Poeti adolescenti su colli infuocati: gli Euganei di Tommaseo

Quando rifletto su quanto di poetico – o dovrei forse dire di lirico, più puntualmente – vi sia nel luogo ove dimoro più spesso, mi sovviene, innanzi tutto, la delicata, penetrante lezione di Andrea Zanzotto, poeta che mi fu sempre caro. E gli Euganei fanno capolino in un autore nato morto e vissuto, di solito, in altri luoghi del Veneto, ma in maniera brusca e lancinante, in versi indimenticabili, che combinano, con modalità quasi barocche, gelo e ardore, paesaggio ed intimismo; citiamone solo alcuni: “…in opposti tormenti agghiaccio et ardo, /i vostri intimi fuochi e l’acque folli/ di fervori e di geli avviso, o colli /in sì gran parte specchi a me conformi./Ah, domata qual voi l’agra natura, /pari alla vostra il ciel mi dia ventura/e in armonie pur io possa compormi.” Al pari dei Berici, gli Euganei – questo “singolare arcipelago di terre emerse dal gran mare della pianura padana” – giusto la bella definizione che Piero Luxardo, letterato ed imprenditore giunto sui colli dalla gran diaspora istriano-dalmata cui apparteneva anche Tommaseo (esule volontario, però, quest’ultimo, in altri tempi e altre temperie spirituali), all’inizio del volume di cui qui ed ora parlo (ai tali esuli esplicitamente dedicato, poi), sono formazioni vulcaniche che non preludono ad un alcuna alpe, nascono e muoiono come gradevoli brufoletti febbricitanti ed ubertosi e lieti sul volto perpetuamente adolescente della vasta pianura, da cui sorgono, essi stessi, e le varie – agricole, industriali, turistiche, artistiche – fortune d’Italia. Da sempre. Ai loro piedi assai spesso soggiorno, contemplando la cima più alta, quel Venda pieno di gradevoli sentieri, 600 metri di altitudine, scalarlo dovette sembrare una passeggiata ad un Petrarca ormai avanti negli anni, se è vero che ascese il Ventoso, in Provenza, tre volte più elevato e non privo – tuttora – di qualche difficoltà. Luigi Zanzi parlò con la sua consueta competenza degli aspetti alpinistici dell’ascensione petrarchesca, non minimi. I Colli offrono passeggiate tutte adatte anche a bambini, con una dolcezza di paesaggio unica, con la continua sensazione di essere su una nuvoletta verde che aleggia sopra la pianura che, rassicurante, a 360 gradi delimita l’orizzonte. Sembra di essere lietamente sospesi, ed oscillanti, su una vasta amaca. Cullati dai venti e da una cucina straordinaria, piena di motivi antichi. A Torreglia, visto che di essa qui soprattutto si parla, tra le altre prelibatezze, il “torresano”, il piccione. Con un buon bicchiere, o una bottiglia perché no, di semplice rosso locale.

Si deve non solo a Piero Luxardo – gran cultore del territorio dove opera, diffondendo nel mondo leccornie d’ogni sorta – ma anche a Claudia Baldin, Giulio Osto e Patrizia Paradisi un volume davvero ricco e curioso: “Tommaseo sui Colli Euganei: Passeggiate letterarie a Torreglia ed Arquà Petrarca” (Proget Edizioni), che si configura sia come opera scientifica, sia come guida per il turista, guida di alto livello, s’intende – che se non presuppone turisti essi stessi di “alto livello”, tende ovviamente a prepararne di tali – sia come piacevolissimo libro illustrato, con riproduzioni di documenti d’archivio, ma anche con foto e disegni (una menzione dunque anche per i bravissimi illustratori: Gianluca Canello, Angelo Marcolin e Raffaello Peotta). Torreglia è assai meno nota di Arquà Petrarca, ovviamente, e la disparità è compensata con ben sei piccoli “itinerari letterari” a Torreglia stessa (luogo anche di altre prelibatezze gastronomiche, oltre ai piccioni, colla piccola pasticceria Bacelle entrata in dolce concorrenza col colosso Luxardo nella produzione del liquore di ciliegia), e tre molto tradizionali ad Arquà. Alla portata di tutti, occorre dire, niente di impegnativo. Un volume nato nel 2024 per celebrare diversi centenari: i 650 anni dalla morte di Petrarca, i 150 da quella di Tommaseo, ma anche i 250 anni dalla nascita del mentore ed amico del giovanissimo studente di Sebenico, ovvero di Tommaseo, quel Giuseppe Barbieri docente di diritto naturale – ancora sopravviveva, per fortuna, tale disciplina, pur in età di soverchiante positivismo – che viveva in una non splendida ma sobria villa sui Colli (tuttora esistente), e che ai Colli aveva dedicato un poemetto in endecasillabi sciolti. Poemetto recentemente ripubblicato da Marsilio (“I Colli euganei”, 2019, a cura di Francesca Favaro). Francesca Favaro ha acutamente messo in luce il significato dell’opera, nel contesto del petrarchismo di primo Ottocento, ma anche di quello della riflessione rinnovata – dal Romanticismo ma non solo – sul giardino e sulle culture, in un quadro in cui il “poeta giardiniere” Petrarca sembra anticipare movimenti di pensiero e pratiche di riavvicinamento all’agricoltura – tra il bucolico e il georgico – che paiono ricomparire ai nostri giorni. E che – private da odiose e sterili ideologie – possono davvero esser coltivate con beneficio dell’animo. Patrizia Paradisi ci conduce nel nostro volume attraverso i Colli usando la diade Barbieri-Tommaseo, studiando anche una loro diatriba, poi per fortuna ricomposta, e traducendo dal latino la prima poesia da lei riscoperta che il giovanissimo Niccolò dedicò ai Colli, nel 1819. Aveva solo 17 anni, “Dulcia fert animus”. Una poesia sulla prospettiva, innanzi tutto (per me operetta assai migliore di quella matura e nota) che elogia quella che dai Colli si ha della pianura, vastissima, e anche del mare, non visibile ma ben presente, si potrebbe dire intuibile, come continuità del dominio serenissimo: “illa feri regina maris priscae aemula Romae”, una Venezia non nominata, però, per cautela, esplicitamente. Mentre lo è Padova, davvero visibile dai Colli, anche ora che le sue “mura” non sono più presenti. La chiusa poi in puro spirito petrarchesco inneggia alla natura come rifugio dai “fastidia urbis”, una “natura latens”, una natura che è “misteriosa” sì, come lascia intendere la traduttrice: ma anche “nascosta”, in una tradizione che il geniale Tommaseo riprende dai dibattiti illuministici sul soggetto (Paolo Frisi, ad esempio), ma anche da una tradizione più antica ove il concetto, e la locuzione relativa, sono ben presenti, dal Medioevo (Johannes de Alta Villa), ai “maghi naturali” del Rinascimento. D’altra parte, i Colli, con la loro origine vulcanica e le loro acque bollenti che salgono dal sottosuolo, sono luogo ideale per concettualizzare una “natura latens”, ctonia, perfino potenzialmente infernale. Senonché queste terre continuamente rosolate da diavoletti di fuoco che ne fanno una sola estesa graticola, sono produttrici tra l’altro di ottimi vini (e olio d’oliva sopraffino). La denominazione d’origine controllata venne ottenuta nel 1969. E riguarda un buon numero di vini e relativi vitigni, sia bianchi sia rossi. Tra cui il “carmenère”, che di solito si identifica con l’aria Piave. Non notissimo ma squisito.

Attraverso un luogo preciso, ben delimitato, un’escrescenza padana – come un’anomalia marino-fluviale è la laguna di Venezia, cui di solito comparo l’area dell’attuale Parco Colli, 550 kmq contro i 186 circa degli Euganei – si illuminano un personaggio inquietante ed inquieto come Tommaseo, ma anche le personalità meno telluriche intorno a lui, dall’amico Rosmini a Innocenzo Turrini traduttore del carme maturo, ma sempre in latino, che oltre vent’anni dopo Tommaseo, di ritorno sui Colli, dedicherà a Torreglia. Da segnalare che il Barbieri scrisse di Torreglia anche in prosa, e dunque val la pena di menzionare un altro elegante volume, “Sui sentieri di Foscolo e Petrarca. Le Veglie tauriliane dell’abate Giuseppe Barbieri”, sempre a cura di Francesca Favaro, con splendide foto di Gianluca Canello (che collabora anche al presente volumetto), pubblicato a Roma presso l’Erma di Bretschneider nel 2018. “Le stagioni”, invece, il poema ispirato da Ossian cui Barbieri intendeva affidare la propria fama postuma, non ha avuto riedizioni recenti, forse perché in parte almeno infelice. Anche qui naturalmente v’è l’eco e la presenza degli Euganei. Varrebbe la pena di ritornarci.

Buona lettura, per intanto, e buone passeggiate!

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