Il 23 settembre 2025 il presidente Trump ha parlato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite accusando l’ONU non solo di essere un’organizzazione inutile ma di contribuire ad acuire i problemi, invece che a risolverli. Trump ha anche deriso quella che ha definito la «truffa del riscaldamento climatico» affermando che le fonti di energia rinnovabile, come il solare o l’eolico, siano più costose dell’energia ricavata dai combustibili fossili. Il giorno dopo, però, il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato un nuovo piano per il clima, ponendosi, de facto, alla guida di uno dei grandi cambiamenti dell’economia mondiale, mentre Washington continua a puntare su una tecnologia di fine Ottocento. Non sembra proprio il modo di far tornare grande l’America.
Anche sei anni fa, durante il suo primo mandato, Trump aveva parlato all’Assemblea Generale dell’ONU ma la differenza è che oggi non è più un outsider piombato sul santuario del multilateralismo. È un presidente rieletto che in pochi mesi ha indebolito i pilastri del commercio e della sicurezza globale, minando il sistema internazionale che i suoi predecessori avevano contribuito a creare dopo la Seconda guerra mondiale. Se le Nazioni Unite sono oggi molto più deboli e inefficaci l’amministrazione USA ha una responsabilità diretta, visto che ha tagliato i fondi destinati agli organismi multilaterali, i finanziamenti per gli aiuti umanitari all’estero e le operazioni di mantenimento della pace, generando gravi difficoltà finanziarie per l’ONU. Il problema non è solamente la politica imperiale del presidente USA, ma il fatto che negando la crisi climatica, riconosciuta da tutti gli scienziati, isola gli Stati Uniti e trasforma Pechino in un punto di riferimento per le politiche ecologiche del futuro.
La selta verde della Cina
Alcuni dei problemi economici di Pechino, come la crisi del settore immobiliare, una forte sovrapproduzione industriale che obbliga a puntare soprattutto sulle esportazioni, sono ben noti ma non possono farci dimenticare un altro aspetto che gli analisti occidentali non considerano in modo adeguato. È vero che carbone, petrolio e gas hanno ancora un ruolo determinante negli approvvigionamenti energetici cinesi, ma appare ormai chiaro che il Dragone sta puntando sulle nuove tecnologie per il proprio mercato interno e ha compiuto massicci investimenti all’estero, diventando il principale referente per tutti quei Paesi in via di sviluppo che vogliono progressivamente abbandonare i combustibili fossili. Apparendo in video alla conferenza ONU sul clima del 24 settembre 2025, il presidente cinese Xi ha annunciato che intende tagliare le emissioni di gas serra del 7-10 per cento per il 2035 e ha aggiunto che ha in progetto di moltiplicare di sei volte la capacità del settore solare nei prossimi dieci anni.
Se nel cruciale settore dell’Intelligenza artificiale gli Stati Uniti hanno ancora un certo vantaggio, non vale lo stesso per il settore delle biotecnologie e, soprattutto, per quello delle energie pulite. Mentre Trump incoraggia lo sfruttamento di gas e petrolio, Xi ha indebolito le lobby fossili e puntato sulla trasformazione energetica. Nel primo semestre del 2025 Pechino ha installato oltre 250 gigawatt di capacità solare, più del doppio del resto del mondo e dodici volte il dato americano. C’è però un dato su cui dobbiamo riflettere ed è l’enorme incremento degli investimenti cinesi nelle energie rinnovabili non solo in patria ma in tutto il mondo. Secondo un rapporto del Netzero Policy Club del 9 settembre 2025, Pechino ha investito globalmente 227 miliardi di dollari in progetti per energie rinnovabili che dovrebbero presto arrivare a 250, un livello senza precedenti che supera di molto i 200 miliardi di dollari (in valore corrente) erogati durante i quattro anni del Piano Marshall, quando erano gli Stati Uniti a dominare il settore manifatturiero mondiale.
Un rapporto del 24 settembre 2025 dell’autorevole centro studi Bruegel con sede a Bruxelles nota che i prezzi calanti e le misure occidentali per ridurre la dipendenza dai pannelli solari cinesi hanno creato difficoltà all’export di Pechino. La reazione è stata di puntare massicciamente sul mercato interno, anche se la carenza di infrastrutture non rende agevole l’operazione. Ma, a parte le difficoltà oggettive, è un dato di fatto che gli Stati Uniti puntano ufficialmente su una tecnologia sviluppata alla fine dell’Ottocento, mentre il governo cinese ha annunciato che intende arrivare al 20 per cento di fonti rinnovabili per il 2025, al 25 per il 2030 e all’80 per cento per il 2060. Obiettivi irraggiungibili? La percentuale del 2024 è stata del 19,8 per cento, un soffio dall’obiettivo.
Impero americano vs multilateralismo
L’intervento dirompente di Trump all’ONU ha fatto il gioco della Cina che si è presentata come il custode del multilateralismo e delle regole condivise, in contrapposizione a un Occidente meno impegnato su questo fronte. Dal podio delle Nazioni Unite, il premier cinese Li Quiang ha sottolineato che solo la cooperazione tra Stati, basata sulla fiducia reciproca, può consentire di affrontare le crisi globali. Li ha denunciato che il ritorno a logiche di sopraffazione non farebbe che aumentare l’instabilità e ha dichiarato che il ruolo delle grandi potenze è quello di difendere la giustizia e la stabilità internazionale. Chiaramente, questa è una narrazione piena di incoerenze visto che proviene dal Paese che sostiene l’invasione di Putin in Ucraina, minaccia costantemente Taiwan, rieduca in veri e propri campi di concentramento i musulmani dello Xinjiang e ha costruito una potente morsa di influenza globale tramite la Road and Belt Initiative. Per il Sud del mondo, però, la retorica interessata di Pechino è molto più attraente della brutalità razzista con cui il presidente americano tratta alleati e avversari.
Agli osservatori non è sfuggito il fatto che, a latere dell’Assemblea Generale, c’è stata una riunione dei ministri degli Esteri dei Paesi aderenti ai Brics in cui sono stati propugnati princìpi simili. L’incontro è stato presieduto dall’indiano Subrahmanyam Jaishankar e ha delineato una situazione in cui il multilateralismo è sotto pressione, il diritto internazionale è diventato un optional, mentre si fa sempre più urgente la necessità di una riforma degli organismi internazionali, che rispondono sempre meno alle necessità dei Paesi in via di sviluppo. Da questo deriva anche il bisogno di difendere il sistema del commercio multilaterale, profondamente scosso dai dazi trumpiani e dal clima generale di volatilità imposto dal bizzarro e instabile presidente USA. Come si vede, pur se divise da rivalità profonde, Delhi e Pechino hanno scelto di muoversi di concerto su un terreno comune come il multilateralismo, in risposta alla crescente instabilità globale.
Un altro aspetto che andrebbe adeguatamente considerato è che con il suo sgangherato intervento all’ONU (quattro volte più lungo di quello concesso ai comuni mortali), il presidente americano ha contribuito ad affossare il concetto e la funzione della diplomazia come strumento di mediazione e risoluzione dei conflitti. Per decenni, se non per secoli, il linguaggio diplomatico si è nutrito di formule attentamente soppesate e di un lessico prudente e calibrato. Tutto questo è stato sostituito da toni colloquiali ed espressioni dirette che, nel caso di Trump, sfociano spesso nella brutalità e nella volgarità. Con una sua frase delirante sul suo social personale, magari contraddetta il giorno dopo, Trump può far saltare decenni di paziente lavorio diplomatico e aumentare notevolmente il senso di insicurezza e instabilità. Saltati i codici di riferimento, si deve navigare a vista e i rapporti tra gli Stati mostrano gli sbalzi e la volatilità degli indici azionari, il che è l’esatto contrario del concetto di stabilità. I Paesi che intendono intraprendere la via dello sviluppo si aspettano molto poco da Washington e guardano con sempre più interesse a Pechino (e anche a Delhi). L’Europa, per ora, osserva.
Il grafico mostra l’enorme capacità produttiva della Cina, sia per quanto riguarda i pannelli solari sia per le turbine eoliche. (Fonte Istituto Bruegel)

Giornalista pubblicista dal 1990, esperto di politica internazionale, speechwriter, collabora a Frontiere.online e dirige nonsiamounisola.eu. Ha pubblicato il saggio “Shakespeare e l’arte del buon governo”.
