Spagna: il modello non imitabile, anche al di là della pura e semplice corruzione. Lettera aperta a Elly Schlein

Cara Elly Schlein,

ora che sta emergendo la vastità della corruzione associata all’attuale governo spagnolo vorrei proporti di cogliere l’occasione per comprendere a fondo il fenomeno Sanchez, e intendere quanto è stato sbagliato accettarne l’immagine che di sé ha voluto dare, di leader globale del progressismo. Che Sanchez sia dotato di un’abilità politica straordinaria è fuori di dubbio, pur se non sono pochi coloro che ritengono il suo lungo governo quello più corrotto che la Spagna abbia avuto almeno dai primi del ‘900.

Zapatero a parte – essendo i fatti per i quali è indagato emersi solo recentemente – di alcuni degli elementi portanti della crisi politica spagnola abbiamo dato conto tempo fa, quando quasi nessuno se ne interessava qui da noi ( cfr per esempio https://www.frontiere.online/alcune-notizie-dalla-spagna-di-cui-poco-si-sente-qui-da-noi/ oppure https://www.frontiere.online/sanchismo-al-capolinea/ ) ma ora, quando molto sta venendo alla luce (e moltissimo ancora è tralasciato, per esempio come la carenza di attenzione per la conservazione delle infrastrutture sia indiretta causa di un’infinità di incidenti ferroviari dei quali il maggiore è stato quello di Almaduz con 46 morti, o come il progressivo – questo sì che è progresso! – indebolimento della Polizia nazionale e della Guardia Civile sia indiretta causa di incidenti mortali sofferti da chi dà la caccia a trafficanti di droga), è tempo di smettere di insistere su un tema caro alla sinistra italiana: quello di indicare nella Spagna sanchista un esempio di virtù quanto a politica economica, dal momento che vi si registrano sempre successi su questo terreno, almeno secondo i sistemi di computo prevalenti. Non è vero che i successi economici spagnoli hanno qualcosa a che vedere col governo attuale.

Riassumendo. Innanzi tutto, è a partire dalla fine degli anni ‘60 (quando al governo al fianco di Franco arrivarono i “tecnocrati” dell’Opus Dei) e più ancora dal momento dell’ingresso nell’UE, avvenuto nel 1986, che l’economia spagnola migliora, a prescindere dal governo che regge il Paese.

Questo avviene grazie al posizionamento della Spagna sul piano internazionale: l’essere stata al centro di quello che nel secolo XVI era il più grande impero del mondo le ha lasciato una forte prossimità politica e culturale con i tanti paesi che dell’impero erano parte, e di tale prossimità l’economia spagnola si giova in questi ultimi decenni in particolare. I tanti immigrati che arrivano dall’America Latina (in particolare Venezuela e Colombia) giungono già “integrati”: parlano la stessa lingua, sono cresciuti in una cultura analoga, hanno i medesimi riferimenti ideali. In pratica non sono estranei, sono parte della stessa koinè. Questo deriva dal fatto che, con buona pace dei propalatori della “leyenda negra”, quello spagnolo, almeno sino a quando nel secolo XVIII è passato dagli Asburgo alle mani borboniche, è stato (relativamente) un buon impero. In cui tutti i sudditi, fossero europei o di oltreoceano, godevano dei medesimi diritti. Grazie ai giuristi della Scuola di Salamanca (dove operò il fondatore del diritto internazionale, Francisco de Vitoria) la schiavitù è stata per legge abolita sin dai tempi dei re cattolici Ferdinando e Isabella – laddove l’impero rivale, quello inglese, ha tardato più di tre secoli prima di abolirla. E poi sin dal secolo XVI nella parte di America dove si diffuse il dominio spagnolo sono sorte città importati, in alcuni casi magnifiche, dalla Terra del Fuoco sino alle coste della California e della Florida e a tutti gli stati statunitensi che sino alla metà del secolo XIX rimasero parte della Nuova Spagna. Molte di quelle città sin dai primi anni della fondazione sono state dotate di scuole, università, biblioteche, stamperie, cattedrali (mentre nelle colonie inglesi e francesi si dava la caccia agli scalpi degli indigeni): sarebbe molto facile a chi superasse l’ideologia anti cattolica diffusa dalla leyenda negra comprendere la superiorità dell’impero spagnolo, quanto a difesa dei diritti umani e promozione della cultura, rispetto agli altri imperi europei, dediti primariamente allo sfruttamento delle risorse dei territorio assoggettati.

Dunque, coloro che giungono in Spagna da quei territori non sono stranieri, sono già spagnoli seppure di diversa nazionalità. E negli anni più recenti, in particolare da Colombia e Venezuela sono arrivate molte persone dotate di istruzione superiore (professionisti, imprenditori), che hanno dato un fattivo contributo all’economia. La crescita numerica della popolazione spagnola consegue proprio all’afflusso di queste persone – altrimenti sarebbe, come avviene negli altri paesi europei, in condizione di stagnazione o di contrazione. Arrivano molti anche dal Marocco, meno “integrati” di quelli di provenienza latinoamericana, ma pure il Marocco per prossimità geografica registra verso la Spagna una contiguità maggiore di quella che sussiste tra gli altri paesi europei e le loro ex colonie africane.

In Spagna giungono anche capitali finanziari da diversi paesi latinoamericani (o ispanoamericani, secondo la dizione qui preferita). Per dire: Venezuela e Argentina erano paesi prosperi almeno sino ai primi decenni del scolo XX, e meta di immigrazione dall’Europa. La popolazione di origine italiana in quei due paesi è molto numerosa. Poi, essendo quei paesi divenuti molto instabili (l’influsso statunitense non pare estraneo a tali svilluppi), non pochi detentori di capitali hanno desiderato spostarli nella più sicura Europa: ovviamente scegliendo il paese la cui lingua parlano, anche se sono figli o nipoti di famiglie giunte da altre parti del vecchio continente.

Non è merito del governo attuale se l’economia spagnola “tira”. Anzi, senza la corruzione diffusa che sta venendo alla luce, probabilmente i suoi progressi sarebbero stati molto maggiori.

Il mondo che sta al di là dei Pirenei ha le proprie peculiarità ed è molto diverso da noi, per quanto appaia affine. Si ricordi per esempio che la tanto decantata Seconda Repubblica spagnola (1931-39) è quella che ha provocato il martirio più grande di cristiani avvenuto nel secolo XX. Migliaia di cattolici, inclusi molti preti, seminaristi e suore, furono assassinati dal regime repubblicano. Di questi circa cinquecento sono stati da tempo beatificati e papa Leone XIV ne ha beatificati altri 80 il 22 maggio 2026: sono stati tutti vittime del “terrore rosso” instaurato dalla Seconda Repubblica con Francisco Largo Caballero, leader del PSOE di allora: ed è a quella “Repubblica” che Zapatero col suo governo ha voluto riallacciarsi lanciando le varie iniziative per la “memoria storica” tradottesi con Sanchez in una procura e in un ministero per la “memoria democratica” che suona tanto a Grande Fratello. Del resto la Radiotelevisione spagnola RTVE trasmette programmi informativi che sconfinano nella propaganda sostenuta (almeno sino al recente cambio di proprietà) a piene mani anche dai mezzi della catena Prisa, El Pais in testa, secondo modalità da regime mai esperite in Italia dopo la caduta del fascismo. È questo uno degli aspetti per i quali è sviante limitarsi a considerare Francisco Franco semplicemente un “fascista”: il fascismo italiano è nato come regime anti cattolico, a differenza del regime franchista, laddove fondamentalmente anticattolico è il regime emerso con Zapatero e dilagato con Sanchez.

Il mondo al di là dei Pirenei è molto diverso dal mondo italiano. Pensaci, quando qualcuno ti propone Sanchez come modello da seguire.

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