Isaac Lapeyrère, il millenarismo libertino e i preadamiti nel Seicento francese e olandese

Naudé, Saint-Evremond, La Rochefoucauld, Bussy-Rabutin: in età moderna, la cultura del libero pensiero vide nella Francia luigiana molti protagonisti. Tra quelli meno noti, vi è senz’altro il bordolese Isaac Lapeyrère (1596-1676). Nato da famiglia ugonotta appartenente alla cerchia accademico-religiosa del Principe di Condé (suo protettore, nei Paesi Bassi spagnoli), inviso a Mazzarino e alla curia papale, Lapeyrère fu l’anima del seminario oratoriano di Notre Dame nel piccolo centro di Aubervilliers, senza mai scontrarsi con i superiori del convento, mai particolarmente preoccupati per le tesi, teologicamente eterodosse e libertineggianti, della sua escatologia neo-messianica.

Nel discusso e controverso trattato Du Rappel des Juifs (1643), Lapeyrère rappresentò gli israeliti come deicidi, ma aprì, comunque, all’attesa di un nuovo messia: un Re francese, che li avrebbe riaccolti in seno alla chiesa gallicana. In vista di tale compimento, Lapeyrère auspicava una semplificazione dei dogmi cristiani. Le sue idee suscitarono notevoli polemiche a Parigi e a Roma, aumentate dalla stampa, nel 1655, della Praeadamitae sive Exercitatio, commento, oltremodo eterodosso, alle lettere paoline nel quale l’eclettico autore francese dissertava sugli uomini creati prima di Adamo, e del gemello Systema theologicum ex Praeadamitarum hypothesi. I due libri uscirono ovviamente anonimi, visto i temi a dire poco scottanti, ma furono e presto ricondotte a Lapeyrère. In quelle pagine, l’oratoriano di Bordeaux si interrogava, in termini esegetici, sul problema relativo all’origine della specie umana e della civiltà, che non faceva discendere da Adamo. I preadamiti di Lapeyrère non erano pertanto corrotti dal peccato originale e non vi era neanche un solo ed unico luogo originario dell’umanità – come le scoperte geografiche in America avevano, frattanto, lasciato supporre, rivelando l’esistenza di popoli non menzionati nel testo biblico – argomenti evidentemente scandalosi per l’epoca e fonte di discordie. Arrestato ed imprigionato a Bruxelles nel 1656, Lapeyrère pensò bene di convertirsi dal protestantesimo francese al cattolicesimo – l’11 marzo 1657, dinanzi ad Alessandro VII – e l’anno dopo pubblicò la apologetica Lettre à Philotime. In privato, non smise, peraltro, di interessarsi al preadamitismo, discutendone con il biblista e teologo francese Richard Simon (1638-1712, tra le fonti ispiratrici degli studi cronologici di Newton e Fréret). Attraverso, poi, altri contatti – il filologo ed antiquario umanista Saumaise, il giusnaturalista Ugo Grozio in Olanda, e soprattutto il medico danese, alchimista e collezionista di codici demonologici ed esoterico-occulti antichi Olaus Wormius – le idee controcorrente e irregolari di Lapeyrère filtrarono, attraverso e durante la ‘crisi della coscienza europea’ tardo-barocca, nella cultura più radicale e ribelle dei Lumi europei settecenteschi. Su questi ultimi, l’influenza postuma dei libri di Lapeyrère fu in effetti notevole. Lo stesso Spinoza – non solo il padre del panteismo repubblicano seicentesco, ma a parere di Jonathan Israel anche il primo illuminista del continente – rimase assai colpito da Lapeyrère.

Quest’ultimo scrisse in vita anche altro – il resoconto di storia militare sopra La Bataille de Lents (1649), l’interessante e purtroppo dimenticata Relation du Groenland (1647, documento di gran rilievo, per la storia di geografia, cartografia e storia naturale seicentesche) e la Relation de l’Islande (1663, un altro testo di notevole importanza, per gli storici di esplorazioni e scoperte) – tuttavia il suo nome restò legato all’ipotesi preadamtica, antesignana del poligenismo, della quale Lapeyrère fu il capostipite (cfr. D. Pastine, Le origini del poligenismo e Isaac Lapayrère, Firenze, Le Monnier, 1971; R.H. Popkin, Isaac La Peyrère 1596-1676. His Life, Work and Influence, Leiden, Brill, 1997; Id., Third Force in Seventeenth-Century Thought. Leiden, Brill, 1992; F. Facchini, Le sfide dell’evoluzione: in armonia tra scienza e fede, Milano, Jaca Book, 2008).

Va ricordato che la teoria preadamitica venne desunta, da Lapeyrère, dall’analisi di passi criptici e sfingei contenuti nelle stesse Sacre Scritture, e non da da una critica esterna. Prima ancora di lui, alcune suggestioni in merito erano già state avanzate da Porfirio, dal Giuliano Augusto del Contra Galileos, da Paracelso, Bruno e La Mothe Le Vayer (altro grande libertino francese, e seguace di Machiavelli): idee sviluppate, in seguito, dalla Dissertatio Critica de Hominibus Orbis Nostri Incolis Specie et Ortu Avito inter se non differentibus di Vincentius Rumpf, stampata ad Amburgo nel 1721. Lapeyrère fece uscire i suoi due libri sui preadamiti ad Amsterdam. In essi confluivano la convinzione che il mondo e la civiltà umano fossero molto più antichi di quanto ritenuto (ancora oggi) dagli storiografi, richiami al paganesimo egizio, exempla d’epoca classica, citazioni patristiche e agostiniane, miti e favole del passato, echi neoplatonici e teurgici, mitologia indiana e orientale ed ermetismo tardo-quattrocentesco. Fu, peraltro, con l’Illuminismo del XVIII secolo che il preadamismo venne ampiamente adottato, in opposizione alla versione biblica sulle origini degli uomini, tanto nell’Europa settecentesca quanto sul suolo americano, specie dal XIX secolo. Fu, infatti, nell’Ottocento che emerse, dalle radici preadamitiche di Lapeyrère, il poligenismo, teorizzato da scrittori tra i quali Charles Caldwell, Josiah Nott e Samuel Morton, autori di studi anche frenologici tipici dell’evoluzionismo di quel tempo.

Il poligenismo prevedeva la pluralità delle origini dei vari tipi umani, sia in passato, sia in epoca moderna, in contrapposizione con il monogenismo biblico. Il mondo cattolico condannò il poligenismo, già durante il Concilio di Trento, con l’enciclica Humani generis, prima di rivalutarlo successivamente, o comunque di prenderlo in considerazione, confrontandosi con esso. Tra XVIII e XIX secolo, fu preso in esame da paleontologi ed antropologi, così come dagli archeologi. Senza dubbio, i popoli del Nuovo Mondo non rientravano negli schemi genealogici del monogenismo biblico, per la difficoltà di capire come i discendenti di Adamo fossero trasmigrati originariamente nelle terre al di là dell’Atlantico. Sia lo scetticismo pirronista sia il libertinage érudit ci andarono a nozze, relativizzando le verità scritturali e facendo del racconto ebraico solo una delle storie sacre della Terra. Tipica strategia libertina, che però nel caso di Lapeyrère sposava anche tratti millenaristici, comuni nel corso del Seicento solo ai calvinisti olandesi (e in parte ginevrini) ed ai puritani anglo-americani.

Prima di Lapeyrère, il naturalista, medico e libero pensatore Giulio Cesare Vanini (1585-1619), finì sul rogo, vittima dell’Inquisizione di Tolosa, anche e soprattutto per le sue posizioni, eccentriche ed irregolari, sulla genesi dell’uomo. Per i biblisti ortodossi la specie umana discendeva da Adamo, mentre le varie razze erano derivate dai figli di Noè dopo il Diluvio. Il tema fu sfiorato pure da Buffon nel ‘700 francese e in età napoleonica da un altro grande naturalista, il padre del catastrofismo moderno Cuvier, seguito, in Svizzera, dal biologo, zoologo ed ittiologo Agassiz. Per il medico e naturalista di Filadelfia Samuel Morton (1799-1851), vi erano stati nella storia momenti di creazione differenti tra di loro, ed in quelle diverse zone del globo dove erano sorte le nazioni: differenze, secondo Morton, immutabili e di carattere gerarchico. Il poligenismo divenne così la giustificazione teorica delle differenze tra gli uomini, per cui il genere umano avrebbe avuto diverse origini. La Chiesa, da parte sua, raggiunse, in seguito, un compromesso con le dottrine monogenetiche, cercando una armonia tra scienza e fede, tra religione rivelata e nuova scienza, fra tradizione e novità: di fatto l’ideale tardo-seicentesco di Robert Boyle e dei latitudinari inglesi raccolti nella Royal Society londinese all’epoca di Newton.

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