La logica del fondamentalismo

Se ne parla perlopiù in questioni che hanno a che fare con la visione religiosa: il fondamentalista non è colui che va “a fondo” nelle questioni, ma colui che con accenti fanatici applica una visione assolutistica a un mondo – il nostro mondo – che, piaccia o no, è regno del relativo. E del limitato: noi siamo limitati. Il fondamentalista non accetta quei limiti: assume quanto ricava dalla lettura di testi, a ragione o a torto ritenuti latori di verità assolute, e desidera conformare a quella sua interpretazione tutto il mondo che lo circonda, passando sopra, ignorando o calpestando chiunque si presenti ai suoi occhi come diverso dall’immagine idealizzata nella quale agogna tutto inglobare. Almeno, questo è il senso peggiorativo che il termine assume nella pubblicistica contemporanea, per quanto all’origine in senso più neutro si limiti a riferirsi a un certo atteggiamento teologico.

Il nostro fondamentalista contemporaneo è tornato prepotentemente di moda col consolidarsi del binomio Putin-Trump sulla scena mondiale. Due presidenti falliti ma trionfanti nel loro fallimento grazie all’uso smodato della forza militare per fini neo-imperialisti.

Condividono il fallimento

Putin, dopo una prima operazione limitata alla Crimea nel 2014, dal febbraio 2022 mette in campo la “operazione speciale” per conquistare il Donbas e così scatena una guerra che da allora non accenna a diminuire di intensità, massacra civili e militari, consuma risorse a non finire, inquina quella parte d’Europa quanto le più sporche tra le centrali di produzione energetica avrebbero mai potuto fare pure se fossero tutte concentrate lì da tutto il resto del continente, ha trasformato l’economia russa incentrandola tutta sulla produzione militare. Per quanto all’inizio pensasse di risolvere il conflitto nel giro di pochi giorni, dopo quattro anni non se ne vede il termine.

Trump, dopo aver bombardato i siti nucleari iraniani nel giugno del 2025, nel febbraio del 2026 lancia la sua “operazione speciale” bombardando a tappeto l’Iran con l’intento conclamato di rovesciarne il regime nel giro di un paio di settimane. Ma così scatena un conflitto che nel giro di un paio di mesi diviene la minaccia potenzialmente più grave esperita dall’economia mondiale nell’ultimo mezzo secolo.

Condividono la perversa pervicacia

Entrambi insistono: da buoni “machos” non possono cercare di arrivare a accordi di pace, perché il loro scopo è solo prevalere tramite l’esercizio puro e duro della forza. L’altro dev’essere soggiogato. Chiedi a Putin e si lancia in interminabili ricostruzioni storiche da cui risulta che l’Ucraina è sempre stata una parte della Russia e tale deve tornare perché ora la sua popolazione è stata “lavata nel cervello” dagli occidentali che vogliono strapparla alla madrepatria. Chiedi a Trump e spiega quanto sia nefasto il regime di Teheran che foraggia il terrorismo di Hamas e Hezbollah mentre cova bombe atomiche con cui si appresta a minacciare tutto il mondo occidentale.

Hanno entrambi le loro ragioni, chi più chi meno. E rispondono entrambi allo stesso modo: intervento militare diretto (ma non chiamiamolo “guerra” perché siamo tutti pacifisti) .

Trattare, discutere, diplomazia, dialogare, cercare di trovare accordi mutuamente accettabili: no! Solo i deboli fan queste cose.

Intanto la Cina

Xi Jinping ha sempre propagandato il proprio approccio alle vicende internazionali: “win-win”. Sa che c’è sempre la possibilità di raggiungere accordi di carattere economico che favoriscono tutte le parti in causa: in quesi casi tutti “vincono”. Ma se ci è tirato per i capelli dentro un conflitto, almeno cercherà di far valere la sua parte. Se non è possibile win-win, almeno la Cina avrà il proprio vantaggio. Dal win-win si passa al win semplice. È quanto sta avvenendo ora. Confusi, incerti, spaesati, i paesi del mondo di fronte agli accesi contendenti Putin e Trump vedono una sola oasi di pace possibile, dotata di forza economica e militare tale da poter tenere a galla una situazione internazionale che sembra sull’orlo del naufragio. Sarà pure una dittatura, ma è anche il paese che ha compiuto il più grande miracolo economico mai realizzato nella storia, in pochi anni sollevando dalla miseria più di un miliardo di persone e raggiungendo le vette dello sviluppo tecnologico in tutti i campi. Altro che Wall Street dove tutto è denaro e solo denaro! Altro che Silicon Valley dove tutto è giovani rampanti su capitali privati che soggiogano i mercati! Altro che Russia, dove si fabbricano solo armi e di estrae solo petrolio e in un mare di povertà diffusa dove solo alcune città si distinguono! Altro che Europa, dove si passa il tempo a litigare e a far le pulci al vicino di casa!

Ma Putin e Trump

Ma Putin e Trump vanno avanti. Le istituzioni su cui seggono consentono loro un ampio margine di discrezionalità, soprattutto quando c’è di mezzo un affare militare. E non a caso il presidente statunitense mentre preparava le sue nuove avventure belliche ha rinominato “della Guerra” quel che era il ministero “della Difesa”. Come Putin, anche Trump sa che la miglior difesa è l’attacco. E la questione non è “si vis pacem para bellum” ma, siccome nel mondo conta solo la forza: attacca, attacca, attacca.

Non hanno capito il senso del detto di Confucio “siediti alla riva del fiume e aspetta, prima o poi passerà il cadavere del tuo nemico”. Si adatta anche alla versione plurale: “… prima o poi vedrai passare i cadaveri dei tuoi nemici”.

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