Netanyahu ha dato il “bacio della morte” all’amico Donald Trump

La scelta da parte di Israele e Stati Uniti di iniziare una guerra ingiustificata contro l’Iran ha destabilizzato il mondo, innescato la più grave crisi energetica di sempre e aperto la porta a una probabile recessione globale, senza nessun vantaggio apparente per Washington. Mentre il partito repubblicano è sempre più preoccupato per i possibili risultati delle elezioni di medio termine a novembre, un numero crescente di commentatori solleva il tema delle condizioni mentali del presidente e delle ragioni per cui la Casa Bianca si adegui sempre alle scelte di Netanyahu che, per motivi di sopravvivenza personale, ha tutto l’interesse a combattere una guerra senza fine (che non favorisce gli USA ed è esplicitamente condannata dal programma MAGA). Il gravissimo attacco personale del presidente a papa Leone XIV sembra indicare che Trump abbia imboccato un disperato vicolo cieco che potrebbe segnare la sua fine politica.

Molti analisti si stanno sbracciando per dimostrare che la guerra scatenata il 28 febbraio 2026 non è stata lanciata per l’influenza nefasta che il premier israeliano esercita sulla Casa Bianca ma perché Trump aveva già preso una decisione in tal senso. I fatti indicano però che la responsabilità principale è di Netanyahu, ossessionato da un ventennio dall’Iran e totalmente dominato dal desiderio bruciante di distruggere quello che percepisce come una «minaccia esistenziale» per lo Stato ebraico. Diversi esperti indipendenti, come Jeremy Bowen, International Editor della BBC, confermano che il premier israeliano abbia veramente il terrore che Teheran si doti della bomba atomica. Ma la risposta a questo problema potrebbe darla non tanto uno stratega militare quanto uno psichiatra perché è dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso che Israele possiede armi nucleari. Si calcola che Tel Aviv abbia circa un centinaio di testate atomiche e la capacità aerea e missilistica non solo di colpire l’Iran ma di «riportarlo all’età della pietra», come ha recentemente minacciato Trump. Perché un Paese armato fino ai denti con la più avanzata tecnologia bellica esistente e con cento bombe nucleari dovrebbe essere terrorizzato da un nemico che di bombe non ne ha nemmeno una ed è altamente improbabile che riesca a fabbricarsela?

Il sito di Dimona, nel deserto del Negev, dove Israele ha prodotto l’uranio arricchito per i suoi 100 missili nucleari puntati (si suppone) su Teheran.

Come sono andate le cose

Il 7 aprile 2026 il New York Times ha pubblicato un lungo articolo firmato da Jonathan Swan e Maggie Haberman che, grazie a fonti riservate (per fortuna ci sono ancora giornalisti che sanno fare il loro mestiere), ha ricostruito nei minimi dettagli la genesi della decisione di attaccare l’Iran. L’11 febbraio 2026, alle ore 11, il primo ministro israeliano è stato accolto alla Casa Bianca e condotto nella Situation Room, sì, proprio quella stanza da 513 metri quadri con centinaia di monitor alle pareti e dalla quale il presidente controlla gli affari mondiali. Quell’ambiente riservatissimo accoglie di solito i funzionari dell’amministrazione, i capi dell’intelligence e gli esperti che devono consigliare il presidente, non il primo ministro di uno Stato straniero, come è Israele. Oltre a Trump e Netanyahu erano presenti Susie Wiles, il capo dello staff, il segretario di Stato Pedro Rubio, il ministro della Guerra Pete Hegseth, il generale Dan Caine, Capo di Stato Maggiore della difesa, il direttore della CIA John Ratcliffe, oltre al genero del presidente Jared Kushner e al compagno di golf e inviato speciale Steve Witkoff. Il capo del Mossad, David Barnea, è intervenuto da remoto. Il vicepresidente Vance era assente perché in missione in Azerbaigian.

Netanyahu ha esordito affermando che l’Iran era maturo per un cambio di regime ed espresso la convinzione che un intervento congiunto USA-Israele poteva finalmente far crollare la repubblica islamica eliminando, nei primi minuti dell’attacco, l’ayatollah Kamenei. Il premier di Tel Aviv si è detto sicuro di una vittoria: il programma di missili balistici iraniano poteva essere distrutto in poche settimane e il regime sarebbe stato in una situazione così disperata da non poter intervenire nello stretto di Hormuz. Ha anche aggiunto che le possibilità che l’Iran lanciasse attacchi contro le basi statunitensi nei Paesi vicini erano minime. Secondo le informazioni del Mossad le proteste popolari sarebbero subito riprese, grazie anche alle capacità delle reti spionistiche israeliane presenti in Iran di scatenare sommosse, mentre un’intensa campagna di bombardamenti avrebbe creato le condizioni che avrebbero consentito alle forze di opposizione di abbattere il regime. L’intelligence israeliana ha anche ventilato la prospettiva che combattenti curdi iraniani, di stanza in Iraq, avrebbero potuto attraversare il confine e contribuire al crollo della teocrazia degli ayatollah. Qualcuno dei presenti ha chiesto a Netanyahu dei chiarimenti sui rischi dell’operazione e il premier ha risposto che i rischi ovviamente c’erano, ma erano sicuramente inferiori al pericolo dell’inazione. Se non si interviene prima possibile, ha detto il capo del governo israeliano, questo significherà concedere altro tempo a Teheran per accelerare la sua produzione missilistica e creare uno scudo di immunità intorno al suo programma nucleare. Trump ha apprezzato il discorso e ha commentato: «It sounds good to me» (mi sembra un’ottima cosa).

Il 12 febbraio, la Situation room ha ospitato un secondo incontro per valutare meglio la presentazione di Netanyahu, questa volta con la presenza anche di J.D. Vance, appena rientrato dalla missione. Gli esperti presenti hanno concordato che l’uccisione di Kamenei e il serio danneggiamento della forza militare iraniana erano fattibili, mentre per quanto riguardava il crollo del regime e l’installazione di un governo laico al suo posto era tutt’altra cosa. Il direttore della CIA ha definito “farsesca” la prospettiva israeliana di cambio di regime, mentre il segretario di Stato Rubio ha detto con un linguaggio molto più crudo che si trattava di una “cazzata”. Il vicepresidente si è detto scettico su un intervento militare e molto dubbioso su un cambio di regime. Il gen. Caine ha informato Trump sul fatto che una intensa offensiva militare contro l’Iran rischiava di impoverire notevolmente le riserve strategiche degli armamenti, includendo nel conto anche i missili intercettori che potrebbero essere rimpiazzati soltanto in un periodo lungo. I fatti hanno dimostrato che le argomentazioni razionali e le preoccupazioni strategiche non sono state prese in considerazione da The Donald, né i suoi consiglieri hanno avuto il coraggio di mantenere il punto e opporsi a decisioni sbagliate. Trump era ormai stregato dalla prospettiva, sussurratagli all’orecchio da Netanyahu, di diventare il primo presidente americano che riscatta l’onore nazionale, distruggendo l’odiato regime che umilia gli Stati Uniti dal 1979. Potenza sconfinata di un ego ipertrofico.

Netanyahu, criminale e incompetente

Il presidente USA è stato convinto facilmente dal premier israeliano perché, finora, tutte le sue azioni militari non hanno scatenato gravi effetti collaterali, a partire dall’ordine di assassinare il gen. iraniano Qassim Suleimani nel gennaio del 2020, per continuare con la distruzione di molte imbarcazioni al largo del Venezuela con la scusa che fossero coinvolte nel narcotraffico. Il culmine è stato raggiunto con il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro il 5 gennaio 2026. A quel punto, Trump è stato colpito da un vero e proprio delirio di onnipotenza che gli ha fatto credere di poter tentare qualsiasi azione, inclusa quella di distruggere in poche settimane un Paese con una popolazione di 93 milioni di abitanti, una storia millenaria alle spalle e un territorio immenso e impervio. Se guardiamo alla carriera di Netanyahu, il politico che è il vero dominus delle scelte strategiche in Medio Oriente e continua a presentarsi come “Mr. Security”, vediamo però che i suoi consigli e le sue valutazioni sono stati spesso inaffidabili e hanno costantemente creato problemi agli interessi nazionali degli Stati Uniti. La sua è una lista ininterrotta di fallimenti, sempre mascherati dalla “offensiva contro il terrorismo” o dal “diritto di Israele a difendersi” che hanno giustificato orrendi crimini contro l’umanità di cui nessuno gli ha ancora chiesto conto.

Partiamo dalla sua testimonianza al Congresso USA del 2002, durante la quale dichiarò che l’eliminazione di Saddam Hussein avrebbe consentito la nascita di un nuovo Iraq. Fu sempre lui, nel maggio del 2018, a caldeggiare il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran. Trump accettò il suggerimento e iniziò una politica di “massima pressione” contro Teheran che portò invece gli ayatollah a una campagna di arricchimento dell’uranio. Fu Netanyahu a prendere la decisione di permettere che il Qatar finanziasse le iniziative di Hamas, con l’idea che la concentrazione di potere nelle mani del gruppo fondamentalista avrebbe impedito la nascita di qualunque Stato palestinese. Il risultato diretto di questa scellerata scelta è stato il massacro del 7 ottobre 2023, costato la vita a quasi 1200 israeliani. Dopo due anni e mezzo non è ancora iniziata un’inchiesta indipendente per appurare le responsabilità di quello che è stato il più grave attentato terroristico nella storia di Israele.

Ma, ancora più grave, è la sua campagna di genocidio e distruzione massiccia di qualunque infrastruttura civile nella striscia di Gaza, di una crudeltà e di una stupidità strategica che non hanno paragoni. E si appresta a fare la stessa tabula rasa in una striscia profonda 20 chilometri in Libano, da cui ha cacciato la popolazione, mentre le ruspe hanno iniziato il lavoro di spianamento, un crimine contro la legalità internazionale, compiuto in un Paese sovrano che non può essere considerato responsabile dell’attacco del 7 ottobre. Risale al 1982 la prima invasione del Libano da parte di Israele, con lo scopo di estirpare una volta per tutte il rischio del terrorismo. Dopo quarantaquattro anni siamo allo stesso punto, ma Netanyahu continua a ordinare massacri.

Il risultato della totale accondiscendenza di Trump verso Netanyahu è il crollo della sua popolarità tra l’elettorato conservatore e la spaccatura del movimento MAGA che lo aveva portato al potere. Un sondaggio dell’autorevole Pew Research Centre della prima settimana di aprile 2026 ha dimostrato che il 60 per cento degli adulti statunitensi ha un’idea sfavorevole di Israele (era il 53 per cento nel 2025). Ancora più significativo è che il 59 per cento ha poca o nessuna fiducia che Netanyahu compia scelte politiche responsabili, mentre il 57 per cento dei repubblicani non approva Israele (era il 50 per cento nel 2025). Questo significa che l’opinione pubblica statunitense ha subito un profondo riallineamento nei confronti dello Stato ebraico, un pessimo messaggio per un presidente che si è legato mani e piedi a Tel Aviv. Il rischio cresce sempre di più anche per Netanyahu, che dipende in modo schiacciante dal sostegno militare di Washington.

Tucker Carlson, il popolare commentatore che è stato uno dei principali sostenitori di Trump ha denunciato che la guerra in Iran indica che il presidente «è uno schiavo di Netanyahu», mentre Joe Kent, direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo, si è dimesso come protesta per l’intervento in Iran affermando che «è chiaro che noi abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della potente lobby ebraica». In un articolo pubblicato dal settimanale britannico The Economist Badr Albusaidi, il ministro degli Esteri dell’Oman, che aveva condotto la mediazione tra Washington e Teheran, ha scritto che gli USA «hanno perso il controllo della loro politica estera» e ha accusato Israele di aver convinto gli Stati Uniti ad andare in guerra contro l’Iran.  È vero che Trump ci ha abituato a tutte le stranezze, ma il problema non è solo che Netanyahu ha parlato nella Situation Room. Non era mai successo prima che l’esercito degli USA si accodasse a campagne militari lanciate da un Paese straniero, come è accaduto agli inutili bombardamenti contro i siti nucleari iraniani del giugno dello scorso anno, iniziati da Tel Aviv, non da Washington. Si tratta di un grave precedente che riguarda la sicurezza nazionale e che inizia a preoccupare i militari statunitensi.

Quos Deus vult perdere…

 Dopo il 28 febbraio, Trump ha fatto molte dichiarazioni sulle finalità dell’attacco, cambiando varie volte versione e contraddicendosi ripetutamente, fino a ritrovarsi nella situazione in cui siamo ora con il blocco dello stretto di Hormuz, l’aumento del prezzo del gas e del petrolio e una probabile recessione in arrivo, senza che emergano soluzioni all’orizzonte. Una tempesta perfetta di cui nessuno sentiva la necessità. La tangibile incapacità del presidente americano di affrontare razionalmente i problemi creati dalla sua inspiegabile sudditanza a Israele ha rimesso in circolazione le voci sul suo vero stato mentale, mentre negli ambienti politici statunitensi comincia a circolare l’ipotesi di servirsi del 25° emendamento della Costituzione («In caso di inabilità del Presidente di assolvere le proprie funzioni, queste ultime dovranno essere affidate al Vicepresidente fino alla cessazione dello stato di inabilità») che consente di sostituire un presidente che mostri di non essere in grado di svolgere il suo compito. Le modalità del 25° emendamento sono però molto complesse e, per ora, sembra poco realistica una sua applicazione. Ormai, sono sempre meno i commentatori che osano chiamare “sottile strategia negoziale” quello che sembra un vero e proprio squilibrio mentale, tanto che un noto analista come Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, ipotizza che Trump possa essere sollevato dall’incarico prima ancora delle elezioni di medio termine di novembre.

A peggiorare le cose, il 12 aprile 2026 Trump ha pubblicato su Truth Social un durissimo attacco contro papa Leone XIV, lo statunitense Robert Francis Prevost, scrivendo che è un «debole» e che la «sua politica estera è terribile», aggiungendo che se lui non fosse alla Casa Bianca Prevost non sarebbe mai diventato pontefice. Per avere uno scontro così duro dobbiamo tornare ai tempi di Napoleone e di Pio VI a fine Settecento. Adolf Hitler (che nutriva un profondo disprezzo personale per il papa) aveva chiesto ai servizi segreti nazisti di preparare un piano per il rapimento di Pio XII, ma non lo mise mai in atto e non attaccò mai pubblicamente il pontefice come ha fatto Trump. Le parole del presidente statunitense sono di una gravità inaudita perché mostrano assenza di lucidità e sembrano ignorare completamente il valore che la figura papale riveste nel mondo, non solo per i cattolici. Da un punto di vista politico è un errore drammatico perché il 54 per cento dei cattolici ha votato per lui alle ultime elezioni ma, posto di fronte alla scelta tra il capo della chiesa cattolica e un presidente che dà chiari segni di squilibrio mentale, non dovrebbe avere troppi dubbi.

Un precedente importante si è avuto il 19 gennaio 2026 quando tre importanti prelati statunitensi, i cardinali McElroy, Cupich e Tobin hanno firmato un documento congiunto in cui criticavano la politica estera di Trump sulla Groenlandia e il Venezuela. Il giorno successivo l’arcivescovo Timothy Broglio, ordinario militare negli Stati Uniti, a capo cioè di tutti i cappellani militari dell’esercito statunitense, ha dichiarato che in caso di attacco alla Groenlandia «sarebbe moralmente accettabile disobbedire agli ordini». Monsignor Broglio ha un grado equiparato a quello di generale e il suo invito a disobbedire a comandi che sono in contraddizione con i princìpi della morale cattolica riveste un’importanza che non può essere sottovalutata. Potrebbe essere iniziato il conto alla rovescia per un presidente che si dimostra, giorno dopo giorno, come inadeguato al delicatissimo ruolo che deve svolgere.

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