Presso la quadreria della Società Economica di Chiavari (via Ravaschieri, 19), fino al 3 maggio, è possibile visitare una breve, ma eloquente e vivacissima monografica dedicata a Santiago Cogorno. Assai più noto nell’Argentina dove nacque che non nell’Italia ove in realtà trascorse la più parte della propria esistenza, Cogorno fu pittore (anche) dell’eros – nelle sue più ampie armoniche, inno alla vita e al colore, innanzi tutto, libertà e liberazione umana, pregnanza di vita tutta femminile e sanguigna – ma prima ancora, fu testimone di uno scambio intenso, grandioso, ancora in parte da scoprire. Quello tra l’America Latina, e soprattutto l’Argentina, e la Liguria delle migrazioni ottocentesche.

Cogorno nacque a Buenos Aires nel 1915 figlio di immigrati liguri, di quel singolare paese sopra Lavagna – San Salvatore di Cogorno – l’antico feudo dei genovesi Fieschi, che aleggiano ancora su questo non piccolo comune sparso: nelle architetture, nella lontana memoria delle genti, nelle strade, nell’aria, perfino. Per capirne la storia, giova ancora leggere un libro non recente, di Rosella Bruschi e Sandra Lebbroni, Ritratto di Cogorno. L’antico feudo dei Conti Fieschi attraverso le sue memorie storiche (Genova, De Ferrari, 2001), pubblicato proprio l’anno in cui Santiago Cogorno “chiuse gli occhi” in Liguria – tali le parole dell’amico Marco Levaggi che ha inaugurato, con un commovente, sincero discorso, la mostra “Eros” il 17 aprile. “Chiudere gli occhi” è metafora adatta ad un pittore, che con la morte cessa di vedere e trasfigurare la realtà, nei suoi colori. Colori vivaci, che coprono la tela, sovrabbondanti come le donne colte nelle pose più intime, nelle movenze più libere e spavalde, “erotiche”, per l’appunto, ovvero generatrici di passione e di vita. E l’inquadramento storico per comprendere Santiago all’interno delle avanguardie argentine e dell’Italia in cui operava lo dà un altro Levaggi, Andrea, nel piccolo e prezioso catalogo che accompagna la mostra. “Entre tierras”, “fra le terre”, divise da un Oceano ma legate da migrazioni costanti, e ritorni, anche eccellenti, come quello di Santiago, in un circuito felice che sottrasse gran parte della Liguria di Levante dalla povertà post-unitaria e diede, parimenti, ricchezza e vitalità, anche di idee, non solo di capitali umani e spirito di impresa, all’Argentina nascente, e ora di nuovo in una fase di sorprendente vitalità, col nuovo governo “liberista”, che però non è novità in una terra che diede i natali ad un Juan Bautista Alberdi e gli consentì di ricoprire incarichi fondamentali in quel tardo Ottocento che vide anche giungere migranti di ogni sorta da Chiavari, Lavagna, San Salvatore di Cogorno per l’appunto (e numerose altre località, più o meno dimenticate oggi). “Entre tierras”, che per falsa etimologia potremmo, scherzosamente, assimilare a “entroterra”, poiché non solo dalle cittadine costiere, ma anche dall’entroterra ligure molti si spinsero oltre mare, come gli Ameghino che diedero all’Argentina il suo maggior naturalista ottocentesco, quel Florentino la cui nascita sopra Moneglia venne stabilita da Mario Dentone, scrittore e studioso che ci ha lasciato, purtroppo, all’inizio di questo 2026.
Cogorno non fu solo pittore, o disegnatore, o realizzatore di bellissimi libri illustrati (due sono presenti qui) sotto l’egida della Galleria del Levante di Milano – la creatura di quel genio particolare che fu l’architetto Emilio Bertonati, che la diresse dal 1962 al 1980 – ma fu anche scultore. Lo testimoniano le arcaiche figure femminili – meravigliose, da qualunque angolatura le si guardi, fiere femmine-madri e amanti d’epoche lontane che potrebbero essere anche le nostre – ma vi è anche un’altra importantissima testimonianza. Cogorno non fu solo ispirato da maestri del Novecento come Picasso e Chagall (del quale ultimo fu anche amico, in consonanza d’uso di stilemi e invenzioni coloristiche, favolose), ma ebbe l’onore e il piacere di veder pubblicate numerose opere a lui dedicate, come, per rimanere nella scultura, la monografia di Alberto Galardi, “La scultura di Santiago Cogorno”, pubblicata dalla Grafica Valdambro di Milano nel 1984, con un prefatore d’eccezione, Jorge Luis Borges. Nientemeno. Alberto Galardi è morto nel 2025. L’architetto chiavarese, eccentrico e immagino di non facile carattere (non lo conobbi mai di persona) fu figura di primo piano fino alla fine, anche per i suoi rapporti col mondo argentino. “Brutalista”, come venne definito, legato a progetti affascinanti anche se spesso non realizzati, identificato con i lavori per Adriano Olivetti, alcuni straordinariamente avanzati, come il Marxer di Loranzè (nel 2024 è stato avviato finalmente un progetto di ricupero di quella immensa, spettrale rovina) Galardi è stato figura interessantissima, ennesima testimonianza del vivissimo rapporto che lega Chiavari e la riviera di Levante al mondo argentino, come testimonia tra l’altro uno dei suoi ultimi libri, La Arquitectura Argentina, accompagnato da una prefazione di Roberto Alifano, (Diseño, Buenos Aires, 2016). La collaborazione con Santiago diede diversi frutti: uno molto gradevole, e prezioso, è il racconto di Ramón Romero, “Los Amores de Giacumina” (Milano, Teleia, 1989), che contiene 10 incisioni di Cogorno, simpaticamente oscene, alcune, vivacissime e spensierate. Un libro che ha un significato particolare per la comunità ligure della “Boca”, ne narra le avventure piccanti e non solo, ed è scritto nel fantastico “cocoliche”, mezzo italiano mezzo spagnolo e genovese, un tesoro per i linguisti. Venne pubblicato per la prima volta a Buenos Aires nel 1886, e l’edizione illustrata da Santiago è la prima in italiano, ad oltre un secolo dall’originale.

Che Borges – per tornare al gigante argentino – si interessasse a Santiago Cogorno dice molto della grandezza di quest’ultimo, senz’altro. Un’acquaforte di Cogorno è nel frontespizio dei “Nueve Poemas” borgesiani usciti nel 1955, un’edizione numerata in cinquanta esemplari.
Vi è un riferimento all’antica scultura mesoamericana nelle figure lignee, a dimensioni quasi naturali, di Cogorno, immagini di sofferenza e vita, enigmatiche, sfingi delle pampas, ma soprattutto olmeche, ci sembra. Esprimono una fisicità possente, ma enigmatica, come proiettata, fissata nell’antica e dolorosa funzione materna, con i grossi seni cadenti, i volti ora imploranti, ora eternati in un tacito dolore. Borges aveva ovviamente familiarità con la scultura e l’arte contemporanea, anche italiana. Attilio Rossi, Héctor Basaldúa, per citare solo due esempi. Rossi fu in Argentina per un lungo periodo, dal 1935 al 1950, e vi realizzò molte iniziative culturali ed editoriali. Basaldúa (1895-1976), fu soprattutto pittore e incisore, e dovrebbe essere meglio conosciuto in Italia. Illustrò tra l’altro, di Borges, “Para las seis cuerdas”, un’edizione limitata di 11 poesie del Maestro argentino uscita nel 1965.
Ci auguriamo che questa piccola, preziosa mostra chiavarese contribuisca ad una riscoperta più ampia ed articolata di Santiago Cogorno, per decenni, tra l’altro, socio della Società Economica. I 25 anni dalla scomparsa e la mostra stessa possono essere l’occasione giusta, un ottimo punto di partenza.

