Il caso di Abderrahim Fakir, morto domenica 19 luglio mentre era ammanettato avendo dato in vario modo in escandescenze a seguito di disturbi psichici per i quali si riferisce che avrebbe dovuto essere curato, si presta a alcune considerazioni che riguardano l’amministrazione della giustizia a fronte della necessità di pace sociale. Al momento della stesura di queste note, pur essendo trascorsi diversi giorni dal fatto, ancora non se ne conoscono bene i contorni, tuttavia è notevole che si siano – come peraltro sempre accade – da subito profilate le varie posizioni politiche come da prassi consolidata dei rispettivi gruppi. Se di “sinistra”, implicando colpe dello Stato ovvero delle forze dell’ordine che immancabilmente esagerano nell’uso della forza. Se di “destra” nel difendere a priori le forze dell’ordine implicando per conseguenza che la colpa sia tutta della controparte: nel caso in questione, del malcapitato deceduto.
Secondo la logica della linea di “sinistra”, il caso di Fakir richiama quello di George Floyd, morto il 25 maggio 2020 dopo essere stato fermato dalla Polizia di Minneapolis: anche Floyd aveva notevoli problemi psicofisici pregressi, senza i quali forse non sarebbe deceduto. Fatto sta che la sua morte ingigantì le proteste del movimento Black Lives Matter che, coerentemente con la sua impostazione di rifiuto della struttura sociale dominante negli Stati Uniti, esacerbò la sua opposizione verso la tradizione culturale europea, direttamente o indirettamente provocando nuove proposte di soppressione di tale tradizione tramite la “cancel culture”, la cultura della cancellazione, la cui logica è: “tu mi fai qualcosa che non accetto, e allora io ti distruggo tutta la civiltà di cui tu ti ritieni erede”.
Secondo la logica della linea di “destra”, la devianza è in ogni caso fonte di destabilizzazione e pertanto va soppressa tramite punizioni sempre più gravi. L’idea qui essendo che tanto più pesanti sono le punizioni per le devianze, tanto meglio queste si potranno controllare.
Desideriamo qui porre in rilievo che, pur secondo le diverse prospettive di parte, entrambi questi atteggiamenti partono da un elemento comune: che l’amministrazione della giustizia sia un fatto di carattere eminentemente, se non esclusivamente, punitivo. È la logica della “colpa” che va espiata tramite la pena da comminarsi per effetto delle risoluzioni dell’apparato giudiziale, a tale bisogna preposto, quale referente ultimo delle forze dell’ordine.
Responsabilità o colpa?
Vedete due o più bambini che litigano, interviene l’adulto di turno a sedare la rissa e immancabilmente, o quasi, i piccoli si producono in coro: è colpa sua. Sempre dell’altro: sanno che se riescono ad attribuire la colpa a qualcun altro loro sono salvi. Il meccanismo dell’attribuzione di colpa ha un valore salvifico per ciascuno: se la colpa è dell’altro si torna alla casella di partenza e il gioco ricomincia.

La stessa dinamica si instaura nei grandi dibattiti pubblici su casi giudiziari o anche su dibattiti eminentemente politici di rilevanza. Come nel caso del gioielliere rapinato da tre persone delle quali due sono rimaste uccise dalla (tardiva) reazione del rapinato. O come nei molteplici casi di respingimenti di immigranti illegali o di loro trasferimenti in centri di raccolta (campi di concentramento?) in paesi terzi: “destra” e “sinistra” vanno a nozze nel beccarsi con reciproche accuse mentre inseguono il tifo dei rispettivi elettorati.
In tutti i dibattiti su casi scottanti, si finisce sempre nell’additare il colpevole, preferibilmente quale espressione del campo avverso. Ma la logica di sottofondo è comune: la ricerca del colpevole: trovato questo, il “vincitore-giustiziere” si sente tranquillo.
È la reazione viscerale, che nel caso degli incendi dolosi verificatisi attorno al 22-23 di luglio porta qualcuno a chiedere pene più severe per gli incendiari. Come se le pene in sé riuscissero a evitare la commissione del reato: se così fosse, là dove vige la più severa delle pene, quella capitale, i crimini diminuirebbero. Il fatto è che chi commette un crimine lo fa a prescindere dalla pena alla quale può essere assoggettato: e questo vale per portatori di disturbi psichici come per chi tale non è – per quanto valga il detto che “da vicino nessuno è normale”. E chi non commete crimini, forse che si comporta così per timore della pena? No: più semplicemente non desidera il male dell’altro. Perché con questo si identifica, perché anche del benessere di questo si sente responsabile.
Dunque, se le pene non riducono il crimine, che cosa può ottenere lo scopo di prevenirlo?
Qui entra in gioco il tema della responsabilità. A fronte di un apparato giudiziale strutturato solo, o in prevalenza, per attribuire colpe, siamo tutti come bambini di fronte all’adulto: cerchiamo di svicolare attribuendo la colpa all’altro. Lo fanno i mass media, come i politici, come l’uomo della strada: si muovono tutti secondo la logica della attribuzione di colpa ad altri per liberarsi dalla paura di ricadere nella trappola della pena.
Per superare questa logica, l’apparato giudiziale andrebbe ristrutturato. Se non fosse più orientato al fine prevalente di comminare pene, bensì al fine di recuperare il deviante alla vita civile, sarebbe tutto diverso.
Certo si potrebbe dire che tale finalità è implicita nella pena, ma in realtà non è così, e tanto meno lo è con il sistema carcerario di cui disponiamo.
Un altro corso
Per partire dalla responsabilità delle singole persone a fronte delle società, non solo l’apparato giudiziale, ma tutto il sistema informativo ed educativo andrebbe riconcettualizzato.
La famiglie e le scuole dovrebbero educare i ragazzi (e le ragazze, diamine, sappiamo anche noi essere politically correct, a prescindere dalle vecchie abitudini grammaticali) a sentirsi responsabili della pace sociale, del rapporto con gli altri, di aiutare i compagni (e le compagne….) di asilo, di scuola, di università, ecc., così che sin da piccoli si sia tutti abituati a far pace e non far guerra, a collaborare e non prevaricare. E se si trova qualcuno che per natura tende a prevaricare e non collaborare, pian piano gli (le – anche se in questo caso, dimentichi della correzione politica, oggi si tende con grande nonchalance grammaticale a sostituire il maschile al femminile) si mostri come in realtà pure a lui (lei) conviene l’altra via: più produttiva e meno spigolosa…
I vari mass-media non dovrebbero cercare visibilità tramite quel che dà scandalo e sollecita gli istinti aggressivi più bassi e morbosi – ammettiamo che è difficile perché il mondo è quel che è. Ma ci sono diversi esempi di persone impegnate sinceramente per il bene comune e per la pace tra i popoli e nei popoli, di cui ben poco si sa: meriterebbero maggiore copertura mediatica, così come gli investimenti compiuti per migliorare città e opere d’arte di valore pubblico. E nel caso dei tanti casi di malfattori grandi o piccoli, di cui è inevitabile parlare, perché non farlo mobilitando la pietas che c’è in tutti noi? Anche i boss mafiosi in fondo sono stati bambini: che cosa li ha portati sulla via del delitto sistematico? Inchieste che scavassero in tali ambiti avrebbero un importante risvolto educativo.
E i magistrati non dovrebbero solo comminare pene: dovrebbero (sempre, non solo in alcuni casi) indicare percorsi di recupero. Ma ovviamente per fare questo bisognerebbe che vi fossero le condizioni e gli strumenti adatti. Questo richiederebbe che anche nelle carceri vi fosse un sistema ben strutturato per la rieducazione tramite lo studio e il lavoro – le due cose non possono andare disgiunte. Le carceri dovrebbero essere pensate come scuole di avviamento al lavoro, non come istituti di pena.
Si tratta di mettere in moto una cultura che sostituisca al concetto di colpa l’idea che ciascuno ha una responsabilità verso la società nel suo complesso, qualsiasi sia la sua condizione sociale, qualsiasi lavoro compia, in qualsiasi allineamento politico si riconosca.
Non è utopico, è quanto si trova esplicito nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Uno dei documenti la cui conoscenza dovrebbe essere obbligatoria per tutti, sin da tenera età.

Leonardo Servadio si occupa di alcuni siti di approfondimento culturale (frontiere.online, architettursacra.org, jerusalem-lospazioltre.it, sestocapitale.it…). Collabora con Avvenire e altre pubblicazioni. In passato s’è interessato di politica internazionale e da direttore del settimanale Nuova Solidarietà (1975-1991) e corrispondente di EIR (1980-2004) ha variamente errato (in tutti i sensi del termine) in vari Paesi e appreso a sentirsi cittadino del mondo.
