Il 19 giugno 2026 Stati Uniti e Iran firmeranno fisicamente in Svizzera un Protocollo di intesa, già siglato a distanza, che sancirà agli occhi del mondo la sconfitta di Trump nella guerra iniziata il 28 febbraio su istigazione del premier israeliano Netanyahu. La Casa Bianca non ha conseguito nessuno degli obiettivi che si era prefissa, ha visto crollare la fiducia dei suoi alleati nel Golfo e scatenato una crisi economica le cui ripercussioni dureranno molti mesi. È un colpo drammatico alla credibilità internazionale degli USA e la conferma che il presidente degli Stati Uniti non ha le capacità e la competenza per governare una situazione globale molto complessa che potrebbe sfuggire di mano in ogni momento.
Il 28 febbraio 2026 sia Trump sia Netanyahu sono apparsi in televisione per annunciare al mondo che avevano iniziato una guerra che avrebbe eliminato una volta per tutte il pericolo di un Iran dotato di un’arma nucleare. Entrambi erano convinti che le operazioni belliche sarebbero state brevi, incisive e vittoriose. Nei primi minuti dell’offensiva l’aviazione israeliana ha colpito a sorpresa il bunker che ospitava il leader supremo, l’ayatollah Khamenei, e lo ha ucciso insieme ad alcuni membri della sua famiglia e ai suoi principali consiglieri. Lo stesso giorno a Minab, nell’Iran meridionale, l’aviazione statunitense ha bombardato un edificio che avrebbe dovuto ospitare un comando delle guardie rivoluzionarie ma che da tempo era stato trasformato in una scuola. Sono così morti 150 civili di cui 120 erano bambine e bambini delle elementari. Una volta eliminato il leader supremo, per un attimo è sembrato che la questione si potesse chiudere in poche ore, come era avvenuto per la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie. Trump si è affrettato a dichiarare che i suoi obiettivi erano una “resa incondizionata” della Repubblica islamica, un cambiamento di regime, la distruzione delle capacità militari iraniane e l’eliminazione delle scorte nucleari già arricchite dall’Iran e utilizzabili per la fabbricazione di un ordigno nucleare.

Non c’è un Piano B e nemmeno un Piano A
Inaspettatamente, invece di arrendersi e lasciare il Paese nelle mani degli americani e degli israeliani, il governo iraniano ha reagito e ordinato di colpire tutte le basi USA nei Paesi confinanti e anche un numero limitato di strutture civili, soprattutto negli Emirati Arabi Uniti, causando morti e gravissimi danni economici. La mossa successiva è stata quella di bloccare lo strategico stretto di Hormuz, il che ha mandato in tilt l’intera catena di approvvigionamento energetico del mondo e ha inflitto un colpo durissimo alla credibilità degli Stati Uniti che non sono stati in grado di contrastare la mossa iraniana. L’operazione militare denominata Epic Fury è stata di un’intensità mai vista prima: Israele ha condotto più di 10.800 attacchi su oltre 4000 obiettivi sganciando 18.000 bombe, mentre gli Stati Uniti hanno condotto circa 13.000 attacchi su obiettivi iraniani. Dopo 40 giorni di intensi scontri, l’8 aprile 2026 i bombardamenti sono stati sospesi, ma non perché fosse stato raggiunto qualcuno degli obiettivi ufficiali dell’operazione. La vera ragione è stata che i bombardamenti incessanti avevano pericolosamente sguarnito gli arsenali statunitensi che non potevano più permettersi di continuare l’offensiva perché, in caso di una qualunque crisi in un altro settore strategico, non sarebbero stati in grado di intervenire per mancanza di munizioni. Nessuno al Pentagono aveva messo in conto una tale possibilità.
Khamenei i suoi consiglieri sono stati rapidamente sostituiti da suo figlio Mojtaba e da una generazione più giovane di comandanti, dominati dai capi delle Guardie rivoluzionarie che hanno una grande esperienza operativa. In pratica l’unico risultato dell’attacco israelo-statunitense è stato quello di portare al potere l’ala più dura del regime e fornire ai più fanatici la potentissima arma di ricatto rappresentata dal controllo sullo stretto di Hormuz. In questo contesto, Teheran ha capito velocemente che, con un termine molto usato dal presidente USA, aveva in mano le carte vincenti, e ha iniziato a negoziare da una posizione di forza. In questo modo si è tornati alle 24 ore che hanno preceduto l’attacco israelo-statunitense del 28 febbraio quando, nella città svizzera di Ginevra, i negoziatori americani e iraniani stavano mettendo a punto una bozza di accordo e, secondo fonti iraniane, la trattativa era considerata molto seria e con buone possibilità di successo. Il protocollo di intesa che sarà formalmente firmato il 19 giugno non è un accordo ma fissa semplicemente i punti che dovranno essere affrontati in un periodo di 60 giorni, a partire dalla firma, per discutere della limitazione dello sviluppo nucleare iraniano, la ragione per la quale è stata scatenata la guerra. Contrariamente a quanto era successo nei negoziati precedenti, a Teheran viene ora riconosciuto il diritto all’uso civile dell’energia nucleare, con il chiaro impegno a non dotarsi mai di una bomba. Altri punti sono la fine delle ostilità reciproche in Iran e Libano, la riapertura dello stretto di Hormuz e la sospensione contestuale del blocco navale statunitense, la fine dell’embargo contro l’Iran e la restituzione dei fondi di Teheran all’estero che sono stati bloccati da anni. Viene anche creato un fondo da 300 miliardi di dollari a cui Teheran potrà accedere per le spese di ricostruzione. Nella migliore delle ipotesi, si potrebbe ritornare a un accordo sul tipo di quello firmato dal presidente Obama nel 2015 e sospeso da Trump nel 2018, durante la sua prima amministrazione.
Tutto è appeso a un filo
Il protocollo di intesa non risolve nessuna delle questioni sul tavolo, ma si limita a fissare una data per poterne discutere. Il presidente statunitense ha già dichiarato che se non si raggiungerà un’intesa soddisfacente potrà riprendere i bombardamenti in qualsiasi momento. Oltre a una forte destabilizzazione del mercato energetico internazionale, visto che da Hormuz passava il 20 per vento del petrolio e del gas mondiale e un terzo dei fertilizzanti diretti verso il Sud del mondo, il risultato disastroso del conflitto è la constatazione che la forza militare americana non è in grado di difendere i propri alleati nel Golfo. Invece di fungere da protezione contro nemici esterni, le basi USA nell’area di sono trasformate in vulnerabilità e sono diventate l’obiettivo dei droni e dei missili iraniani. Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita, Qatar, Oman e, soprattutto, Emirati Arabi Uniti sono stati attaccati ripetutamente mostrando la debolezza dello scudo statunitense. Molti Paesi del Golfo, con l’eccezione degli Emirati, che insieme al Bahrein ha firmato gli Accordi di Abramo, hanno tacitamente concluso che l’Iran non può essere sconfitto militarmente e sarà necessario trovare una qualche forma di convivenza con gli ayatollah. Un grave smacco per la Casa Bianca e per Netanyahu, il paladino della teoria della guerra a oltranza contro Teheran. La percezione che per il Golfo gli USA si sono dimostrati un problema e non la soluzione porta ulteriore acqua al mulino di Pechino, già artefice dello storico riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita.
Un problema ulteriore è che gli interessi di Trump (che vuole chiudere subito lo scontro perché a novembre ci sono le elezioni di medio termine) non coincidono affatto con quelli di Netanyahu (che ha invece bisogno di una guerra perenne per mantenersi al potere ed evitare di finire in galera a causa dei numerosi processi che gli pendono sul capo). Netanyahu, che lotta per la propria sopravvivenza politica, può fermare il processo di accordo in ogni momento come ha dimostrato il 14 giugno quando ha bombardato la periferia meridionale di Beirut, un passo che Trump gli aveva chiesto di non compiere. L’esercito israeliano ha annunciato che non ha nessuna intenzione di ritirarsi dal Libano che, secondo gli accordi, dovrebbe vedere una immediata cessazione del conflitto e una progressiva pacificazione. Se il Protocollo di intesa dovesse veramente aprire un processo di pace tra Stati Uniti e Iran questo cambierebbe il volto del Medio Oriente aprendo inaspettate prospettive di stabilizzazione e, potenzialmente, un periodo di pace e sviluppo. Ma Netanyahu non ha nessuna intenzione di favorire questo tipo di scenario e ha annunciato la sua intenzione di occupare il 70 per ceno della striscia di Gaza, rendendo ancora più atroci le già terribili condizioni dei palestinesi sopravvissuti al genocidio, di intensificare le operazioni militari in Libano e incrementare gli insediamenti dei coloni nella Cisgiordania occupata. Esiste un tenue filo di speranza ma non ci sono troppi elementi per essere ottimisti.

Giornalista pubblicista dal 1990, esperto di politica internazionale, speechwriter, collabora a Frontiere.online e dirige nonsiamounisola.eu. Ha pubblicato il saggio “Shakespeare e l’arte del buon governo”.
