«La storia delle parole è storia delle civiltà, da sole sono individui (…) collettivamente sono civiltà». L’osservazione di Paolo Luca Bernardini contenuta nel saggio “Le parole sono pesci”, l’ultimo di quelli pubblicati nel volume Le lettere e gli spiriti. Itinerari eccentrici nella letteratura italiana (Aesthetica, pagine 242, euro 22,00), rende conto in nuce del pensiero dell’autore: liberale libertario desideroso non tanto di sovvertire con piglio polemico l’ordine stabilito per via accademica, quanto di far emergere quel che l’inveterata abitudine del canone dominante evita o espunge, divenendo censura o, più probabilmente, autocensura una volta che si interiorizza in pregiudizio. Il nesso cruciale, denuncia Bernardini, è che il canone può diventare “cannone”: la regola diventa un’arma che tarpa le ali del pensiero. Il quale peraltro, proprio in quanto pensiero, sussiste entro la civiltà che necessariamente si fonda sul dialogo: qualcosa che sarebbe impossibile senza il rispetto per l’altro.
Della vasta serie di manifestazioni con le quali la civiltà si perpetua, la letteratura è quella più evidente, e quella più ponderosa nell’insegnamento scolastico articolato sulle note, giganteggianti figure che ne scandiscono i periodi: Dante Petrarca Boccaccio, ecc. Ma ci sono anche tanti altri autori che la fama non ha portato nell’empireo delle antologie o che magari ha solo sfiorato. E tuttavia anch’essi rivelano qualcosa di importante di un tempo o di un luogo.
Come la storia non si compone solo di guerre e di conquiste territoriali ma pure della tante microstorie che possono contribuire alla macrostoria oppure restarne soffocate, così nella letteratura ai grandi si affiancano i minori e non è detto che anch’essi non abbiano trasmesso idee importanti, e lo stesso vale per i minimi. O non è detto che i grandi abbiano aspetti che magari sono stati dimenticati dal canone, inteso, come per solito è, a darne una versione tendenzialmente splendente atta a incipriarne via le rughe e i brufoli.
Ed ecco dunque in trentun brevi saggi snocciolarsi discorsi che strappano dal retropalco e portano sul proscenio personaggi, libri, punti di vista, dialetti nei cui corposi termini si intrecciano consuetudini lontane, capaci di vivacizzare la vita familiare finché non vengono soverchiati dalla lingua standard.
«Le parole sono cose – scrive Bernardini in un testo sulla vena hebraica nel dizionario di Maria Luisa Mayeer Modena – Giusto la polisemia del termine ebraico “davàr” che significa insieme, ma in modo complesso, e da interpretare ogni volta di nuovo, “parola” e “cosa”. Ma le parole sono anche mondi, e le parlate interi universi. Che magari vanno scomparendo, e di loro neanche ci rimane, assai spesso, la luce delle stelle che non esistono più, ma che molti invece credono vivano ancora. La storia di una nazione, o di una molteplicità di esse, è anche e soprattutto storia delle loro lingue, anche se magari non vi sono più parlanti della medesima e, in assenza di documenti scritti, esse sono tecnicamente morte. Esistono immensi cimiteri di lingue, estinte con la stessa malinconia di un animale o di una pianta…. Come gli animali esse erano estremamente vive e come gli animali testimoniavano una fono/logo-diversità, per dir così, con la medesima dignità della bio-diversità…».
E sono diversi gli autori ebrei che hanno dato un contributo significativo alla storia d’Italia, alla sua cultura e alla sua lingua, come Mosè Zacuto, il Dante del ghetto mantovano di età barocca; o Pia Rimini, bellissima giovane triestina rimasta vittima di una schiera di “omuncoli invertebrati, codardi, stupidi, vanesi, approfittatori” prima di finire in un campo di sterminio nel ‘44: ma ha vissuto la sua vera vita nella scrittura introspettiva in cui l’influsso autobiografico s’è fatto voce di speranza “che ci canta nel cuore, salda come una promessa: sempre”, come conclude il suo romanzo “Il giunco”; o Margherita Sarfatti che fu grande giornalista, amante di Mussolini sinché le smanie razziali lo permisero, della quale recentemente è stato ripubblicato il resoconto del viaggio oltreoceano compiuto nel 1934 in cui seppe catturare l’essenza dell’animo americano e delle tensioni che l’attraversano.
C’è una vena di sottile ironia nelle narrazioni offerte da Bernardini, pur quando affronta temi di grande serietà, momenti tragici o questioni scottanti. Una visione vagamente distaccata, propria di chi, da storico di professione, vede lo svolgersi degli eventi con tutto l’affanno che essi recano sul momento ma sa che sul lungo periodo, per grandi e gravi che siano, si riveleranno sempre transeunti. E così ecco giungere il paradosso come chiave interpretativa o, meglio, come strumento che consente di comprendere come vi possano essere punti di vista diversi da cui osservare lo stesso fenomeno. E così le vicende di alcuni genovesi che s’insediarono verso la metà del ‘500 a Tabarka in territorio tunisino ed essendone stati cacciati un paio di secoli dopo finirono per insediarsi in un isolotto davanti ad Alicante che da allora è stato chiamato Nueva Tabarca, porgono il destro per accennare alle molteplici peripezie di altri conterranei dispersi ovunque nel mondo per vari motivi. Potrebbe questa essere per loro una condanna, e tale la intendeva Dante descrivendoli come uomini “pien d’ogni magagna” e auspicando che fossero “del mondo spersi” (Inf, XXIII 152-153). Ma invece no, spiega Bernardini, essi devono uscire da Genova: per conquistare altre terre e altri mari, perché «tale è la loro natura»: vale l’eterogenesi dei fini. E per completare il paradosso ecco il ricorso alla parabola della cacciata dei mercanti dal tempio riferita nei vangeli: «Gesù, ovviamente avanti coi tempi, guardava già all’economia globale e, come Dante vedeva male i genovesi chiusi nella loro città, spronava i mercanti a muoversi da ogni parte, per aprire nuovi mercati e smetterla di concludere affarucci di poco conto».
La storia sarà pure nota, ma c’è sempre il modo per guardarla con occhi nuovi. Com’è riassunto nella presentazione del volume: “Ognuno deve essere libero di tracciare e osservare il proprio ‘canone’, al di fuori delle costrizioni delle scuole di ogni ordine e grado, e dell’ombra lunga che i poteri, politico e mediatico soprattutto, esercitano sulla letteratura”.


