“La vertigine della bellezza. E la sua perfezione…” Queste frasi ho colto aggirandomi tra l’esaustiva monografica che il Mart di Rovereto ha dedicato a Luigi Bonazza, alla fine di aprile 2026, una giornata fresca e radiosa che rendeva la gemma di Rovereto ancor più splendente, quasi surreale nella sua pulizia e armonia urbana. Non è casuale che il MART sorga lì, ad un passo dal centro antico. La mostra e il catalogo, ricchissimo, sono di Alessandra Tiddia. “Luigi Bonazza. Tra Secessione e Déco” è, per prima cosa, un’immersione, come più volte ribadito, in quel mirabile “mondo di ieri” che fu la Mitteleuropa, effervescente e inarrivabile, prima dello sconquasso del 1914, e poi del soqquadro completo del 1939. Zweig si suicidò per l’immensa nostalgia di un mondo che sentiva per sempre perduto? Ma soprattutto, irripetibile nel suo fulgore? Può anche darsi.
Bonazza ebbe e non ebbe la fama che meritava, forse la ebbe in vita, nel suo giganteggiare in quasi ogni stile pittorico, nel suo sodalizio con D’Annunzio, nei suoi voli di fantasia e nella sua passione per il volo reale, lascito del Vate e del sodalizio con Caproni, suo conterraneo. Bonazza è un figlio di Arco, luogo che diede al mondo se non altro una poderosa famiglia comitale – insieme a notevoli testimonianze d’arte – ed era figlio dell’Italia, ovvero il Tirolo, ancora austriaco, dunque; terra piena al contempo d’ansie irredentistiche, e di venerazione per quella Vienna di fine secolo, incantata. E non solo per Klimt – anzi i due Klimt, Ernst morì troppo giovane, Gustav toccò picchi di fama invece inarrivabili per Bonazza – ma per tutto un mondo artistico, filosofico, culturale nel senso più profondo, che sfugge alla fine a tutte le categorie, o scuole, in cui lo si voglia imbrigliare; non Jugendstil soltanto, ma anche quello, non decadentismo, ma anche quello, non Secessione, ma anche quella. Vienna è luogo ove il presente rompe col passato in mille modi, e forse tutti o quasi dolorosi, poiché quella rottura col passato implica, sempre di nuovo, anche il tentativo di conservarlo. La Vienna dei filosofi, la Vienna dei letterati, e non ultimo la Vienna – come non è spesso ricordato, quando si parla di quella feconda capitale europea – dei fondatori della Scuola di economia (la quinta essenza del liberalismo contemporaneo), che porta il nome della città. Carl Menger morì alla vigilia del compimento del suo sessantunesimo anno di età nel 1921; e non si comprende forse l’ansia di libertà artistica di tutti questi grandi (nel cui novero va inserito Bonazza, senz’altro), se non si entra nella dimensione radicale della libertà economica che Menger propugnava, più o meno ascoltato da un Impero che diveniva sempre più centralista: ovvero, sempre meno federale, sempre più sciaguratamente nazionalista quando era stato per secoli multietnico e decentrato, preparando così al disastro della Prima guerra mondiale, e alla morte ufficiale della grande cultura viennese celebrata con l’annessione al Reich hitleriano nel 1938. Gli anni dal 1938 al suicidio di Zweig sono di luminosa decomposizione di un cadavere troppo ingombrante per poter dissolversi in fretta.

La riscoperta di Bonazza operata in questa mostra – la maggiore che mai gli sia stata dedicata, per i 60 anni della morte – è stata preparata da un lungo lavoro, nei decenni, di riscoperta di un artista che soffrì come molti altri del “peccato originale” dell’adesione al Fascismo; che perse progressivamente la vista e dunque smise di lavorare nei suoi ultimi anni; e che è difficile alla fine inquadrare in una Scuola o categoria, tanti sono gli aspetti della sua produzione – alla ricerca della sublime bellezza erotica (con brividi e turbamenti correlati), ma anche volto a quella divina, ascetica, religiosa, grazie alle committenze di chiese locali. Trento è pur sempre luogo di culto cattolico, fondamentale nel “teo-geopolitica” di sempre. Non è solo la riscoperta di un artista, ma di una città e un territorio; ché la Mitteleuropa – complici interessati un Claudio Magris, un Angelo Ara, e numerosi altri – per quel che riguarda l’Italia tende ad essere sempre identificata con Trieste (sempre o troppo spesso), o magari anche con la Gorizia di Michelstaedter. Ma i legami di Trento con Vienna non furono meno intensi, anzi. La Mitteleuropa trentina fu patria di artisti cosmopoliti, magari anche in grado di inserirsi nell’altra grande capitale artistica dell’Europa continentale, ovvero Parigi. E Parigi a lungo ospitò artisti trentini, per tutto il Novecento, a ben vedere. Si pensi solo a figure quali Romualdo Prati, Fernando Cian, Silvio Clerico, Tullio Garbari, Paolo Vallorz, Renato Ischia, oggetto di una mostra presso la Casartisti Giacomo Vittone di Canale di Tenno nell’autunno 2019 (con relativo catalogo a cura di Roberta Bonazza (La Grafica editrice). Bonazza era già stato oggetto di rivalutazione già nel 1992 – grazie al vasto lavoro di Giorgio e Marco Perilli. E poi in numerose altre occasioni, con mostre singole, oppure mostre che lo mettevano a confronto con altri artisti, di consimile formazione ed eclettismo. Penso alla mostra a cura della Provincia Autonoma dedicata a lui, e a Josef Maria Auchentaller, e Artur Nikodem, allestita a Trento, presso Palazzo Trentini, dal 25 settembre 2010 al 10 gennaio 2011, il cui catalogo contemplava un testo di Giovanna Nicoletti, tra i massimi esperti di Bonazza.
Questa mostra ci porta alle origini della grande ambizione di Bonazza, l’idea stessa di “opera d’arte totale” che gli fece abbracciare così tante discipline, sulla scorta di questo mito alla Wagner che circolava ampiamente negli ambienti viennesi ove Bonazza si era definitivamente formato. E molto bello è il saggio nel ricchissimo catalogo su Franz Matsch, di Markus Fellinger, poiché Matsch ha sofferto di un grande oblio, ingiustificato, poiché come insegnante, artista, teorico, pose le basi per le innovazioni geniali e le rotture epocali di tutta quella che si ama chiamare la “Maler-Companie”, Ricordato da una mostra nel 1981: Franz von Matsch. Ein Wiener Maler der Jahrhundertwende. (Vienna: Museen der Stadt Wien) e poi nell’egregio lavoro del 2007 di Alfred Weidinger e Agnes Husslein-Arco, Gustav Klimt und die Künstler-Compagnie (Belvedere, Vienna). Un altro personaggio da riscoprire, con opere mirabili dense della filosofia del tempo – filosofia spesso tragica, come quella di Otto Weininger, morto giovanissimo suicida nel 1903 – che, come quasi tutti questi artisti, poi divenne autore anche di arte seriale, cartoline ad esempio, che lo fecero conoscere anche come descrittore di Grado e dell’Adriatico, l’Adriatico di D’Annunzio, l’Adriatico ben presente alla fine anche in un pittore alla fine di montagna, come Bonazza. Un pittore preda di inquietudini erotiche e pagane – gli amori di Giove sono di sottile, allusivo erotismo, la fanciulla Europa (d’origine fenicia, è bene ricordarlo, quando si parla ad esempio del mito – forse un mito – della Trieste fenicia) – sollecitate da figure in splendido equilibro tra eros e thanatos, come Orfeo – e il suo trittico ben noto è anche il suo capolavoro, che si ammira subito in apertura della mostra – e un pittore di successo già giovanissimo.
Con committenti d’eccezione, ed eccezionalmente ricchi, come la famiglia Cavagna, già nel 1913 Bonazza, relativamente giovane, può acquistare un terreno dove creare una villa a sua immagine e somiglianza, “opera d’arte totale”, che egli disegna, progetta, arreda e affresca, un monumento ad una personalità complessa, che tuttora s’ammira, in quella che era una volta la periferia di Trento, di una città a propria volta alla periferia di un Impero, morente: ma in un crepuscolo, come si dice, pieno di bagliori. E di “periferia di una periferia” Bonazza fa il proprio centro, edifica una meraviglia di simboli, rimandi, allusioni, divisa tra pagani e cristiani, ma in cui in fondo il vero culto – il vero Dio – è l’Io. L’Io dell’artista, di solito sempre smisurato, e qui affatto tale.

Il bel saggio di Maximiliane Buchner nel catalogo ci illumina sulla “casa d’artista” – a partire da quella monumentale a Monaco di Franz von Stuck – anch’egli artista “totale” come Bonazza (coetaneo di D’Annunzio, si spegnerà nel 1928: incisore, pittore, architetto, abile manager di se stesso, come moltissimi tra questi artisti e certamente Bonazza). Il catalogo poi si interroga sui rapporti tra Bonazza e D’Annunzio, ipotizza un “percorso politico”, studia i rapporti con la sua terra d’origine. Certamente Bonazza seppe cogliere tutte le opportunità che un mondo sempre più alla ricerca d’arte – in ogni forma, riproducibile senza limiti – offriva. Doveva presentarsi al pubblico in un determinato modo e la casa-atelier aveva questa funzione: nella sua casa, aveva disegnato tutti i mobili, i copri-termosifoni, le tende, mostrando tutto ciò agli ospiti che, incuriositi, gli chiedevano poi delle riproduzioni. Artista, manager di se stesso, piccolo proprietario di una discreta “industria culturale”, come D’Annunzio. Non stupisce che Sgarbi (tra gli altri) ne abbia così altamente parlato. All’ingresso dello studio privato dell’artista nella sua abitazione è scritto, tra l’altro: “L’arte mi ha insegnato la bellezza del mondo”. Singolare rovesciamento, non l’arte che imita la vita, ma la vita che imita l’arte. La quintessenza dell’estetismo di quel tempo, che – figlio di Nietzsche e della morte di Dio – partorisce tanti dèi minori, magari andando a risuscitare le divinità pagane, Giove e Orfeo, in Bonazza, e molte altre in numerosi altri artisti. Ma non solo la bellezza, del mondo Bonazza coglie anche la varietà, e lo fa sovrapponendo gli stili: i paesaggi di montagna, delle sue montagne, così classici, così ottocenteschi, così da “Belpaese”, e poi i ritratti di nuovo alto borghesi, magniloquenti, dei “notabili dell’età liberale”. E poi magari Matteotti, la celebre acquaforte che colpì Filippo Turati (una copia all’asta porta la dedica a penna di Turati: “Era il più forte e il più degno, doveva essere il più atrocemente colpito…”. Anche il percorso politico di Bonazza è obliquo, incerto. In fondo, prima di ogni cosa, era un artista, e nato nel 1877, in grado dunque di vedere gli ultimi decenni della Trento austriaca. Che non furono felici, anzi, tutt’altro. L’industria trentina tendeva naturalmente ad esportare verso il Lombardo-Veneto. Col passaggio del territorio all’Italia appena nata, il Trentino subì un duro contraccolpo, che ebbe come conseguenza anche il fenomeno migratorio, che interessò migliaia di abitanti, con le Americhe tra le destinazioni preferite. A questo s’aggiunsero le politiche sempre più tendenti a privilegiare i tedeschi da parte dell’Impero, soprattutto da quanto era diventato austro-ungarico. Tra anni Settanta e Novanta il Trentino soffre di altre calamità: le malattie del gelso e della vite, inondazioni, e dunque per molti, non solo artisti, Vienna e le parti tedesche dell’Impero costituiscono una notevole attrattiva per una migrazione non troppo lontano. Anche per Bonazza, che vi emigra però solo nel 1897, dopo esser stato allievo di quell’ottocentista ortodosso che fu Luigi Comel, tradizionalista ad oltranza. Da questa “vecchia scuola” imparerà moltissimo. I ferri del mestiere. Mai veramente dimenticati.
In chiusura, due notazioni. Una, relativa al mondo del volo, legata al rapporto privilegiato che Bonazza tenne con Giovanni Battista “Gianni” Caproni, conte di Taliedo presso Arco (1886 – 1957; le opere di Bonazza non seguono, se non molto lateralmente, lo stile futuristico. E questo rende le sue incisioni straordinarie, con tocchi insieme di realismo e surrealismo, qualcosa che rende perfettamente la meraviglia, i rischi e i brividi del volo. Ma anche il legame del volo con la terra, le strutture in legno, che sembrano pareti di case contadine che prendono il volo. Qualcosa di unico, di semplice e maestoso allo stesso tempo. Pochi artisti come Bonazza hanno davvero colto la meraviglia del volo, alle sue origini. La seconda notazione: che Bonazza fosse ampiamente integrato come “genius loci” lo testimonia l’interesse che ebbe per lui un’interessante figura di storico trentino, forse non troppo noto, ma assai profondo, come Giulio Benedetto Emert (1894-1971); figura schiva, poeta, conoscitore finissimo della propria terra, anche nelle sue produzioni artistiche. Emert commentò ampiamente uno splendido volume, la prima monografia su Bonazza, pubblicata nel 1957. Emert ben colse la grandezza di Bonazza collocandolo nella Trentino irredenta e poi redenta, nel difficile rapporto tra il Tirolo italofono, creazione imperiale, e l’Impero stesso, soprattutto Vienna. Emert scrisse anche su altri trentini – magari oggi dimenticati, o quasi – come l’incisore Benvenuto Maria Disertori, contemporaneo di Bonazza, che fu anche un notevole musicologo. O ancora sull’anima artistica di Riva del Garda, Luigi Pizzini, che il Museo Alto Garda ha debitamente valorizzato. Di Emert, per comprendere anche Bonazza, si legga (consiglio in ultimo), “L’ambiente culturale trentino dal secolo XIX al secolo XX”, nel volume “Trentino e Alto Adige dall’Austria all’Italia” (Bolzano, S.I.T.A., 1969).
Luigi Bonazza rappresenta bene un ideale di arte cosmopolita e onnicomprensiva, qualcosa che lo rende in qualche modo più significativo anche di Klimt, Klinger, Matsch, insomma tutti i suoi punti di riferimento, o quasi. Non stupisce che un artista così fiorisca in una terra per eccellenza di confine. La mostra del 2026 ha un solo precedente di quest’ampiezza, quella del 1985, a Palazzo delle Albere a Trento. Un’interessante notazione: il catalogo era allora in italiano, e in tedesco.

