Aree interne, il futuro dell’Italia nasce dai suoi borghi

Dalla visione di Papa Francesco e Papa Leone XIV all’esperienza della Diocesi e della Provincia di Lucca

C’è un’Italia che difficilmente conquista le prime pagine. Non fa rumore, non detta l’agenda politica, non vive la frenesia delle grandi città. Eppure è l’Italia che custodisce le radici più profonde del Paese. È l’Italia dei piccoli comuni, delle montagne, delle vallate, delle campagne e dei borghi dove il tempo conserva ancora il valore delle relazioni, della memoria e della comunità.

Sono le cosiddette aree interne, una vasta parte del territorio nazionale che negli ultimi decenni ha conosciuto lo spopolamento, la riduzione dei servizi, l’invecchiamento della popolazione e la progressiva partenza dei giovani. Raccontarle soltanto attraverso questi dati, però, significa coglierne solo una parte. Perché proprio in questi luoghi si conserva un patrimonio umano, culturale, ambientale e spirituale che può diventare decisivo per il futuro dell’Italia.

Il dibattito si è riacceso dopo la pubblicazione del nuovo Piano strategico nazionale per le aree interne nel quale si ipotizza, per alcuni territori, un percorso di spopolamento destinato a diventare irreversibile. Un’affermazione che ha provocato un confronto acceso e che ha trovato nella Chiesa italiana una voce capace di proporre una prospettiva diversa: non quella della resa, ma quella della responsabilità.

Del resto, chi vive quotidianamente questi territori sa bene che le aree interne non sono semplicemente luoghi che perdono abitanti. Sono comunità che continuano a generare relazioni, solidarietà, volontariato, cultura e senso di appartenenza. Sono territori che chiedono di essere accompagnati, non archiviati.

In fondo è questo il cuore del messaggio che Papa Francesco ha consegnato con la Laudato si’ e con la Fratelli tutti. La cura del creato non può essere separata dalla cura delle persone; non esiste un’ecologia autentica senza giustizia sociale e senza comunità vive. Quando un territorio viene abbandonato, non si impoverisce soltanto il paesaggio: si indebolisce un pezzo della nostra stessa umanità.

Su questa stessa linea si inserisce il Magistero di Papa Leone XIV, che invita a ricostruire una cultura della prossimità e della corresponsabilità. Le comunità locali, ricorda il Pontefice, non sono realtà marginali, ma luoghi nei quali la dignità della persona, la solidarietà e il bene comune possono diventare esperienza concreta. È una prospettiva che restituisce valore ai piccoli paesi, non come nostalgica memoria del passato, ma come laboratori nei quali sperimentare nuovi modelli di sviluppo sostenibile.

Non è un caso che proprio la Conferenza Episcopale Italiana abbia scelto di affrontare il tema delle aree interne come una delle questioni sociali più rilevanti del nostro tempo. L’incontro tra il cardinale Matteo Maria Zuppi, il segretario generale della CEI mons. Giuseppe Baturi e il presidente dell’Unione delle Province d’Italia, Pasquale Gandolfi, ha segnato l’inizio di un percorso condiviso che punta a costruire una vera alleanza tra istituzioni, amministrazioni locali, Chiesa e società civile.

L’idea è semplice quanto rivoluzionaria: il futuro delle aree interne non si costruisce soltanto con finanziamenti o infrastrutture, ma attraverso comunità che tornano a sentirsi protagoniste del proprio destino. Servono scuole, sanità, trasporti e connessioni digitali, certo. Ma serve anche ricostruire fiducia, creare opportunità per i giovani, sostenere le famiglie e valorizzare le risorse che ogni territorio già possiede.

È una visione che trova una significativa traduzione concreta anche nel territorio lucchese.

Nel giugno scorso, la Sala di Rappresentanza di Palazzo Ducale ha ospitato un incontro che, per molti aspetti, rappresenta un modello di collaborazione istituzionale. Attorno allo stesso tavolo si sono ritrovati l’Arcivescovo di Lucca, monsignor Paolo Giulietti, il Presidente della Provincia Marcello Pierucci e numerosi sindaci del territorio. Non una semplice riunione istituzionale, ma un momento di ascolto reciproco, nato dalla consapevolezza che le grandi trasformazioni sociali non possono essere affrontate da soli.

Le nuove povertà, la crisi educativa, la denatalità, l’invecchiamento della popolazione, il fenomeno migratorio e il futuro delle aree interne sono stati i temi al centro del confronto. Questioni apparentemente diverse, ma unite da un filo comune: la necessità di ricostruire comunità capaci di generare relazioni, fiducia e partecipazione.

Monsignor Giulietti ha richiamato il ruolo della Chiesa come presenza vicina alle persone e alle comunità, capace di favorire alleanze educative e di promuovere una cultura dell’incontro. Il presidente Pierucci ha sottolineato come nessuna istituzione possa affrontare da sola sfide così complesse, evidenziando il valore di una collaborazione stabile tra enti locali e comunità ecclesiale.

È forse proprio questa l’intuizione più interessante emersa dall’esperienza lucchese: le aree interne non si rilanciano soltanto attraverso nuovi investimenti, ma ricostruendo il tessuto delle relazioni. Una comunità viva resta tale quando continua a educare, ad accogliere, a creare legami e a offrire opportunità alle nuove generazioni.

Per troppo tempo questi territori sono stati raccontati soltanto attraverso ciò che mancava: meno abitanti, meno servizi, meno prospettive. È arrivato il momento di cambiare narrazione.

Le aree interne possono diventare luoghi privilegiati nei quali sviluppare turismo sostenibile, agricoltura di qualità, comunità energetiche, innovazione digitale, telemedicina, valorizzazione del patrimonio culturale e religioso, economia civile e nuove forme di imprenditorialità. Possono essere laboratori di una qualità della vita che le grandi aree urbane, spesso, faticano ormai a garantire.

Naturalmente tutto questo richiede una visione politica di lungo periodo. Ma prima ancora richiede un cambiamento culturale. Occorre smettere di considerare i piccoli comuni come periferie destinate inevitabilmente al declino e iniziare a guardarli per ciò che realmente sono: custodi di un patrimonio che appartiene all’intera nazione.

Le aree interne non chiedono privilegi. Chiedono di poter continuare a vivere. Chiedono scuole aperte, servizi essenziali, infrastrutture adeguate, connessioni efficienti, opportunità di lavoro e politiche che permettano ai giovani di scegliere di restare.

In fondo la questione riguarda tutti noi. Perché quando un piccolo paese si spegne, l’Italia perde una parte della propria storia. Ma quando una comunità ritrova fiducia e torna a progettare il futuro, cresce l’intero Paese.

La sfida delle aree interne, allora, non riguarda soltanto l’economia o la demografia. È una questione di civiltà. Significa decidere quale idea di Italia vogliamo consegnare alle prossime generazioni: un Paese concentrato attorno a pochi grandi centri oppure una comunità capace di valorizzare ogni territorio, riconoscendo che anche nei luoghi più piccoli può nascere un futuro grande.

Ed è forse proprio da qui che occorre ripartire: dai margini che, a ben guardare, sono ancora il cuore pulsante dell’Italia.

Questa versione ha un’impostazione tipicamente giornalistica: il testo scorre come un editoriale, alterna narrazione e analisi, evita ripetizioni e mantiene uno stile naturale. Inoltre non attribuisce a Papa Leone XIV citazioni non letterali, limitandosi a richiamarne il Magistero in modo corretto e coerente.

Roberto Luzi, insegnante di IRC presso ISI PERTINI di Lucca e coordinatore del Tempo del Creato

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