L’ampia retrospettiva dedicata a Marc Chagall a Ferrara, al Palazzo dei Diamanti, aperta fino all’8 febbraio, merita una visita senz’altro, anche se il suo titolo (ma solo quello) è un poco banale: “testimone del suo tempo”. Lo siamo tutti, testimoni dei tempi nostri. Che essi siano belli o brutti, che si sia “migliori del proprio tempo”, o si aspiri ad essere, invece, “il proprio tempo nel modo migliore”: per citare l’enigmatica frase del giovane Hegel. I motivi di interesse per avvicinarsi al lirismo fiabesco di Chagall, una cifra stilistica mai tradita, sono diversi; innanzi tutto, il luogo, Ferrara, sede di una comunità ebraica ben radicata nel territorio, importantissima nell’economia cittadina e per la sua identità storica, tuttora. La mostra si chiude, per altro, nell’anno del primo centenario della nascita di Paolo Ravenna, urbanista di fama, cultore di storia dell’ebraismo, figlio del primo podestà ebreo, Renzo, di cui tanto si è parlato, nella città dei Finzi-Contini, di Bassani che narra così finemente, così tragicamente, l’impatto delle inattese leggi razziali sulla borghesia ebraica ferrarese, e non solo su quella.

Vicino a Palazzo dei Diamanti uno “slargo” porta il nome del Ravenna, ma omette il suo rapporto, cruciale, con l’ebraismo. Rapporto che fu fondamentale anche per Chagall, come ben sappiamo. L’ebraismo aschenazita – di primaria importanza, anche demografica, nel contesto dell’Europa centrale, per secoli, tanto da costituire il vero collante identitario di regioni altrimenti di incerta delineazione come la Galizia, la parte davvero “europea” dell’Ucraina, e forse la sola ad esser tale – venne spazzato via dalla cieca furia nazista. Da quel mondo, dal mondo del chassidismo, quella setta religiosa che senz’altro influenzò Chagall, soprattutto per la “gioia” nella vita e nell’immergersi del creato, e nel rappresentarlo, di conseguenza (in musica, in letteratura, in poesia, in arte), proveniva questa figura così eccentrica, così immune dalle avanguardie, ma senza essere di retroguardia. Chagall, lo si può esaltare o confinare a illustratore di fiabe – come fece confrontandosi con una tradizione aliena (ma non del tutto), alla sua, ovvero con le illustrazioni a La Fontaine – lo si può perfino detestare, o porre tra i pittori preferiti: “La crocifissione bianca” era il quadro più amato, per sua esplicita dichiarazione, da papa Francesco. In esso il crocifisso è l’ebreo che patisce la persecuzione e la morte, e Cristo come “profeta ebreo” torno nella mistica ebraica, più volte, quella mistica cui a piene mani attingeva Chagall: in una carriera di forse ottanta anni, lui che ne visse 97, spegnendosi ancora attivo a Saint Paul de Vence, dopo aver raccolto allori in tutto il mondo, dove aver utilizzato le tecniche più varie, compresa la pittura su vetro. E proprio per la grande vetrata dipinta di blu di Chicago, 10 metri per 3, conobbi Chagall, anni orsono, all’Art Institute della “windy city”, rimanendo stupito dalla sua maestria, e dalla sua capacità di inserire una specie di estasi mistica anche in quelle vetrate che, omaggiando i 200 anni dalla dichiarazione di indipendenza, in realtà erano le prime sue a contenuto non (direttamente) religioso.
Chagall illustratore della Bibbia, meraviglioso, una “sorgente di vita” che si trasfonde nei colori più vivi, che rende il racconto biblico una festa di colore, prima di tutto, come è in fondo la Creazione, che dal nulla – dal nero più profondo, Dante direbbe il “perso” – estrae in armonie spesso incerte una miriade di colori. Solo Dio non ne ha uno. Nella tradizione dei disegni dei villaggi aschenaziti, ma anche in quella della pittura popolare russa. Si pensi al colore – e segnatamente l’azzurro, “che non si misura con la mente” – di Aleksander Blok, il poeta russo di sette anni più anziano di Chagall, che ebbe però vita assai più breve. Chagall tentato – forse come il suo Maestro lontano Baal Shem Tov, ma non vorrei entrare in territori molto aspri – dal panteismo spinoziano, quando affermava che la materia è natura, e tutto il “naturale è religioso”. Bella anche la scelta di porre nel catalogo lo scritto di un autore dimenticato, o quasi, nel grande panorama mitteleuropeo, quel Theodor Däubler, scrittore di lingua tedesca nato nella Trieste austro-ungarica nel 1876, che tanto caro fu a T. W. Adorno, e di cui mi onoro di aver tradotto per primo – or sono quaranta anni fa – alcune poesie in italiano. Ebbene, questa figura straordinaria era maestra proprio nel rendere i colori nell’arte sua, che è la poesia, come testimonia quel poema lunghissimo, ostico, che è Das Nordlicht, “l’aurora boreale”, ora parzialmente tradotto in italiano da Paolo Ruffilli (e prefato da Luigi Garofalo, esperto del poeta-mistico triestino), uscito presso Marsilio nel 2023. Non poteva non essere intrigato da Chagall. Come Chagall non poté non entusiasmarsi, lui uomo del Nord, per i colori della Costa Azzurra, di Nizza, della parte meridionale e occidentale del Midi (che è regione di per sé molto più estesa, toccando, come si dovrebbe sapere, anche l’Atlantico). Nizza è luogo di “rigenerazione”, concetto non banale per un mistico, di “rinascita, chiarezza, gioia”, secondo le sue stesse parole, citate in catalogo. Si immerge nelle riviere con lo spirito di un seguace del chassidismo centro-europeo, e la luce di questo pensiero ne viene per forza di cose rinvigorita, mentre egli se la ritrova nella mente, nel cuore. Sulla punta del pennello.
Sono sempre figure fiabesche, volanti, ambigue ma in fondo simpatiche anche quando raccapriccianti, avvolte dai colori mediterranei che egli seppe cogliere ed amare, donando loro anzi nuove nuance. Nel mondo mediterraneo, molti si ispirarono poi a lui, penso ad Emanuele Luzzati, detto Lele, nato a Genova nel 1921, ove si è spento carico di onori nel 2007. Anche lui ebreo, anche lui legato ai motivi-chiave della propria tradizione, che seppe magnificamente illustrare (penso alla Haggadah di Pesach, uscita presso Giuntina a Firenze nel 1984, tra l’altro). Qualcosa di Chagall mi pare poi ritrovare (ma forse sbaglio) – dello Chagall scultore – in Leonardo Lustig, tedesco d’origine, ma nato a Santa Margherita Ligure, classe 1969, molto attento alla figura umana immersa nella natura, e viceversa, alla natura immersa, “inverata” nell’umanità. Lustig è attivo nella riviera di Levante, la terza dopo quella di Ponente e quella francese, in una lunga, mirabile linea di Mediterraneo.
La mostra, curata da Francesca Villanti, presenta nel ricco catalogo un prezioso saggio di Paul Schneiter sullo Chagall illustratore di libri, e anche una breve prefazione di Vittorio Sgarbi, che ben coglie quell’aspetto infantile, fanciullesco – ma da fanciullino pascoliano, in fondo – sempre presente in Chagall, la sua “eterna infanzia” che in fondo l’artista aschenazita si portò dietro fino a cent’anni, o quasi. Se poi si ama tanto l’arte quanto la letteratura, una “carta d’artista” – cosa che vorrei, qui, in chiusura, davvero segnalare – impareggiabile è l’autobiografia di Chagall, “Ma vie” – in italiano tradotta da M. Mauri per SE di Milano nel 2012. La scrisse in russo tra 1921 e 1922, dopo un soggiorno forzato nella Russia rivoluzionaria, accompagnando il lavoro con splendidi disegni. Bella, l’amata compagna di vita, la tradusse in francese e venne pubblicata a Parigi, presso Stock, nel 1931, per uscire di nuovo con alcune integrazioni e modifiche nel 1957, quando Chagall aveva ormai acquisita fama globale. Nel 1922 Marc aveva solo 35 anni! Eppure, aveva già vissuto tra Vitsyebsk sua città di nascita, a San Pietroburgo, a Parigi, e la Russia, una vita straordinaria, sempre accompagnata dall’arte, dal senso per la famiglia, dall’attaccamento più o meno misticheggiante all’ebraismo. A San Pietroburgo studiò tra l’altro sotto la guida di Léon Bakst, la cui influenza è sempre percepibile, soprattutto nella dimensione onirica dei paesaggi. Il nome stesso “Bakst” ricorda l’acronimo di Baal Shem Tov, “BeShT (בעש״ט)”: chissà se lo scelse per quello. Era abbastanza estroso e anticonformista per farlo.
Qualche appunto al pur bel catalogo: certamente gli anni americani, dal 1941 al 1950, non furono felici, anche per la scomparsa dell’amatissima Bella. Che però sarà prontamente sostituita nel cuore e nella vita dell’artista da Virginia Haggard, l’inglesina che diverrà sua compagna, più giovane di lui di quasi trent’anni, alta e avvenente. La sua fuga avventurosa via Marsiglia è stata raccontata in un bellissimo libro appena tradotto in italiano da Palingenia, “Lo strappo del tempo nel mio cuore” di Hertha Pauli. La prestigiosa University of Notre Dame lo insignì di una laurea ad honorem – la Notre Dame che porta il nome della chiesa parigina che Chagall dipinse, tra l’altro, in un rutilante rosso nel 1953-54, in un quadro abbacinante battuto da Sotheby’s per diversi milioni di dollari alcuni anni fa – ed egli ebbe molti contatti nel Midwest, segnatamente a Chicago, e non solo a New York che elesse, come molti altri esuli (non esiliati, in senso tecnico, ma in fuga per salvarsi dalle camere a gas), a propria dimora principale. I contatti proseguiranno in modo molto fertile, raggiungendo il culmine con la commissione per le vetrate dipinte celebrative del 1976, che gli valsero un compenso di quasi un milione di dollari in valuta attuale. Bella – di due anni più anziana di Marc, che aveva sposato nel 1915 – scrisse un’autobiografia altrettanto fiabesca, (ma anche altrettanto toccante) quanto le opere del marito. Con lacerti di passione, pittorica e non solo, questo ad esempio: «Non muoverti, resta dove sei… Non riesco a stare ferma. Ti sei gettato sulla tela che vibra sotto la tua mano. Intingi i pennelli. Il rosso, il blu, il bianco, il nero schizzano. Mi trascini nei fiotti di colore. Di colpo mi stacchi da terra, mentre tu prendi lo slancio con un piede, come se ti sentissi troppo stretto in questa piccola stanza. Ti innalzi, ti stiri, voli fino al soffitto. La tua testa si rovescia all’indietro e fai girare la mia. Mi sfiori l’orecchio e mormori…» La ha pubblicata Donzelli nel 2012: “Come fiamma che brucia. Io, la mia vita e Marc Chagall”, questo il titolo, nella traduzione di Lilia Greco. Accompagnano il volume 68 disegni di Chagall stesso, e una sua delicata postfazione.
68 non è un numero casuale. Ha un profondo significato cabalistico, che mette insieme, per calcolo addizionale del valore numerico delle lettere che compongono i due lemmi, due parole (concetti) che dovettero risuonare ben forti – dolorosissimi – nel cuore di Marc alla morte, ancor relativamente giovane, della sua Bella: challal, חלל e chaim, חיים, ovvero, “vuoto” e “vita” rispettivamente. Colei che era stata la sua vita stessa, piena e ricca, lasciava ora un immenso vuoto. Per dirlo così, brutalmente, quasi.
In ultimo, vorrei concludere con un invito a visitare la città natale di Marc, al tempo russa, ora bielorussa, Vitebsk detta anche Vitsyebsk. Si parla di tante città e borghi piccoli e grandi ove Chagall si mosse, ma poca attenzione sembra meritare quello natio. Non si tema il truce Lukashenko che potrebbe sembrare un Goliath dipinto, per l’appunto, proprio da Chagall. Si tratta della quarta città per popolazione della Russia bianca, ricchissima di monumenti, di testimonianze di un passato anche medievale. Forse la fondò una figura leggendaria, santa per la Chiesa Ortodossa, Olga di Kiev (che dopo la conversione prese il nome di Elena). Grande combattente, fedele soldatessa di Cristo in tempi incerti per la storia, agli albori, della grande Russia. Qui vi è un Museo Chagall non grandissimo, ma molto interessante.
Chagall attraversò quasi tutto il Novecento. E quasi tutto il Novecento attraversò lui. Uscendone in forma di fiaba pittorica. Quasi redento.

