Neorealismo fotografico castellano: Fotografia italiana degli anni ’50 a Castelfranco Veneto

Dalle macerie del secondo dopoguerra emerse molto, in Italia, e non solo. Anche una rinnovata attenzione allo strumento fotografico, liberato da imposizioni di regime, ma anche, soprattutto, dagli usi tradizionali, la ritrattistica familiare, ad esempio, o quella agiografica, celebrativa. La tecnologia avanzava e con essa cresceva una nuova generazione di fotografi, allora giovani e giovanissimi, si potrebbe dire in tutta Italia (ma certamente in tutta Europa).

Un proiettore degli anni ’50. Foto P.L. Bernardini

In un sereno giorno d’una torrida estate al crepuscolo, giungo in quella gemma murata di Castelfranco Veneto per visitare una mostra fotografica – aperta fino al 15 novembre 2026 – “Fotografia italiana 1955. Gli uomini nuovi della fotografia e Gino Oliva a Castelfranco”. 93 scatti, molti materiali del tempo, una ricognizione puntuale – con tanto di corredo filmico, molto piacevole, una serie di video, da cui lo spettatore può scegliere quale vedere, comprese due interviste a Gianni Berengo Gardin, naturalmente, con Fulvio Roiter, stelle della fotografia note in tutto il mondo, che parteciparono ai concorsi-mostra di Castelfranco del 1954 e anni seguenti – sul fervore fotografico della Castelfranco degli anni Cinquanta del secolo passato. Grazie ad un non-veneto, Gino Oliva, ebbe luogo tutto ciò: classe 1924, aveva dato un impulso fortissimo alla fotografia, in ogni senso (anche con le proprie) lui che proveniva dall’insegnamento, ma che aveva ben colto le possibilità di un mezzo espressivo che aveva oltre un secolo, ma che aveva subito diverse limitazioni strada facendo. Peraltro – sia detto per inciso – l’uso pubblico della fotografia aveva un secolo circa, allora: si pensi alle prime foto di guerra forse di tutti i tempi, quelle della guerra di Crimea, del 1853, atroci, che la censura del tempo evitò che circolassero, per non creare panico tra un pubblico che ancora in gran parte non conosceva tale mezzo.

Un grandioso affresco del piccolo mondo veneto ancora agrario degli anni Cinquanta, prima che il boom economico rendesse industriale – eccome – anche la terra che ebbe in dono da Dio, per mille anni e oltre, un governo illuminato. Così vedo io questa sequenza. La cui benefica presenza, la cui grazia laica, si sente eccome ancor oggi. Vi sono artisti sognatori come Mario Giacomelli, nativo di Senigallia, un marchigiano eccellente che avrebbe compiuto 100 anni nel 2025; tipografo, pittore, ma anche fotografo di persone e paesaggi astratti, pensosi. Poi naturalmente Roiter, che vince il premio voluta da Oliva alla sua prima edizione, nel 1954, con un paesaggio rarefatto con viandante che sembra una tela di Pieter Brueghel il Vecchio, trasposta nel bianco e nero della pellicola. Naturalmente è presente Oliva, il quale narra, tra l’altro, della tremenda alluvione del Polesine del 1951, corollario alla desolazione bellica, in una serie di foto che ci restituiscono un mondo povero e triste, davvero lontano da noi, e testimoniano del legame tra le terre serenissime tutte: la ricca marca trevigiana che si interessa del povero Polesine, così distante, eppur così vicino. Poi, all’ultimo piano, nell’ultima sala, anche la storia degli inizi del seminario lassalliano di Santa Maria al Grappa, ora in stato di triste abbandono come documenta, a colori, uno dei video che si possono visionare proprio in tale sala. Una rovina nei pressi di Bassano che dovrebbe essere in qualche modo riutilizzata.

Alcune foto degli anni ’50. P.L. Bernardini

Una vera immersione nell’arte della fotografia in quegli anni terribili e al contempo pieni di speranza, e fervori di ogni tipo. Non molte, ma agguerrite, anche alcune donne parteciparono ai premi voluti da Oliva: Ada Gazzaniga di Milano, Laura Martinelli di Venezia, e nell’edizione successiva, anche Maria Sartori e Lavinia Ruggieri. Una documentazione ricchissima per quel territorio, per la sua struttura sociale, e antropica, vista da diverse angolazioni. Castelfranco s’impose nel panorama nazionale, anche se i critici non veneti, e che diffidavano dalle produzioni culturali venete che ritenevano “inferiori” perché eterodiretti dal centralismo romano, si divertirono ad oltraggiare tale premio e le mostre connesse, accusandole perfino di dilettantismo. Già allora era in atto un processo di marginalizzazione di quelle istanze e voci culturali “periferiche” (i veneti, i siciliani, i sardi…) rispetto ad un centro corrotto, stupido, ignorante, e capace solo di servire i padroni di turno. Come ora, del resto. A Castelfranco nacque Giorgione, ebbe vita breve, ma abbastanza per inondare di capolavori l’Italia, e, oggi, il mondo. Il “ragazzo con freccia” è del 1500. Naturale che la sua eredità non si spenga e si tenti, col novissimo mezzo fotografico, l’esercizio del ritratto, di uomini o di paesaggi, ben sapendo che la “tempesta” rimarrà sempre unica, e che il genio se non si duplica, quantomeno, si può certamente prendere a maestro. E nella casa di Giorgione si tiene la mostra, per l’appunto. Una casa che è anche un museo di storia della Marca da assaporare bene.

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