È dagli anni Sessanta del ‘900 che si parla di eperopoli, la città-continente, e di ecumenopoli (Kostantinos Apostolou Doxiadis), la città-mondo. Perché la continuità urbana che dilaga sulle campagna nel mondo industriale avanzato non è una novità. È una situazione che avrebbe fatto felici i futuristi, qualcosa che implicitamente Sant’Elia auspicava nel suo manifesto. Ma oggi tutto questo pesa e non poco sulla vita delle comunità urbane. Urbanesimo e meccanizzazione, pur con tutta l’inevitabilità con la quale si sono imposti, richiedono ora soluzioni nuove e ingegnose per recuperare quegli spazi naturali che sono andati persi e senza i quali la vita umana resta schiacciata. Ancora, almeno qui da noi, non è stata trovata una risposta efficace, pur con le tante che sono state messe sul tavolo, e pur coi tanti dibattiti e affanni che si accavallano sul problema.
Ma ecco che Mariano Nuzzo, soprintendente ABAP per le province di Caserta e Benevento nonché docente all’Università di Ferrara, propone un saggio (“Oltre la superficie. Dinamiche di conservazione per una città sostenibile”, Edizioni Saletta dell’Uva, pagine 208, euro 19,00) che presenta alcune singolari novità. È scritto non col piglio verbosamente citazionistico tipico dell’accademia, ma con linguaggio semplice, e sinteticamente snocciola più o meno tutte le angustie che affliggono i tessuti urbani, semplicemente proponendo soluzioni di buon senso comune.
Nel saggio, illustrato da una serie di immagini generate dall’intelligenza artificiale, ricorrono alcune parole-chive che articolano il discorso e insistono su tematiche la cui implementazione renderebbe tutto molto più facile nella vita urbana: approccio integrato, partecipazione attiva dei cittadini, trasparenza dell’amministrazione pubblica…
Le città constano di due aspetti inscindibili: spazio fisico e società, urbs, e civitas; la loro continua interazione genera le trasformazioni alle quali sempre l’insieme del vivere comunitario è assoggettato. E oggi si manifesta un particolare disagio: come nota Nuzzo: «molte città sembrano afflitte da un male comune: l’indifferenza. L’indifferenza verso il degrado, l’indifferenza verso le necessità altrui, l’indifferenza verso il patrimonio storico e culturale. Questo atteggiamento si manifesta in modi diversi: nelle decisioni amministrative che ignorano le esigenze della comunità; nelle politiche urbanistiche che non considerano le dinamiche sociali; nella gestione degli spazi pubblici che non promuove il dialogo e l’inclusione. L’indifferenza è, dunque, una forma di cecità che porta al declino…. La città diventa un luogo sterile quando i suoi abitanti smettono di riconoscersi in essa, quando perdono il senso di appartenenza, quando abbandonano l’idea di partecipare attivamente alla sua crescita».
Riconoscersi nella città, sentirla propria, ovvero sentirsene responsabili. Sta qui un primo scoglio: la distanza che s’è creata tra le persone, e tra le persone e l’ambiente urbano, sospinge a sentirsi lontani da questo, magari a rifuggirlo, semmai a protestare per le amministrazioni locali inefficaci.
Nel saggio di Nuzzo si accennano diverse proposte intese a favorire un nuovo incontro tra cittadinanza e città. Sul piano culturale e sul piano operativo, i due piani essendo intesi come sovrapposti: distinti ma non distanti.
Si prenda il caso delle scuole. Nei lustri passati ci sono stati diversi casi di incidenti, in alcuni casi mortali, dovuti a crolli di parti di strutture scolastiche. Nel saggio la proposta è di lanciare un ampio piano per la ristrutturazione delle sedi scolastiche, magari trasferendole in edifici storici per vari motivi abbandonati, e coinvolgendo gli studenti nell’opera del loro riadattamento. Fosse in Cina nessuno si scandalizzerebbe. Qui è facile immaginare che sorgerebbero obiezioni da ogni parte: diritti sindacali, questioni di sicurezza, ecc. Si tratta di aspetti tutti facilmente superabili con un’attenta programmazione e con la compartecipazione delle diverse autorità preposte. Facile a dirsi, difficile a farsi: ma già cominciare a parlarne di per sé è utile, Soprattutto in considerazione del fatto che ben poco si sente dire sull’urgenza di migliorare e di rendere più sicuri gli ambienti dove i giovani crescono assieme, dove passano assieme le ore più importanti per la loro formazione di cittadini. Se potessero qui cominciare a far pratica di “learning by doing” in collaborazione certamente avrebbero migliori chances di diventare buoni cittadini. Anche perché tal genere di attività li porterebbe a conoscere la storia dei luoghi dove si trovano, che in molti casi sono dotati di notevole pregio.
Tra le tante altre proposte significative per lo sviluppo della città e della cittadinanza (sistemare gli assetti idrogeologici, migliorare la viabilità, ecc.) se ne segnalano alcuni per la loro originalità. Per esempio: riabitare i cimiteri. In fondo sono spesso luoghi ameni, alberati, dotati di spiazzi. Ci si potrebbero tenere eventi pubblici, quali opere teatrali. Nel nord Europa ci sono tanti cimiteri discretamente disposti entro floridi boschi dove le persone vanno a passeggiare. Sarebbe importante togliere quella distanza che oggi separa necropoli e città: è da questa che consegue l’incuria nella quale a volte quelle cadono.
Ma lo stesso vale per tutti gli spazi aperti: favorendo incontri pubblici all’aperto, manifestazioni culturali, concerti, dibattiti, spettacoli, si avvicinerebbero i cittadini a quegli spazi e questi diventerebbero più amichevoli. E più sicuri. Anche la notte: ripensando i sistemi di illuminazione al fine di non provocare dispersione verso l’alto e di massimizzare il rendimento minimizzando i consumi….
La città non è una macchina da abitare, è un vestito che ricopre e adorna la società nel suo insieme: un vestito che sempre muta ma non si abbandona mai.
I ragionamenti che Nuzzo intesse contribuiscono, con la loro pacatezza, e risvegliare il senso di appartenenza alle città, e l’urgenza di attivarsi per renderle migliori.

