La realtà stonata e quella intonata: Renzo Tubaro a Villa Manin

Per M. A.

Villa Manin di Passariano è un luogo eccellente per riflettere sul passato, e sul valore della tradizione. Qui, tra gli altri cimeli esposti, una copia ad uso turistico del trattato di Campoformio, nella scuderia, ci ricorda che la Serenissima Repubblica di San Marco venne ceduta all’Austria dalla Francia, “nell’anno sesto della Repubblica” (1797, 17 ottobre), “une et indivisibile”, ovvero nell’anno sesto (poi Mussolini da qui riprese l’idea di “ri-settare” il calendario) della prima repubblica francese che nata nel 1792 visse malamente fino al 1804, quando Napoleone da primo console si autoincoronò imperatore, ponendovi bruscamente fine. Ma la malcerta creatura entrò in agonia già nel 1799, quando Bonaparte fu proclamato “primo console” e cominciò ad avocare a sé sempre più poteri. Posto che sia mai morta davvero – domanda non banale – la Repubblica Serenissima cui a Campoformido, pochi chilometri a nord-est di Passariano, si poneva in quel giorno lontano d’ottobre bruscamente fine (dopo la tragicommedia della repubblica giacobina, la “municipalità” durata pochi mesi, per la cui disgraziata vicenda si suicidò l’Ortis letterario, che Foscolo avrebbe potuto far perire per ben più nobile causa, fosse stato pure, come Werther, solo e soltanto un amore non corrisposto), durò mille e cento anni. La prima repubblica francese ad esser generosi dodici. Ad essere realisti, sette.

Renzo Tubaro, Mamma e bambina. Anni Settanta, sanguigna su carta. Proprietà e per gentile concessione della famiglia Tubaro

La tradizione: è possibile essere ancora figurativi, descrittivi, oleografici, realisti e dipintori esaltati del Sacro, nel Novecento delle avanguardie, delle provocazioni, delle rotture, delle esagerazioni, dei cubisti, dei surrealisti, dei suprematisti, dei laceratori di tele, delle “merde d’artista” (sempre meglio degli “artisti di merda”), dei Cattelan e dei Banksy, in ultimo: i quali mostrano bene come le opere d’arte siano una forma un po’ snob di bitcoin e di investimento alternativo (spesso ad alti rendimenti), cosa per carità eccellente per un libertario (sfuggono alle maglie della finanza, come sfugge un Rolex da un milione di euro: lo porto al polso, ed ecco importo la valuta che voglio nel Paese che voglio, eludendo dazi e dogane: questo vale anche per certe opere d’arte, che con l’arte nulla hanno a che vedere); magari meno lodevole per uno statalista, che vi vede tutto il disperato sforzo dei ricchi per esserlo sempre di più, a spese (detto così, enfaticamente, ma anche comicamente, ormai) del “popolo”, e ai danni del fisco. (Che poi quel che il fisco incamera vada a beneficio proprio del popolo, questo è altro discorso).

Si è possibile, ecco la risposta.

Studiose come Olimpia Niglio, come Michela Beatrice Ferri (anima di questo giornale), tra le altre e gli altri (non pochi) ci hanno dischiuso, in architettura, in estetica, nelle arti visive, l’immenso ma spesso sprezzato territorio del “sacro contemporaneo” (per citare il libro fondamentale della Ferri del 2016), e Renzo Tubaro vi appartiene a pieno titolo.

Tubaro è stato un friulano di Codroipo, nato da una famiglia di falegnami nel 1925 e morto (a Udine), nel 2002. Maestro del disegno – la sua forma di espressione primaria – della decorazione ad affresco delle chiese, e della pittura. Villa Manin gli rende il dovuto omaggio con una monografica alquanto dettagliata, “R. Tubaro. Intonare la realtà. La pittura l’affresco il disegno nel centenario della nascita”, visitabile fino al 15 marzo. Il bel catalogo è pubblicato dalla genovese Sagep, e contiene una sua biografia (molto utile), le opere, e vari apparati, tra cui una rassegna della critica e delle mostre tenute dall’artista, in vita e postume, e tre eloquenti saggi di Giancarlo Paoletto, Fulvio dell’Agnese, e Francesca Agostinelli. Che illuminano pittura, affreschi murali e disegno, rispettivamente. Una monografia completa. Tubaro è il grande erede della tradizione coloristica veneta, la tiene viva in pieno Novecento, a gran voce grida – lui schivo, riservato – che tale tradizione non è morta. Come la bora porta sentore, e freschezza marina, anche nel Friuli padano, così Todaro reca l’immensa luce veneta e friulana nei suoi affreschi, nelle sue tele ampie, nei suoi disegni intimi, magari concentrandosi fin troppo, quando la sua Marilisa gli dona prole, sulle immagini intime, del focolare (come questa sanguigna su carta qui riprodotta, “Mamma e bambina”, degli anni Settanta (di proprietà della famiglia come moltissime di queste opere). Il colore trionfa, anche nei paesaggi, soprattutto in quelli veneziani, languidi e accesi al contempo, e prima che dei suoi contemporanei paesaggisti lagunari – Cadorin e Carena (soprattutto quest’ultimo), e Dalla Zorza – si vede la tradizione antica del Veronese, di Canaletto. Mentre le immagini lagunari ricordano altri, Toni Fontanella, ad esempio, di dieci anni più giovane di Tubaro. Era quasi naturale che la Venezia precisa di un Canaletto, quella fotografica di un Rubens Santoro, il secolo successivo, si sfaldasse, nel Novecento, in una festa di colori, senza perdere l’incanto, anzi, acquisendone viepiù. Non stupisce dunque che il Tubaro affrescatore di chiese attirasse l’attenzione di quell’ “usignolo cattolico” (secondo la definizione che ne diede, sprezzante ma devoto, Edoardo Sanguineti) di Pier Paolo Pasolini, e a seguire di un altro friulano eccellente, Nico Naldini. Vi era tutto lo spirito e la tradizione di una terra, prima e dopo la Serenissima, dei suoi colori, delle sue figure dignitosissime di poveri, di ragazzi, di bambini, dotate di una dignità storica, intrinseca, che il ritratto sembra ribadire, e quasi proclamare a chi vi rivolge lo sguardo. Sono giovinetti magri, allievi serissimi, vecchiette e bambini, quando abbigliati per benino echi pittorici dei “valentini vestiti di nuovo” pascoliani, tutti splendidamente colti nella loro semplice essenza: serenità, semplicità, e, credo, sincerità. Che molto probabilmente erano i tratti essenziali anche dell’artista. La maternità poi è una vera e propria ossessione, come è nelle civiltà contadine, almeno quando riflettono (non sempre accade) su se stesse. Tubaro ne è grande cantore, e non può dunque esimersi dall’affrescare, con grande libertà, le chiese locali, ed infatti la mostra prosegue idealmente in queste chiese, remote, fuori (per fortuna) dai circuiti turistici dei poverini che vedono senza guardare, o guardano senza capire. Una mirabile riscoperta. Da formulare, senz’altro, l’auspicio che siano pubblicati i suoi taccuini, vastissimi, conservati presso l’Archivio Diaristico Nazionale a Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo. Perché non digitalizzarli? Non vi è nulla di male, e li si rende disponibili urbi et orbi. Perché l’artista lo merita, non solo per la soavità del suo tratto, la maestria nel colore e nelle luci soffuse, ma anche per la costanza nel lavoro: esordì a neanche vent’anni, fu operoso per sessanta, lavorò fino agli ultimi giorni di vita, figlia pleno titulo della terra sua. Non è cosa da poco, anzi. E’ il tratto saliente di queste genti, “resilienti” già da ben prima che il termine, ora per fortuna discretamente decaduto, venisse di moda. Ma anche docente, attento alla formazione dei giovani. Un artista italiano, friulano, veneto, che ben merita gli onori di questa monografica e di ben altri studi, in tempi cui si torna a vedere l’arte nel suo aspetto artigianale, figurativo, tecnicamente magistrale, mentre a lungo ci si è prostrati a ridicole chimere d’invenzione, a tristi onanismi mentali, a trascrizioni pedisseque di esaurimenti nervosi veri o presunti, forse evocati ad arte, nelle carte artistiche, per l’appunto, su tele, fogli e cartoni. Tubaro mostra e tiene viva l’alta moralità dell’arte, nata dallo sforzo, dalla cura, dalla tradizione. Non è cosa da poco.

E ora che il vento del mondo sta girando, eccome, doverosamente, ma comunque, naturalmente, lo si riscopre. Altra opera meritoria, sia detto finalmente, dell’ERPAC-FVG, Ente regionale per il patrimonio artistico e culturale del Friuli (e della Venezia-Giulia, che Friuli non è e non è mai stato, ma tant’è alla fine i due vanno ogni tanto d’accordo). Giova visitarla, a Villa Manin, doverosamente scartando mostre limitrofe confusionarie ed insensate, per poveri in spirito che dopo averle visitate diverranno sempre più tali. Sia lode a Tubaro, figlio della semplicità di un mondo di lavoro, d’una terra d’incanti, ove l’incanto maggiore è l’opera dell’uomo, soprattutto quando si pone al servizio di Dio.

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