Fu un gigante dell’anatomia ed un innovatore delle tecniche chirurgiche, tra i protagonisti più originali delle scienze mediche, nella prima metà del Seicento, eppure, sino ad oggi, soltanto di rado lo si è ricordato: personaggio affascinante e controverso, allievo di Tommaso Campanella, al centro dell’asse culturale fra Napoli e la Calabria, Marco Aurelio Severino torna finalmente all’attenzione della nostra storiografia, grazie allo splendido e curatissimo volume dedicatogli da Aurelio Musi, Il medico a rovescio. Marco Aurelio Severino nell’Europa del Seicento (Rubbettino, 2026).
E’ incredibile davvero il silenzio che, a lungo, ha avvolto la figura di Marco Aurelio Severino (1580-1656), il quale fu lettore di anatomia e chirurgia presso lo Studio di Napoli, dal 1622 al 1645, nonché incaricato di medicina pratica presso il nosocomio degli Incurabili partenopeo. Profeta di un medicar crudo che lo vide tra i primi – insieme a Paré, in Francia – valorizzare sul piano culturale le nuove arti iatriche, valente pratico e fondatore della anatomia comparata, il Severino che le pagine di Musi ci restituiscono fu, indubbiamente, uno dei più originali esponenti del sapere medico e della cultura europea seicentesca, attivamente presente nel cuore d’una rete intellettuale e accademica che oltrepassava confini politici, steccati geografici e barriere confessionali, capace di collegare tramite esperienze ed osservazioni scientifiche la realtà del Regno di Napoli e i contesti europei. La sua vita ed il suo operato vengono ora riscoperti da Musi, con un libro di finissima erudizione e straordinaria scrittura. Perché la storia bisogna anche saperla raccontare, e Musi lo fa con una prosa ammaliante e imperniata su rigorose analisi di fonti documentarie, a stampa e manoscritte. Il Severino del volume è voce di un contesto plurale, tratteggiati l’uno e l’altro con gli strumenti della più aggiornata socio-cultural history di matrice anglosassone.
Il ritratto di Severino che emerge da Il medico a rovescio è quello di un enciclopedista, vissuto tra Rinascimento e Barocco: il figlio di una cultura che anche sulle contraddizioni sapeva costruire i suoi motivi di grandezza. Il medico napoletano seppe trovare una sua precisa collocazione, nell’élite internazionale dell’epoca, oltretutto precorrendo, per modernità, temi e metodologie della scienza di epoca successiva, italiana e non solo.
Nato nel cosentino, Severino fece i suoi studi all’Università di Napoli per laurearsi, a Salerno, nel 1606. Tramite il maestro Campanella, conobbe il naturalismo telesiano e ad esso improntò la sua personale riscrittura dell’arte iatrica, prima esercitando la pratica professionale in Calabria, quindi ritornando a Napoli, ove fece mostra della propria perizia nelle dissezioni anatomiche. Continuatore del meccanicismo bio-medico di Santorio da Capodistria (l’iniziatore della iatrofisica seicentesca), Severino si segnalò presto come clinico ospedaliero, valorizzato dal Viceré e dal Prefetto regio. Suo fu il tentativo di riformare, in senso moderno, la pratica chirurgica a Napoli, a partire dal 1624, pure diffondendo, negli spazi del Regno, libri italiani ed europei, tra cui il De Medicina Aegyptiorum del botanico vicentino Prospero Alpino. Nel 1632 Severino pubblicò il De recondita abscessum natura, suo primo libro, sulla differenziazione delle lesioni patologiche e teratologia. Apprezzato, forse, più dagli stranieri che dai suoi connazionali, Severino ebbe diversi allievi europei, tra i quali il tedesco Johann Volkamer, che lo fece conoscere nel centro Europa. Aurore di innovazioni non comprese dal suo tempo, Severino fu altresì sospettato di eresia dall’Inquisizione. Il Regno di Napoli e l’Italia gli stavano stretti: intrattenne, anche per questo, relazioni scientifiche con i medici di tutta Europa – e proprio il grande contesto e respiro europeo emergono dal libro di Musi, limpidamente – in contatto epistolare fra gli altri con Houghton, Vesling, Ent, e soprattutto Harvey. Quest’ultimo gli fece dono, nel 1636, di una copia del De Motu Cordis, il testo che aveva dimostrato sperimentalmente la realtà della circolazione sanguigna, in prima edizione (quella francofortese del 1628). Da allora, Severino fu entusiasta seguace della nuova medicina harveyiana, insieme al danese Thomas Bartholin, che fu in visita a Napoli, nel 1644. Il medico nord-europeo lodò, espressamente, Severino, nel suo trattato De peregrinatione medica (1674), elogio esteso, per tramite suo, anche alla medicina napoletana. In quel periodo, insegnava a Messina lo zoologo Pietro Castelli, amico di Severino insieme a Giovanni Battista Hodierna. Tra i corrispondenti severiniani, vi era, inoltre, il naturalista piemontese Cassiano Dal Pozzo, allora nella Roma del papa re.
Il grande capolavoro del medico meridionale fu la Zootomia Democritea (1645), coronamento di quattro decenni di ricerca, manifesto e dell’atomismo italiano e della nuova anatomia comparata, superata poi solo dall’opera malpighiana a Bologna. Per Severino non vi erano differenze tra mondo inorganico e mondo vivente (animale e vegetale). Forte era, nell’opera, l’influenza inglese, specie di Houghton. Come aveva insegnato Telesio, la natura andava indagata iuxta propria principia, senza sovrapposizioni finalistiche o incrostazioni logico-metafisiche di stampo aristotelico. Senza arrivare agli estremi di Bruno e Stigliola, Severino rimase, comunque, un cauto empirista, vicino piuttosto al conterraneo Della Porta. Nel 1653, pubblicò il Therapeuta Neapolitanus, aggiornatissimo sul piano bibliografico, e dal respiro ancora una volta europeo, con in appendice un commento di Bartholin, e a Francoforte vide la luce invece la Trimembris Chirurgia, ricca di novità iatro-chimiche. Frattanto, era apparsa, in Padova, nel 1651, la Vipera Pythia, dissertazione dedicata ai venefici, tema in voga a metà Seicento (Zacchia se n’era occupato in ambiente felsineo). Ad Hanau, Severino fece stampare, quindi, la Seiphlebotomia castigata, dedicata in particolare alla pratica dei salassi, diffusissima, poi, ancora nel Settecento. Tra i suoi contatti tedeschi, annoverava, ora, Hermann Conring, ittiologo, dal quale fu convinto a pubblicare i suoi studi sulla respirazione dei pesci (Antiperipatias, apparso solo postumo, nel 1659). Stavolta, Severino si consacrava ad argomenti di fisiologia, sempre contestando la filosofia peripatetica e rifacendosi, semmai, ad Anassagora, Pitagora e di nuovo Democrito, tra i suoi indiscussi e grandi eroi. Del resto, le dottrine corpuscolariste – prima di venire incorporate, da Boyle, nella nuova scienza della pneumatica di laboratorio, dal 1660 in avanti – erano conquiste dei moderni (in particolare di Harriot e Charleton in Inghilterra, oltre che di Gassendi in Francia).
Severino, a Napoli, fu maestro negli studi medici tra gli altri di Tommaso Cornelio, di lì a non molto ispiratore della Accademia degli Investiganti. Si interessò altresì agli esperimenti di Viviani e Torricelli sul barometro a mercurio e la possibilità di produrre artificialmente il vuoto. Tali ricerche di laboratorio sulla pressione atmosferica confluirono nel De cognatione aeris et aquae, stampato – assieme ai Progymnasmata – nel 1663, di ritorno da un viaggio a Roma presso l’amico Dal Pozzo.
Negli ultimi anni di vita, a testimonianza di un instancabile attivismo accademico, Severino fu ascritto alla Accademia degli Oziosi, per i quali commentò Della Casa e scrisse sugli scacchi. Morì di peste senza mai abbandonare Napoli mentre era impegnato in prima persona contro il dilagare del morbo. Scrisse anche alcune relazioni sull’epidemia, rimaste manoscritte, e pubblicate soltanto due secoli dopo. A suo parere, per fronteggiare le pestilenze occorreva il lavoro congiunto dei medici e delle autorità, senza dar credito a impostori e ciarlatani, allora come oggi sempre circolanti. Anche nella storia seicentesca delle istituzioni e strutture sanitarie, Severino occupa, pertanto, un posto di assoluto prim’ordine, assieme a padre Antero in Liguria.
In definitiva, lo stupendo libro di Musi illumina un grande dimenticato e un’intera stagione di studi scientifici. L’autore dimostra inoltre, una volta di più, quanto fare storia della scienza sia fare, anche e soprattutto, storia della cultura, a trecentosessanta gradi, in maniera trasversale ed attenta ai collegamenti intertestuali e alle relazioni accademico-istituzionali. Musi dimostra che dire Severino – ma si potrebbe aggiungere scienza – significa dire Europa, contesti, spazi del sapere. Nel network di questi ultimi il dotto calabrese s’inserì guardando soprattutto a Inghilterra e Danimarca, senza poi dimenticare le aree degli antichi Stati tedeschi, tipograficamente avanzatissime, nel corso del secolo XVII. Di quest’ultimo, Marco Aurelio Severino fu voce autorevole e da riscoprire.


