difficile provocarla), ma anche per via del fatto che, pur non investendo per i propri armamenti le cifre stratosferiche investite dagli USA, essa ha raggiunto un livello tecnologico tale da essere più o meno alla pari con gli USA, ha costruito una marina militare dotata di un numero di mezzi superiori a quelli della marina militare americana, dispone di sistemi d’arma (droni, missili ipersonici, ecc.) capaci di contrastare con efficacia gli strumenti bellici statunitensi. E, infine, nelle varie simulazioni di guerra con la Cina compiute dagli Stati Uniti a scopo di studio, questi sono sempre risultati perdenti – tanto più che si troverebbero a operare a oltre diecimila chilometri di distanza dal proprio territorio.
Gli USA al tramonto?
Quindi si può dire che oggi come oggi, sia sul piano strategico, sia sul piano economico, la Cina abbia sostanzialmente superato gli USA. E, poiché dispone di un mercato interno forte di una popolazione di un miliardo e 400 milioni di persone, non potrà che continuare a crescere nei prossimi anni.
E com’è noto la moneta cinese, il renminbi, da tempo ha cominciato poco a poco a sostituire il dollaro in acune transazioni internazionali nelle quali è coinvolta la Cina. Il che vale in particolare per l’Africa, il continente del futuro nel quale l’influenza cinese è dominante grazie al fatto che si fonda sulla costruzione di grandi infrastrutture a prezzi ragionevoli e su rapporti commerciali fondamentalmente equi – a differenza dell’usanza dei paesi ex coloniali, che hanno cercato di mantenere condizioni privilegiate per consentire alle loro multinazionali di continuare a sfruttare materie prime e prodotti agricoli del continente nero.
Il nuovo ordine mondiale che si va configurando, dopo la fine dell’egemonia statunitense seguita al crollo dell’URSS, ha il suo elemento trainante nel grande progetto commerciale-infrastrutturale cinese chiamato Belt & Road Initiative, da tempo giunto a maturazione tramite il rinvigorimento dei commerci sia per mare sia via terra in tutta la regione Eurasiatica così come in Africa e Ispano America. Attorno a questo progetto si raccoglie il consenso prevalente dei paesi che si chiamavano non allineati e che hanno trovato nella Cina il volano capace di promuovere il loro sviluppo tecnologico.
I gradi progetti
C’era un tempo in cui simili grandi progetti venivano pensati e in parte attuati anche da paesi occidentali: si ricordi il progetto Atoms for Peace promosso dagli Stati Uniti di Eisenhower o alle iniziativa portate avanti da Enrico Mattei tramite l’ENI per acquisire petrolio dai paesi produttori in cambio di tecnologia. Ma tutto questo è finito da tempo. I progetti cinesi invece sono in pieno svolgimento e sono portati avanti non per iniziativa di qualche individuo illuminato, ma su base di piani di lungo termine condotti dagli eredi delle antiche élite di funzionari pubblici rigorosamente selezionati su base di difficili concorsi: questa élite oggi è il Partito Comunista Cinese, i cui quadri sono selezionati e formati per essere la classe dirigente di un Paese dove l’iniziativa privata viene favorita, purché risponda ai piani per lo sviluppo economico tracciati dal governo al fine di promuovere l’industrializzazione, la costruzione di infrastrutture (la rete di ferrovie veloci cinesi oggi è più lunga di quelle di tutto il resto del mondo messe assieme) e per il superamento della povertà. In una condizione in cui peraltro le funzioni di rilevanza strategica sono saldamente nelle mani del Partito-Stato: dall’energia alle comunicazioni a tutto quanto attiene alle infrastrutture e al settore militare.
Nel promuovere l’iniziativa privata, tramite le Zone economiche speciali progressivamente estese a porzioni sempre più ampie di territorio, la Cina comunista ha realizzato uno stato dirigista, articolato in strutture centrali e grandi piani centralizzati su cui si sintonizzano le amministrazioni locali, unite dagli stessi intenti e dirette da persone con la medesima formazione.
Tradizione e Sun Yat-sen
Il comunismo cinese ha bensì assunto le tesi marxiane, ma secondo un’interpretazione nuova fondata sulla tradizione della propria cultura. E soprattutto con cospicue acquisizioni da quanto di meglio si trova nel mondo capitalistico – aspetto quest’ultimo che l’Arlacchi sottace.
Per esempio: il volume di Arlacchi sostiene che vi sia continuità tra Mao Zedong e il regime sviluppatosi da Deng in poi. In realtà c’è un’ampia discontinuità. La Rivoluzione culturale e il Grande Balzo in Avanti furono le politiche caratterizzanti di un Mao che aveva una formazione letteraria e non tecnologica, a differenza dei leader emersi dopo la sua morte. Quelle campagne politiche maoiste ebbero un qualche effetto nel migliorare un poco le condizioni di vita nelle campagne ma soprattutto ebbero un effetto depressivo sulla cultura generale del popolo e delle élite. Significativo è che nella sua peraltro molto vasta e argomentata trattazione, Arlacchi non dica nulla di Sun Yat-sen, cioè di colui che emerse come leader della rivoluzione del 1911-12 che portò alla fine della struttura imperiale della Cina, ormai ampiamente corrotta. Sun Yat-sen, che fu educato quale cristiano non quale comunista, lasciò molti scritti in cui auspicava un grande sviluppo industriale e infrastrutturale per la Cina. È da supporre che sia più a lui che a Mao che abbiano guardato i leader cinesi emersi nell’epoca Deng, per quanto la retorica di regime li porti a evidenziare continuità col regime maoista.
Nell’età imperiale inoltre, la Cina senz’altro ebbe grandissime capacità e sviluppò una magnifica cultura, ma fu solo con la rivoluzione del 1911-12 che cessò la tradizione di deformare i piedi delle donne al punto da renderle quasi inabili alla deambulazione: erano trattate come bonsai, piante ornamentali – o se erano contadine, animali da lavoro. La loro condizione è cambiata solo a conseguenza delle rivoluzione di Sun Yat-sen. Per grande che fosse, la civiltà cinese aveva i suoi difetti… E anche tutto questo Arlacchi tralascia.
Le guerre dell’oppio
Certo le guerre dell’oppio (1849-60) scatenate per conto dell’Impero Britannico dalla Compagnia delle Indie orientali – quella mostruosità di multinazionale privata dotata di proprie forze armate che praticamente operavano al di fuori di ogni legge – certamente furono quanto ebbe l’effetto più nefasto per la Cina che sino a quel periodo era sempre riuscita a “cinesizzare” i popoli che l’avevano invasa, come era avvenuto con i mongoli che la conquistarono nel secolo XIII secolo. Con le guerre dell’oppio la Cina fu costretta a importare e consumare oppio, la sua popolazione fu assoggettata, degradata, sottomessa, deliberatamente sfibrata nella morale.
Eppure, grazie al suo sistema di governo fondato su amministratori ben formati, la Cina riesce col tempo a metabolizzare gli influssi esterni e a imparare dagli errori altrui.
Comunismo
La guerre che la sottomisero nell’800 la portarono anche in contatto con i Paesi che all’epoca erano i più industrialmente e tecnologicamente avanzati al mondo: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia (altro aspetto, questo, su cui Arlacchi sorvola). E l’emigrazione cinese in questi Paesi e poi anche il fatto che nel corso del secolo XX, le élite cinesi al tempo di Mao studiarono non solo in Unione Sovietica ma anche, in particolare, in Francia, allargarono gli orizzonti di quel Paese che peraltro era sempre rimasto prevalentemente chiuso in se stesso nel corso della storia precedente.
Le élite cinesi hanno osservato attentamente la caduta del comunismo in Russia e gli sviluppi dell’era Deng sono frutto anche, forse soprattutto, dello studio di quel fallimento – ne accenna un giovane funzionario cinese citato da Arlacchi. E da questo insieme di cose consegue la politica di aprire agli investimenti capitalisti e al libero mercato, vincolata solo dalle linee guida stabilite dal governo centrale così da garantire che gli interessi nazionali vengano preservati e non soffocati dall’iniziativa privata.
Un certo influsso è possibile che sia anche derivato dalle teorie economiche di Lyndon LaRouche, che ha cercato di far rivivere la tradizione americana hamiltoniana e la cui rivista, EIR, è stata a volte citata da organi di stampa cinesi.
Insomma, è ben vero che la Cina si chiama comunista e questo porge il destro ad Arlacchi per commentare che così essa realizza un vero, nuovo socialismo. Ma quanto è avvenuto in Cina in realtà è il frutto di un più vasto insieme di influssi che aggiornano la tradizione confuciana assumendo suggestioni derivanti dalla migliore tradizione americana. Non a caso la figlia di Xi Jinping è andata a studiare a Harvard, non all’università di Mosca, dove una delle figlie di Vladimir Putin ha un ruolo dirigenziale.
Pino Arlacchi “La Cina spiegata all’Occidente”
Fazi Editore, pagine 522, euro 20,00

