Note di viaggio in Connecticut. 1. La Norwich Free Academy

Gli Stati Uniti riservano sempre sorprese. Il Connecticut è un piccolo stato, e stupisce quasi muoversi per centinaia di chilometri in lungo e in largo in questo rettangolo perfetto di territorio – un solo lato è sfrangiato e slabbrato, quello occidentale, ovvero la costa oceanica, divisa equamente con lo stato di New York, che proietta Long Island davanti alle acque del Connecticut senza quasi che lo si possa percepire – considerando che gli Stati Uniti sono poco meno di 10 milioni di kmq, e il Connecticut è poco sopra ai 10.000: e dunque ci muoviamo in qualcosa che è appena poco più dello 0,1 % del territorio americano. Eppure, questa percentuale irrisoria contiene una quantità di luoghi di vivo interesse, storico, naturalistico, o storico-naturalistico.

L’ingresso della Norwich Free Academy. Foto di P.L. Bernardini

Per chi viva nel mondo dell’insegnamento e degli studi, è degna di nota la Norwich Free Academy (NFA), una scuola superiore che si distingue per due caratteristiche: il museo “didattico” che ne è parte, intitolato a Slater, grandissimo discendente di una famiglia di imprenditori tessili tra i maggiori della Gilded Age, e la funzione che svolge nel territorio. La NFA, infatti, è gestita da un insieme di piccole città locali, in un fruttuoso connubio tra pubblico e privato, un sistema che consente l’istruzione gratuita per tutti i figli dei residenti di tali comunità – che non rappresentano tutto il Connecticut, ovviamente, ma una sua parte molto limitata – mentre i costi sono ovviamente molto alti per coloro che intendano iscrivere i loro figli a tale prestigiosa scuola. Qualcosa che dice molto sullo spirito di “community” degli Stati Uniti, quell’associazionismo di cui parlò già Tocqueville, in positivo, che il vero nerbo della società americana, al di là e al di sotto del sistema concorrente tra stati e federazione, tra potere centrale di Washington D.C. e autonomia “locale”. In realtà, gli Stati Uniti hanno potentissime ed antichissime “società” trasversali, spesso legate al territorio, alla religione, ad altri legami tra individui che trascendono la brutale divisione tra governo centrale e stati singoli.

Per questo, è interessante studiare i prodotti di queste forme di “associazione” storica e spontanea, come la NFA. Annesso, un museo di “tutte le civiltà del mondo” frutto dell’amore per l’arte e per i viaggi degli Slater, in particolare del fondatore William Albert, grande viaggiatore, miliardario (in valuta di oggi) imprenditore di origine inglese che fece la propria fortuna nel tessile (per poi ovviamente espandersi in diversi settori), mecenate degli studi e delle arti. Si tratta di un museo “didattico” ad uso degli studenti, che si apre con riproduzioni in scala uno/uno delle grandi sculture dell’antichità classica, Laocoonte e Nike di Samotracia inclusi, che aprono la ricognizione tra le civiltà del mondo con un magnifico inno a quella classica – da cui, forse, tutto ha preso avvio. Ma non mancano, tra i 10.000 oggetti esposti, manufatti africani, cinesi, giapponesi, australiani, quasi tutti questi in originale, e naturalmente americani; opere d’arte, e piccole mostre non permanenti, ad esempio, aperta il primo ottobre, “Beyond the Ideal: Landscape, Likeness, & Belonging in the 19th Century”, che mostra bene non solo l’attenzione dei pittori ottocenteschi americani per i paesaggi e le scuole europee – dal naturalismo di Barbizon all’impressionismo di Monet – ma anche la vicenda veramente straordinaria di un pittore di nature morte (soprattutto, con singolare preferenza per le mele), che ebbe modo di affermarsi in un mondo ancora dominato dalla schiavitù e dalla marginalizzazione delle produzioni artistiche e intellettuali dei neri d’America. Charles Etan Porter, morto nel 1923, fu un mirabile esempio di capacità di emancipazione individuale, il primo afroamericano ad entrare alla National Academy of Design di New York; un uomo determinato, anche a dimostrare, in un mondo che credeva generalmente il contrario, che anche gli afroamericani sono “capable the same as other men”, come scrisse a Mark Twain, di cui era amico. Il passo dalla lettera al famoso scrittore americano val la pena di essere citata per intero (è datata 4 aprile 1883):

“Now I am aware that there are a goodly number of my Hartford friends and others who are anxious to see how the colored artist will make out, but this is not the motive which impresses me. There is something of more importance. The colored people—my people—as a race I am interested in, and my success will only add to others who have already shown wherein they are capable the same as other men.”

Andò a studiare a Parigi dopo aver venduto molte delle sue opere, ma purtroppo poco sappiamo del suo soggiorno parigino. Una figura straordinaria in un mondo dominato – come tutti gli altri – dai bianchi. Comparabile a lui vi è forse solo una donna, più o meno sua contemporanea, ben più nota, e con una biografia incredibile, in quanto non solo discendente di africani, ma anche di indiani d’America (Chippewa, da parte di madre). Edmonia Lewis è conosciuta anche in Italia perché arrivò a Roma nel 1865, e cominciò a lavorare il marmo, dedicandosi non solo a temi classici e biblici, ma anche alla rappresentazione delle sofferenze dei due suoi popoli d’origine.

Ma lo Slater offre anche altri sguardi su quell’immenso “melting pot” – in ogni senso – che ha creato e dà corpo agli Stati Uniti tuttora. Ad esempio, vi è una collezione permanente di un artista che insegnò alla NFA, Alexey von Schlippe, nato nel 1915 da una famiglia aristocratica russa che dovette fuggire – come infinite altre, non necessariamente aristocratiche – dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Schlippe giunge dopo molto avventure negli Stati Uniti nel 1954, vi operò a lungo, e si spense a Monaco di Baviera nel 1988. Autore eclettico, capace di far propria la lezione dell’Ottocento russo in infiniti modi, attento ad ogni forma di rappresentazione visiva, compresa la descrizione del corpo, come nelle figure africane qui presenti, eteree e sognanti, anche dal punto di vista della tonalità di colore, quasi sospese. Vi è anche una sua onirica visione di Roma, con San Pietro sullo sfondo, del 1980. Fu pittore, e studioso di estetica: è ancora ampiamente ricordato in tutto il Connecticut.

Vari modi per celebrare i primi 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza. Foto di P.L. Bernardini

Lo Slater Museum e la Norwich Free Academy testimoniano dunque, se non altro, della grande attenzione che gli Stati Uniti riservano da sempre sia all’arte, sia all’istruzione, ad ogni livello. Si tratta senz’altro di una situazione privilegiata, non certo estensibile a tutto il sistema dell’istruzione medio-superiore statunitense. Ma è molto indicativa di quanto sia sentito, nel Paese, il rapporto col passato. Rapporto che naturalmente ha preso una piega molto “americana” con i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza, che sono celebrati dovunque, anche nei negozi e in milioni di souvenir, ma soprattutto nelle strutture accademiche e scolastiche: ogni scuola, ogni università si è cimentata con i 250 anni. E anche la NFA e lo Slater, con una singolare mostra di fotografie di soggetti con la bandiera americana (in tutte le salse, in tutte le forme, dalle più astratte a quelle più metalliche, auto e moto colorate in bianco rosso e blu, ossessivamente, quasi). “Stars and Stripes: The American Flag From 9/11 to 250” del fotografo e scrittore Robert Carley è un viaggio nelle variazioni sul tema che ha subito la bandiera da quando lo sciagurato 9/11 ha cambiato la prospettiva sul nazionalismo americano: nel bene, e nel male, occorre dire, rafforzandolo immensamente. Se infatti in questo 2026 si festeggiano i 250 anni della Declaration, si ricordano anche i 25 dell’attacco alle Torri Gemelle che forse non ha cambiato il corso del mondo per sempre, ma certamente lo ha deviato in una direzione inattesa e non del tutto gradita, anche se in gran parte prevista.

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