Le Afriche, oltre i preconcetti e gli stereotipi (a partire dal nome)

Gli occidentali guardano spesso all’Africa in modo paternalistico, o predatorio o idealistico ma, raramente (probabilmente a causa del passato coloniale), in modo pacato e oggettivo. Si vagheggia il continente del futuro, oppure si paventa l’arrivo di una massa nera e inarrestabile destinata a stravolgere la demografia europea. Sbagliamo anche a usare il nome giusto per definirla perché, a causa delle enormi differenze esistenti, è molto più corretto parlare di Afriche, al plurale. Anche la definizione di “Global South”, che indica quello che una volta era definito Terzo Mondo, andrebbe aggiornata in “Global Majority”. Il nuovo saggio di Alberto Magnani fornisce uno strumento utile per migliorare la nostra comprensione di una realtà in rapida evoluzione che, per motivi geopolitici ed economici, ci riguarda molto da vicino. Ma l’Europa è molto in ritardo rispetto a tanti altri attori, Cina in primis, che si muovono da decenni.

Grazie alla sua solida preparazione di giornalista che collabora al Sole 24 Ore, Alberto Magnani supera di scatto gli steccati ideologici che sono stati costruiti intorno al continente africano e valuta la situazione sulla base di dati molto accurati che ci aiutano a fare chiarezza in una realtà magmatica che i media occidentali descrivono in modo ingenuo o, al contrario, apocalittico. L’autore osserva molto giustamente che è più corretto parlare di “Afriche” e che va abbandonato l’atteggiamento occidentale che intende spiegare agli africani come plasmare la loro crescita senza sforzarsi di capire l’effervescenza intellettuale e politica del continente. Ci sono enormi potenzialità ma anche grandi incongruenze che non vanno demonizzate ma affrontate. «L’incongruenza più netta delle Afriche è, appunto, -scrive il giornalista- quella fra l’accelerazione della crescita e il ritardo, per non dire il vuoto, di ricadute che generino una crescita reale e uno sviluppo sostanziale della popolazione. Soprattutto se si considerano i tassi di crescita demografica, capaci di spingere al raddoppio della popolazione entro il 2050».

I giovani, la vera risorsa del futuro

Dire che i giovani rappresentano la speranza del domani è una frase fatta che ha poco senso in un Paese come l’Italia dove da molti anni il numero dei morti supera quello dei nuovi nati (l’anno scorso abbiamo stabilito in nuovo record negativo). Non è così per le Afriche in cui l’età media arriva alle soglie record di 15,9 anni in Angola, 15,7 in Uganda e 14,8 in Niger. È anche vero che il boom demografico ha trascinato con sé anche un effetto collaterale tutt’altro che benvenuto, come un aumento di 30 milioni di persone sotto la soglia di povertà. Ma l’aspetto positivo è che i giovani sono aperti alle novità tecnologiche, si adattano con facilità ai cambiamenti e possiedono l’apertura mentale necessaria per affrontare sfide come quella dell’intelligenza artificiale.

C’è poi un altro fenomeno che è completamente trascurato dagli Occidentali ed è stato definito leapfrogging, espressione che può tradursi in balzo in avanti o salto di qualità. Il termine si riferisce all’andamento anomalo dello sviluppo delle tecnologie digitali nel continente e alla crescita economica che ne può derivare. La stessa regione che ha saltato in pieno l’era dei PC, senza mai avvicinarsi a un’infrastruttura simile a quella europea o statunitense, si ritrova proiettata nel pieno di quella mobile. Diversi analisti hanno iniziato a prevedere un massiccio afflusso di fondi verso l’Africa per lo sviluppo dell’economia digitale. Per ora, i principali destinatari degli investimenti sono quelli che vengono definiti i “big four”, Nigeria, Sudafrica, Kenya ed Egitto, che concentrano nelle proprie mani quasi il 40 per cento dell’intero Pil africano. Gli analisti stanno già individuando una rosa di emergenti formata da Costa d’Avorio, Ghana, Uganda, Tanzania e Tunisia. I progetti che vengono messi a punto sono molto diversi. Si va dalle soluzioni per facilitare i pagamenti digitali a microreti elettriche che forniscono energia a domicilio, dalle applicazioni per ordinare farmaci dal proprio telefono a quelle che analizzano i dati metereologici per aumentare le rese agricole.

Ci sono città attivissime come la sudafricana Johannesburg o la keniana Nairobi ma è soprattutto Lagos, la capitale finanziaria della Nigeria, che sta emergendo come testa di ponte dell’innovazione subsahariana. Nel 2024 il Global Startup Ecosystem Index Report, un report specializzato sulle imprese emergenti, ha classificato la metropoli nigeriana al 70° posto su scala globale, appena dopo la statunitense Las Vegas e davanti alla capitale lituana Vilnius. Non dobbiamo poi sorprenderci se il governo di Zanzibar, l’isola che fronteggia la Tanzania, ha avviato un progetto per attirare tecnici informatici che possano trasformare l’isola, nota finora per le sue spiagge esotiche, in una Silicon Valley locale. Viene proposto un regime fiscale agevolato per le startup e i professionisti del settore che decidono di trapiantarsi in loco, visto anche che l’epidemia di Covid-19 ha sdoganato a livello globale il lavoro da remoto. L’idea di lavorare in un’isola da sogno, piuttosto che in una metropoli inquinata e rumorosa potrebbe attirare molti giovani tenici.

La cintura dei golpe

Tutti gli analisti hanno valutato con preoccupazione il susseguirsi di colpi di Stato che hanno portato al potere giovani militari in una fascia che va dal Niger, al Burkina Faso e al Mali, espellendo tutte le forze legate ai Paesi occidentali. Sicuramente questo non è un processo che va verso la democrazia ma, oltre alla condanna di principio, Magnani nota che il filo rosso che collega questi eventi è il tentativo di riappropriarsi di risorse naturali cedute o, più brutalmente, svendute a forze esterne nei decenni di regime coloniale o post-coloniale. Secondo l’autore, la tendenza condivisa che collega i tre Paesi subsahariani «ricade sotto un fenomeno globale: il “nazionalismo delle risorse”, inteso come la rivendicazione del controllo di materie prime che rientrano nel perimetro statale. Come si è visto nelle pagine precedenti, la sovranità sulla ricchezza naturale è tutt’altro che scontata o ordinaria nelle economie continentali, in uno squilibrio nato ai tempi della dominazione coloniale e rimasto saldo – si accusa – grazie al clima di compiacenza fra le multinazionali straniere e l’autorità del governo di turno».

È vero che questi sviluppi hanno favorito l’arrivo dei mercenari russi della Wagner, ma è chiaro che molti Stati africani rifiutano di sottostare a quello che è stato definito “colonialismo economico” e cercano una via per svincolarsi dalle antiche potenze coloniali e raggiungere una propria autonomia in campo industriale e finanziario, oltre che politico. La Repubblica democratica del Congo sta ridiscutendo con la Cina una joint venture risalente al 2008 e sbilanciata a favore di Pechino nelle forniture di cobalto, aprendosi al dialogo con un interlocutore antitetico come gli Stati Uniti. La giunta del Niger ha revocato il permesso di estrazione dell’uranio alla francese Orano, interrompendo un rapporto che risaliva ai primi anni Settanta e inaugurando un caso approdato alla Corte dell’Aia. Lo Zambia, reduce dal default del 2020 causato del pesantissimo indebitamento verso la Cina, sta contrattando quote più robuste sulle risorse delle sue miniere di rame e prevede attività autonome nel settore per rinsaldare finanze ancora provate dall’insolvenza di alcuni fa.

Secondo Magnani la «ridiscussione degli accordi e dei rapporti di forza evidenzia un cambio di approccio che pertiene, forse, più all’evoluzione politica che a quella economica della nuova stagione di governi usciti dall’electoral year 2024 e dalla cintura golpistica sempre più fitta dalla costa atlantica a quella del mar Rosso. La nuova linea che traspare è un’autonomia via via maggiore e la fine, progressiva, di quella deferenza che alcuni leader esteri ritengono ancora di meritare. In parallelo al cambiamento politico, anche il cambiamento dei rapporti economici sa percorrere strade diverse, sposando la contrattazione o lo scontro aperto a seconda delle reazioni che incontra».

Le mire sul continente

Una parte significativa della popolazione ha accolto con favore i colpi di Stato perché ha visto i militari come salvatori contro lo sfruttamento coloniale e intenzionati a combattere senza tregua la drammatica offensiva terroristica che colpisce una fascia di territorio che va dalla Somalia al Burkina Faso. Molto probabilmente, gli spietati mercenari della Wagner non otterranno risultati migliori dei francesi nella guerra al jihadismo, come è già avvenuto in Mozambico dove la Wagner è stata costretta ad andarsene. La risposta non può solo essere militare visto che la maggioranza dei giovani che vengono attirati nelle bande terroristiche non lo fanno per motivi religiosi ma economici. Questa è una delle principali difficoltà in cui si dibatte il continente africano tanto che alcuni analisti hanno parlato di “apartheid economico” per un Paese come il Sudafrica che si è liberato dal governo dei bianchi ma non ha saputo creare le precondizioni affinché le ricchezze nazionali non rimanessero bloccate nelle mani della minoranza degli ex colonialisti e dei neri ricchi.

Ma è un dato di fatto che la nuova dirigenza africana, ostile agli antichi colonialisti, guarda con interesse all’offerta sempre più fitta di attori esterni e cerca di sfruttare al meglio la situazione stipulando accordi che non si risolvano a solo vantaggio dei nuovi arrivati. La Cina possiede la più antica e radicata esperienza sul suolo africano ma, dopo i fallimenti di quegli Stati super indebitati, ha cambiato strategia abbandonando i grandi e costosi macroprogetti e propone strutture più piccole e realizzabili. A Pechino si affianca la strategia militare della Russia, l’espansionismo diplomatico e logistico della Turchia, gli investimenti miliardari degli Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. L’autore nota che «all’aumento quantitativo delle opzioni di intesa si aggiunge una differenza sostanziale nell’approccio, con i leader delle potenze non occidentali che paiono porsi in maniera meno paternalistica rispetto ai vecchi partner europei e rivendicano l’estraneità, più o meno fondata, alla stagione coloniale».

Tra gli attori che si ripropongono di giocare un ruolo importante nelle Afriche c’è anche il governo Meloni che, all’inizio del 2024, ha predisposto il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa, una strategia di rilancio dei rapporti sul continente che si innesta su una dotazione di 5,5 miliardi di euro attinti da fondi pregressi. Senza dare giudizi di merito, Magnani nota che gli Emirati, la federazione di sette monarchie del Golfo capeggiata da Dubai e Abu Dhabi, si muovono su dimensioni diverse visto che i flussi finanziari emiratini sono arrivati a valori capaci di scalzare concorrenti come Cina e Unione Europea. Financial Locations, una società di analisi dei dati legata al Financial Times, stima che gli Emirati abbiano investito l’equivalente di 110 miliardi di dollari tra il 2019 e 2023, con un picco di 97 miliardi nel solo biennio 2022-2023, una cifra che supera di tre volte il valore di quanto Pechino ha messo sul piatto nello stesso lasso di tempo. Ma il problema non è solo l’enorme sproporzione tra le ambizioni del governo italiano e le risorse che dovrebbero finanziarlo.

Il saggio descrive il vertice Italia-Africa che nel gennaio 2024 doveva lanciare la strategia dell’esecutivo italiano per cambiare “paradigma” nei rapporti col continente, alla presenza della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, della presidente del Parlamento europeo Roberta Metzola e del Presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Strette di mano, sorrisi, ottimismo, cordialità rispetto a un progetto che, nelle intenzioni di Giorgia Meloni, avrebbe dovuto portare Roma al centro di una nuova strategia per l’Africa. L’armonia diplomatica degli interventi all’inaugurazione si è rotta solo quando è salito sul palco Moussa Faki Mahmat, l’ex presidente ciadiano della Commissione dell’Unione Africana. Sono bastate alcune parole per affondare il colpo: «Avremmo gradito essere consultati» nella fase di stesura del piano svelato per la prima volta a Roma dopo mesi di anticipazioni e annunci su una misura ritenuta fondamentale nella strategia complessiva del governo italiano e nelle sue proiezioni strategiche. Magnani, da professionista, non fa commenti su questa “dimenticanza” ma ogni lettore intelligente è in grado di trarre le proprie conclusioni.

Alberto Magnani
Le ali dell’Africa
Istantanee da un continente che cambia
il Mulino, pp. 240, € 18

 

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