Adolescenti e social media: tra svendita di sé e antropologia materialista

Introduzione

I recenti fatti di cronaca ci mettono davanti agli occhi del cuore la vita nei social dei nostri adolescenti. La realtà dei social network, divenuti parte integrante della vita quotidiana degli adolescenti, solleva interrogativi profondi sull’identità e sulla dignità della persona. Non si tratta soltanto di un nuovo linguaggio comunicativo, ma di una trasformazione culturale che segna l’antropologia contemporanea. Sempre più spesso i giovani, pur di ottenere visibilità, follower e guadagni facili, sono disposti a svendersi e a svilire se stessi, riducendosi a merce di consumo. L’uomo, in questa prospettiva, smette di essere persona e diventa oggetto, funzionale a un sistema che premia il clamore e penalizza la verità.

1. Il volto adolescenziale nello specchio dei social

L’adolescenza è un tempo di ricerca: identità, riconoscimento, appartenenza. I social, in apparenza, offrono risposte immediate, ma in realtà amplificano le fragilità. Gli algoritmi privilegiano i contenuti più estremi e provocatori; la gratificazione è legata al numero di “mi piace”. Per alcuni giovani, l’unica via per emergere diventa la spettacolarizzazione del corpo o dell’intimità, con un processo che produce disumanizzazione.

Il sociologo Zygmunt Bauman ha descritto la nostra come “modernità liquida”, segnata dall’instabilità e dalla continua ricerca di nuove conferme¹. In questo contesto, i social moltiplicano la sensazione che il valore personale dipenda dallo sguardo altrui, rendendo fragile l’autostima e precarie le relazioni.

2. Una deriva antropologica: dall’essere all’avere

Papa Leone XIII, nella Rerum Novarum (1891), denunciava la riduzione dell’uomo a mero strumento di produzione, vittima di logiche economiche cieche². Oggi lo scenario è mutato, ma la dinamica rimane: non più le braccia sfruttate nelle fabbriche, bensì l’immagine digitale resa merce. L’adolescente “imprenditore di sé stesso” non si misura più sull’essere, ma sull’avere: più follower, più visualizzazioni, più possibilità di guadagno.

Il rischio è una forma di alienazione moderna, in cui la persona smette di percepirsi come fine e si riduce a mezzo. L’antropologia materialista, che già Leone XIII denunciava nei suoi tratti essenziali, si ripresenta in veste digitale.

3. Il magistero di Benedetto XVI: la verità nell’era digitale

Benedetto XVI ha riflettuto più volte sulla comunicazione digitale. Nel Messaggio per la 45ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (2011) sottolineava che “la verità non si misura con la popolarità”³. L’affermazione contrasta radicalmente con la logica dei social, dove ciò che appare più condiviso o più commentato viene percepito come più vero e più importante.

Per gli adolescenti, ancora in formazione, questa distorsione genera confusione: l’identità rischia di sdoppiarsi tra l’“io reale” e l’“io virtuale”, con gravi conseguenze sul piano psicologico e spirituale. Benedetto XVI metteva in guardia contro la riduzione dell’uomo a immagine manipolabile, sottolineando l’urgenza di preservare l’unità interiore della persona.

4. Papa Francesco: cultura dello scarto e idolatria del denaro

Papa Francesco ha ampliato questa prospettiva, denunciando la “cultura dello scarto”⁴ che attraversa la società contemporanea. Nei social, tale logica è evidente: chi non produce contenuti attraenti viene ignorato o escluso. I giovani imparano presto che per essere visibili occorre cedere a logiche di spettacolarizzazione, talvolta anche degradanti.

In Evangelii Gaudium, il Pontefice parla di un’economia che uccide quando il denaro diventa un idolo⁵. Trasposta nel digitale, questa dinamica si traduce nella monetizzazione dell’immagine personale: l’io è venduto per accumulare profitto. La ricerca di popolarità si trasforma in culto, e l’idolatria del denaro trova un nuovo tempio negli schermi degli smartphone.

5. Risonanze con documenti europei e nazionali

Non solo il magistero, ma anche le istituzioni civili hanno sollevato l’allarme. Il Parlamento Europeo ha sottolineato più volte la necessità di proteggere i minori dall’abuso dei social, mettendo in guardia contro le conseguenze psicologiche di un’esposizione eccessiva⁶.

In Italia, il Piano Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza (2022-2025) richiama alla responsabilità condivisa tra famiglie, scuola, associazioni e media digitali⁷. Tuttavia, le norme non bastano senza una riflessione antropologica: chi è l’uomo? Quale valore ha la sua dignità? È su queste domande che la comunità cristiana può offrire un contributo decisivo.

6. Per una pedagogia della dignità digitale

La risposta non può limitarsi a norme o divieti: occorre una pedagogia della dignità digitale.

La prima dimensione è la consapevolezza critica. I giovani devono comprendere i meccanismi che regolano i social: algoritmi che esaltano lo scandalo, logiche di mercato che trasformano i dati in merce, dinamiche di dipendenza che sfruttano i bisogni affettivi. Senza questa coscienza, l’adolescente diventa prigioniero inconsapevole di un sistema.

La seconda dimensione è la formazione del cuore. Non basta conoscere: è necessario amare la verità e la bellezza. Benedetto XVI parlava di una ecologia dell’uomo, ossia del rispetto di un ordine interiore analogo a quello della natura⁸. Francesco ne ha ampliato la prospettiva con la ecologia integrale, che collega degrado ambientale, sociale e culturale⁹. In questo quadro, una “ecologia digitale” autentica deve custodire la dignità di ogni persona, evitando la riduzione a oggetto.

La terza dimensione è la libertà. Leone XIII, nella Libertas praestantissimum (1888), affermava che la vera libertà consiste non nel fare ciò che si vuole, ma nel perseguire il bene¹⁰. In un mondo digitale che predica libertà assoluta di pubblicazione, questa intuizione è quanto mai attuale: non è libero chi può esporre tutto, ma chi sa custodire sé stesso, senza piegarsi alla logica del mercato dell’immagine.

In questo senso, l’educazione cristiana non è un insieme di divieti, ma una formazione alla libertà responsabile. I social, se usati con discernimento, possono diventare strumenti di testimonianza e di comunione, anziché di alienazione e svendita. È necessario un patto educativo che unisca famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni. Papa Francesco lo ha sintetizzato nel Patto Educativo Globale: “nessuno si salva da solo”¹¹.

Conclusione

Il futuro dei nostri adolescenti si gioca anche nello spazio digitale. Non possiamo permettere che diventino merce nelle mani di un sistema che li riduce a immagine. La sfida è restituire loro il senso della dignità, della libertà e della relazione autentica. Solo così i social smetteranno di essere un luogo di alienazione e diventeranno uno spazio di crescita, di verità e di umanità.

Prof. Roberto Luzi, Insegnante di IRC presso l’ISI Pertini di Lucca e coordinatore del tempo del creato

Note

  1. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002.

  2. Leone XIII, Rerum Novarum, 1891, n. 3.

  3. Benedetto XVI, Messaggio per la 45ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 2011.

  4. Francesco, Laudato si’, 2015, n. 22.

  5. Francesco, Evangelii Gaudium, 2013, n. 55.

  6. Parlamento Europeo, Risoluzione del 20 ottobre 2022 sulla protezione dei minori nel mondo digitale.

  7. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Piano Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza 2022-2025.

  8. Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 2009, n. 51.

  9. Francesco, Laudato si’, 2015, nn. 137-142.

  10. Leone XIII, Libertas praestantissimum, 1888, n. 8.

  11. Francesco, Messaggio per il lancio del Patto Educativo Globale, 12 settembre 2019.

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