Prima dei Lumi: erudizione ecclesiastica e scrittura storica nel Seicento francese e italiano

Tra le fonti documentarie e i materiali a stampa utili a ricostruire gli itinerari del sapere, tra il XVII e il XVIII secolo, in Europa continentale, vi sono carteggi, biblioteche, diari di viaggio, libri e memorie di attori storico-sociali che contribuirono a fare grande la vita accademica e l’erudizione, dal Barocco all’Illuminismo, alimentando materialmente le dinamiche istituzionali della Repubblica delle Lettere di allora. Uno di quei savants, oggi così spesso dimenticato nonostante la gran levatura intellettuale, fu Louis Moréri (1643-1680), storico e teologo francese, ordinato sacerdote, a Lione – nel 1675 –, prima di trasferirsi a Parigi, qui a contatto con il bel mondo di salotti ed accademie della capitale. Moréri vi giunse in veste di cappellano del Vescovo di Apt, avviato alla carriera clericale.

Dotto cultore di cronologia e computo ecclesiastico, esponente di spicco dell’enciclopedismo francese, alla vigilia della ‘crisi della coscienza europea’, Moréri scrisse moltissime opere, ma il suo nome è rimasto legato soprattutto al grande Dictionnaire historique ou mélange curieux de l’histoire sacrée et profane, pubblicato per la prima volta a Lione, nel 1674. L’opera, antesignana delle grandi enciclopedie settecentesche (da quella inglese del massone e cartografo-libraio newtoniano Ephraim Chambers a quella notissima curata da Diderot e d’Alembert, dal 1751 al 1772), ebbe varie edizioni, le più importanti delle quali furono quella riveduta ed ampliata del 1683 e la definitiva pubblicata in dieci tomi a Parigi, nel 1759. Si trattava di un’opera che largo spazio lasciava a scoperte scientifiche e in particolare invenzioni tecniche, arti meccaniche e pratiche di mestiere, atta quindi a valorizzare, tra le prime sul continente, l’artificiale. A quest’ultimo, e sulla scia di padre Mersenne, Moréri dava grande valore e risalto, assegnandogli dignità pari a quella del mondo naturale, e raccontandone, nei termini della storiografia francese seicentesca, tappe e linee di sviluppo. Un’opera, pertanto, di una decisa importanza anche per la storia della scienza e della tecnica: la fotografia, dimenticata tuttavia da tantissima parte della storiografia odierna, del modo con cui la cultura religiosa del ‘600 francese leggeva il gran libro della natura allora squadernato dalla nuova scienza.

Altro autentico gigante, poco ricordato, della cultura storiografica francese di età moderna fu, senz’altro, Jean-Pierre Niceron (1685-1730). Educato al Collegio Mazzarino ed entrato nell’Ordine dei Barnabiti nell’agosto del 1702, insegnò retorica prima a Loches e poi a Montargis, ove trascorse un decennio fra la didattica e ricerche erudite di linguistica. Spostatosi nel 1716 a Parigi, Niceron vi scrisse le sue opere maggiori, tutte contrassegnate dall’intenzione metodologica di tracciare profili bio-bibliografici aggiornati ed esaurienti, dei maggiori uomini di scienza e letterati rinascimentali. Il primo frutto a stampa di tali lunghi studi, bibliotecari ed archivistici, fu, nel 1727, il primo volume dei suoi Mémoires pour servir à l’histoire des hommes illustres de la République des lettres, avec le Catalogue raisonné de leurs ouvrages. Era il primo passo di un programma editoriale monumentale e grandioso, con trentotto tomi usciti tra il 1728 e il 1738 ed un ultimo postumo nel 1740. Michauld, padre Ondin e l’abate Goujet aggiunsero successivamente altri tre volumi alla già nutrita collezione, della quale fu pubblicata inoltre una traduzione tedesca (1747-1777). I lemmi dell’opera di Niceron, quasi sempre, erano assai estesi e particolareggiati, utilissimi ancora oggi allo storico, testimonianza di un sapere enciclopedico di altissima qualità, ed importanza complessiva. I Mémoires contengono, fra l’altro, notizie ed informazioni, altrimenti difficilmente reperibili, oltre a un imponente elenco di fonti primarie citate. L’ordine era tradizionalmente alfabetico, e l’opera frutto degli sforzi congiunti di una vera e propria équipe di hommes de lettres (Niceron ebbe oltre trecento collaboratori assidui, arruolati tra i savants suoi connazionali e all’estero, mediante commerci epistolari e scambi di libri eruditi con gli altri maggiori accademici britannici ed europei).

Niceron fu anche traduttore in Francia di libri inglesi: il resoconto geografico Voyage de Jean Ovington à Surate, et en divers autres lieux de l’Asie et de l’Afrique, avec l’histoire de la révolution arrivée dans le royaume de Golconde (stampato a Parigi, nel 1725) e La Conversion de l’Angleterre au Christianisme comparée avec sa prétendue Réformation (pubblicata a Parigi, nel 1729): un libro, questo secondo, sulla fine del paganesimo celtico e delle tradizioni druidiche, nell’Anglia dell’Alto Medievo, dall’impostazione anti-tudoriana e filo-giacobita, probabile frutto di contatti con i milieux degli stuardisti irlandesi e scozzesi allora in esilio presso la corte francese.

Un altro Niceron, Jean-François (1613-1646), appartenente all’Ordine dei Minimi, fu uomo di scienza tra i maggiori del primo Seicento europeo. Visse ed operò, a lungo, in Italia, segnatamente a Roma, nel Convento di Trinità dei Monti, dove fu docente di matematiche e diffuse i nuovi studi sui temi dell’ottica geometrica, consacrandosi altresì a ricerche sul nesso arte-prospettiva. Protagonista, con le sue molteplici attività ed iniziative, della vita scientifica e religiosa romana, nella prima metà del XVII secolo, Niceron fu un punto di riferimento chiave per il network dei contatti culturali tra la Francia luigiana e gli antichi Stati italiani. Affascinato dalla magia artificiale dellaportiana, Niceron approfondì l’indagine sulle immagini anamorfiche, ne La perspective curieuse (1638). Protagonista, di primo piano, della rete scientifica italo-francese, nell’alba dell’età barocca, condivise dibattiti ed interessi non solo con scrittori ed intellettuali del suo Ordine (come Maignan), ma anche con diversi altri esponenti della nuova scienza, sperimentale e geometrica, muovendosi, tra fede e ragione – per lui, mai in conflitto –, entro il vivacissimo clima culturale del primo Seicento italiano ed europeo, al tempo di Galileo e delle controversie dottrinali sull’eliocentrismo copernicano.

Ammiratore di quest’ultimo fu il veronese Enrico Noris (1631-1704), storico e teologo venuto al mondo da una famiglia di origini irlandesi. Studiò presso i Gesuiti di Rimini, per entrare, poi, nel noviziato degli agostiniani, qui allievo di Bruni e del padre generale Fulgenzio Petrelli. Trasferitosi a Roma – con viaggi e missioni a Pesaro, a Perugia e Padova (dove si diede a completare la Historia Pelagiana, la Dissertatio de Synodo V oecumenica e le Vindiciae Augustinianae) – il Noris fu nelle grazie della Congregazione del Sant’Uffizio, allora diretta da monsignor Girolamo Casanate, grande bibliofilo e collezionista (anche di libri esoterico-occulti e ermetico-alchemici). Protetto a Roma da Clemente X e a Firenze da Cosimo III, al quale fu raccomandato da Magliabechi, Noris divenne per volere del Granduca professore di storia sacra, presso l’Università di Pisa. Cripto-giansenista, le sue opere vennero condannate dall’Inquisizione spagnola. Una macchia che, in seguito, fu cancellata da Papa Benedetto XIV (nel luglio 1748). Studioso anche di alchimia, nel 1675 il Noris fu ammesso da Cristina di Svezia nell’Accademia fisico-matematica ciampiniana sorta a Roma e, nel 1689, entrò in Arcadia. A partire dal 1692, fu inoltre custode della Biblioteca Vaticana, per Innocenzo XII, che, tre anni dopo, lo fece Cardinale. Gli scritti del teologo veneto, spesso dal taglio polemico, furono molto importanti, nella storia culturale e religiosa tardo-barocca. Noris pubblicò una raccolta Ad Antonium Magliabecum florentinum ad inscriptiones epistolarum (a Padova, nel 1674), la Duplex dissertatio Diocletianii et Licinii (a Firenze, nel 1675), e un Annus et epochae Syro-Macedonum (a Firenze, nel 1689), recensito sugli Acta eruditorum dai Gesuiti di Lipsia e ristampato, poi, ampliato, ancora nel 1696. Postuma, uscì la Istoria delle investiture delle dignità ecclesiastiche (a Mantova, nel 1741). I trattati di Noris furono anche riediti, a Lovanio (1702) e Bassano (da Gian Lorenzo Berti, nel 1769), mentre l’Opera Omnia del Cardinale venne impressa, in folio, dai fratelli Ballerini, a Verona, tra il 1729 e il 1741, discussa da Zazzio a Venezia (1769). Protagonista del rapporto scienza-potere, nella Roma barocca di Cristina, Noris fu molto legato a Crescimbeni e soprattutto maestro dello scaligero Francesco Bianchini (1662-1729), che nel 1708 ne pubblicò a Roma una estesa ed ancora utilissima biografia, illuminante per e inquadrare e ridefinire le relazioni fra la politica e la cultura, nel tardo XVII secolo. Antesignano del cattolicesimo illuminato italiano settecentesco, Noris fu, nel corso del XVIII secolo, ricordato da Dupin ad Amsterdam (1711), da Guarnacci a Roma (1751) e, soprattutto, dal Fabroni delle Vitae Italorum, a Pisa (1780). La vastissima corrispondenza di Noris – su temi di storiografia, scienze, ermetismo alchemico, pratiche censorie e scambi librari – rimane un thesaurus d’inestimabile e assoluto valore, a cui purtroppo di rado i nostri seicentisti attingono.

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