di Axel Famiglini
Si è a lungo discusso sul fatto che Trump, assieme a Russia e Cina, avesse l’intenzione di farsi promotore di una suddivisione del mondo in sfere di influenza all’interno delle quali i tre attori in gioco potessero esercitare il proprio incontrastato potere sia in termini politico-militari che economici. L’idea isolazionistica e protezionistica promossa dall’amministrazione Trump ben si sposa con tale visione della geopolitica nella quale, sulla scia di una nuova stagione neocoloniale “a stelle e a strisce”, ogni potenza possa godere di un’ampia fetta del globo terrestre dal quale trarre profitto ed estrarre le risorse naturali necessarie, facendole eventualmente pagare a caro prezzo ai propri alleati-satelliti. Si tratta, in definitiva, di un progetto finalizzato a smantellare l’ordine costituito a seguito della tragedia della seconda guerra mondiale, basato su un diritto internazionale condiviso a livello globale ed incentrato su un’idea di Nazioni Unite che servissero quale tavolo di confronto finalizzato alla prevenzione dei conflitti armati, soprattutto pensando al fatto che si era appena entrati nell’era della bomba atomica. L’incapacità dell’ONU di agire con efficacia nei maggiori teatri di crisi internazionali e di far rispettare le norme da esso incarnate, unita alle sue numerose contraddizioni interne e ad un mutamento che ha coinvolto globalmente sia la politica che la società su vari livelli, ha prodotto le condizioni affinché alla fine vi potesse essere chi, posto fra i massimi vertici mondiali, meditasse un concreto superamento dell’ONU stesso, tornando, sotto certi aspetti, a logiche precedenti alla decolonizzazione. A scanso di ogni equivoco, dubito che Usa, Russia e Cina abbiano in tal senso mai siglato accordi ufficiali riservati, magari presso qualche stanza segreta male illuminata, ubicata in una località remota e semisconosciuta. Semplicemente i contatti che sono presumibilmente intercorsi tra il cerchio magico dell’amministrazione Trump, la Russia e la Cina, nonché i colloqui diretti che hanno avuto luogo tra Putin e Trump, devono aver prodotto, in qualche modo, un consenso informale per una partizione del mondo che indubbiamente fa gola non solo al presidente americano ma anche a Putin e a Xi Jinping.
Il rapimento del presidente venezuelano Maduro e della moglie, verificatosi il 3 gennaio scorso, ha probabilmente segnato l’inizio di una più ampia operazione statunitense finalizzata alla definizione della sfera di influenza americana. I contatti tra Maduro e gli Americani erano già in atto da tempo, tuttavia, mentre Maduro mediava per ottenere una dignitosa uscita di scena, altri alle sue spalle preparavano la consegna del Paese e del presidente stesso a Trump. La vicepresidente Delcy Rodríguez, aiutata dal fratello Jorge, presidente dell’Assemblea Nazionale, si è posta a capo della fronda interna al regime, trattando segretamente con gli Stati Uniti la destituzione di Maduro e coinvolgendo altresì mediatori legati al Golfo Persico, facendosi garante del rispetto da parte venezuelana degli accordi inerenti allo sfruttamento del petrolio del Paese sudamericano, il quale rappresenta la ragione prima dell’intervento americano in Venezuela. La stessa Rodríguez ha dimostrato grandi competenze nella gestione della parziale ripresa dell’economia e dell’industria petrolifera venezuelane e deve essere sembrata il candidato ideale agli occhi di chi intende appropriarsi degli idrocarburi presenti nel Paese, senza volersi però assumere l’onere di un controllo diretto del Venezuela. L’idea di Trump di investire Rubio di una sorta di incarico proconsolare, se da un lato ha svelato chi concretamente abbia lavorato più di altri per ottenere la deposizione di Maduro (tale azione, come noto, possiede un significato personale e familiare per Rubio da inquadrarsi in un’ottica anticastrista), dall’altro ha testimoniato il fatto che probabilmente Delcy Rodríguez, una volta fatto fuori Maduro, abbia tentato di acquisire un’autonomia che però a Washington non è risultata gradita. Che Delcy Rodríguez sia tornata presto nei ranghi lo conferma il fatto che l’amministrazione Trump ha negato legittimità politica sia al premio Nobel per la pace María Corina Machado (la quale ha provato ad accattivarsi le simpatie di Trump regalandogli la medaglia del Nobel ricevuto) sia a Edmundo González, già riconosciuto quale presidente legittimo del Venezuela.
La Russia e la Cina hanno protestato, tuttavia senza fare troppo clamore. La Russia, a dir la verità, non ha fatto un’ottima figura, dal momento che, dopo la caduta di Assad in Siria, Mosca è iniziata ad apparire in difficoltà sul piano internazionale, dando l’impressione di non essere in grado di affrontare altra crisi al di fuori di quella in corso in Ucraina, dove già, fino al momento attuale, non ha brillato particolarmente visto che il conflitto si trascina senza un reale vincitore da più di quattro anni. Nella stessa ottica può essere valutata la posizione della Cina, la quale ha subito danni non secondari in termini economici a seguito della caduta del regime di Maduro. Pechino ha tenuto a galla il Paese tramite importanti prestiti ed investimenti e nel contempo il Venezuela ha fornito alla Cina ingenti quantità di petrolio assai utili all’economia dell’ex-celeste impero. Il petrolio venezuelano ha costituito una delle ossature dell’approvvigionamento cinese di idrocarburi, garantendo a Pechino un accesso all’oro nero non sottoposto alla supervisione e ai desiderata di Washington. L’Iran ha perso un’importante base di appoggio in Venezuela, dove presso l’ambasciata di Caracas veniva promosso il riciclo di denaro sporco, venivano coordinate le azioni di Hezbollah nell’emisfero occidentale e veniva garantito un punto di osservazione privilegiato sulle riserve di uranio del Paese. Ancora peggio sono andate le cose per Cuba, la quale sosteneva assai convintamente il regime di Maduro, fornendo forze di sicurezza in cambio di vitali rifornimenti di petrolio. Il radicale mutamento al vertice a Caracas ha posto L’Avana sotto il mortale embargo energetico degli Usa che sembra però allentarsi in questi giorni, forse in relazione a possibili trattative in corso tra Mosca e Washington correlate con la questione iraniana.
Ciononostante la sostanziale acquisizione da parte di Trump del protettorato sul Venezuela, dopo i primi clamori e la generica richiesta di scarcerazione di Maduro espressa da Russia e Cina, è proseguita senza particolari turbamenti né al Cremlino né a Pechino e ciò ha permesso di concludere, soprattutto presso le cancellerie europee, che in realtà poteva esserci stato un accordo sottobanco tra Washington, Mosca e i Cinesi. L’ormai pressante richiesta americana a Zelensky di cedere il Donbass alla Russia in cambio di fumose garanzie di sicurezza statunitensi lascia pensare che di fatto gli Usa possano essersi accordati con Mosca rispetto ad un esito della guerra in Ucraina favorevole alla Russia stessa. Parimenti il destino di Taiwan appare tragicamente collocato sul piatto della bilancia delle nuove relazioni sino-americane.
Donand Trump, come noto, non si è accontentato di aggredire il Venezuela e, naturalmente, si è detto subito pronto a brandire il proprio “grosso bastone” contro Colombia e Messico, oltreché su Cuba che pare essere al primo posto della sua lista di Paesi dell’America Latina da bullizzare. Dopo la relativamente semplice operazione venezuelana, Trump è tornato alla carica sulla Groenlandia, avendo già nominato un inviato speciale per l’isola nella persona di Jeff Landry (l’attuale governatore della Louisiana) e minacciando l’invasione in caso di mancata cessione da parte della Danimarca, la quale, a suo dire, non sarebbe in grado di opporsi alle presunte crescenti mire espansionistiche sino-russe sull’isola. La questione della Groenlandia, oltre ad irritare profondamente la Danimarca ed il governo autonomo dell’isola artica, ha intimamente scosso la politica europea, dal momento che è apparso evidente come l’aggressività e l’arbitrarietà della nuova politica americana abbiano sancito la fine di una pluridecennale collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico, la quale ha plasmato gli equilibri mondiali nel corso del secondo dopoguerra. Per un’Europa abituata a vivere per decenni sotto l’ombrello protettivo dell’arsenale americano, la nuova politica delle cannoniere di Trump, la ribattezzata e ben codificata dottrina “Donroe”, dimentica delle vecchie alleanze, ha rappresentato un colpo molto forte da assorbire, un brusco risveglio in una realtà tramutatasi in un incubo, il che ha spinto il Vecchio Continente ad individuare nell’arsenale atomico francese, in corso di urgente espansione, una rapida alternativa a quello americano.
Per un’Europa impreparata alla guerra e posta sotto assedio sia ad oriente che ad occidente, la possibile risposta militare è stata simbolica, ossia l’invio di piccoli contingenti in Groenlandia a sostegno della Danimarca e dell’autonomia dell’isola per opera di Francia, Germania, Svezia, Norvegia, Regno Unito, Belgio, Finlandia, Olanda, Estonia, Slovenia ed Islanda. Nonostante i vari ramoscelli d’ulivo che l’Europa ha teso agli Stati Uniti, sperando di coinvolgere gli Usa in un’operazione più ampia nell’Estremo Nord sotto l’egida della Nato con il fine di spegnere la pretestuosa retorica del presidente americano, Trump ha risposto con la minaccia di sanzioni contro coloro che, a suo dire, avevano osato più di altri opporsi al suo volere, tentando altresì di spaccare l’Europa, dividendola tra “buoni” e “cattivi” ossia tra sanzionati e non. Il presidente degli Stati Uniti ha provato addirittura l’arma della corruzione, promettendo varie somme di denaro ai Groenlandesi (fino a centomila dollari per abitante) in cambio del loro appoggio alla cessione dell’isola anche se come risposta Trump ha sempre ricevuto un cortese diniego, oltreché essere omaggiato da una serie di assai partecipate manifestazioni pubbliche sia in Groenlandia che in Danimarca, organizzate in opposizione alle sue politiche annessionistiche. L’Europa ha saputo sfruttare il tallone d’Achille di Trump stesso, ossia l’economia, minacciando di non acquistare più il debito pubblico americano e di arrivare a promuovere contro-sanzioni contro i colossi dell’informatica Usa, le banche e le istituzioni finanziare americane, financo giungere all’espulsione dei militari statunitensi dalle basi europee. Trump ha dovuto fare marcia indietro, accontentandosi di trattare con la Groenlandia e la Danimarca su questioni militari e minerarie. Chiusa la piccola parentesi folkloristica relativa all’invio di una fantomatica nave ospedale americana da parte di Trump, per il momento la Groenlandia vive un momento di calma, dopo aver trascorso settimane in cui il governo autonomo dell’isola, avendo ribadito la propria indisponibilità ufficiale a far parte degli Stati Uniti e il desiderio di rimanere legato alla Danimarca, all’Europa e alla Nato, si è sentito in dovere di preparare la popolazione ad una possibile aggressione militare, una situazione di apprensione del tutto inedita per i Groenlandesi. L’interesse di Trump nei confronti della Groenlandia è duplice, ossia economico e strategico. Economico a fronte delle ingenti risorse minerarie presenti sull’isola e delle potenzialità insite nelle nuove rotte artiche e nei fondali marini boreali; strategico perché la Groenlandia funge da cappello nella costruzione della sfera di influenza americana sull’emisfero occidentale, affacciata sull’Artico e sui nuovi scenari di competizione geopolitica associati a quell’area nonché posta al di sotto delle rotte dei missili balistici intercontinentali dotati di testate nucleari potenzialmente diretti dalla Russia verso gli Stati Uniti.
Donald Trump non si dimenticato neppure di brandire la sferza contro il Canada, il quale ha risposto dichiarando di aver preparato piani per affrontare un’eventuale invasione da parte degli Stati Uniti e, cosa ancora peggiore agli occhi di Trump, annunciando accordi commerciali con la Cina.
Mentre si consumava il dramma venezuelano e groenlandese, si apriva la porta per una nuova tragedia, ossia la guerra con l’Iran. La crisi iraniana è strettamente connessa con il conflitto israelo-palestinese, attualmente caratterizzato a Gaza da un cessate il fuoco appeso ad un filo, e con la pluridecennale contrapposizione in essere tra Hezbollah ed Israele. In linea di principio l’Iran sarebbe inquadrato in una sorta di “condominio” russo-cinese. In tale ottica Trump avrebbe dovuto rispettare le prerogative di Mosca e Pechino nell’area. Tuttavia nella vicenda si è probabilmente fatto strada lo Stato di Israele il quale deve aver convinto Trump della necessità di prendersi tutta la torta, nel senso che con il petrolio venezuelano gli Stati Uniti controlleranno, con il tempo, un’ampia fetta del petrolio mondiale e con essa riusciranno a possedere una leva potente da utilizzare per manipolare le quotazioni del greggio. Agguantare l’Iran significherebbe creare le premesse per esercitare un controllo incontrastato sul commercio mondiale del petrolio e mettere alle strette gli altri esportatori, imponendo il prezzo di vendita desiderato, senza necessità di mediare con i Paesi arabi ed in particolare con l’Arabia Saudita. Oltre a ciò non è irrilevante il tema dell’ingente quantità di energia richiesta per lo sviluppo futuro degli Stati Uniti ed in particolare delle tecnologie di IA. Tale energia potrebbe essere in questo modo pienamente disponibile per gli Usa ad un prezzo assai contenuto. Parimenti rimane oscura la vicenda del caso Epstein e delle possibili informazioni che questi possa aver raccolto su Trump. A mio avviso non è ancora chiaro chi fosse esattamente Epstein e per chi lavorasse, se operasse quale “libero professionista” o fosse inquadrato in uno o più servizi segreti, facendo il doppio o triplo gioco, quello che credo possa essere detto è che sia stato in grado di radunare all’interno della propria cerchia un numero importante di persone appartenenti all’alta società internazionale e di fare in modo di produrre nei loro confronti informazioni che potessero generare forme di ricatto assai persuasive da utilizzare al momento opportuno. Non si può escludere che sia Putin che il governo israeliano abbiano potuto utilizzare tali leve per ottenere vantaggiose risoluzioni da parte del vertice della Casa Bianca. Quello che è certo è che il governo israeliano, a seguito dell’attentato terroristico del 7 ottobre 2023 promosso dall’Iran tramite Hamas e probabilmente benedetto da Mosca, ha colto l’occasione per promuovere la politica della costituzione di una “Grande Israele”, finalizzata ad impiantare una sfera di influenza regionale che veda Israele al centro di una costellazione di stati mediorientali falliti o alla mercé della potenza militare israeliana e quindi non più in grado di nuocere. Tale sfera di influenza israeliana dovrebbe poi assumere una dimensione proconsolare ed agire, in piena continuità storica, in nome dell’interesse di Washington nella regione, o, almeno, l’idea di Tel Aviv è quella di offrire tale ruolo a Trump in cambio di un incondizionato sostegno americano. Sul medesimo solco si colloca il tentativo finalizzato alla creazione di una base di consenso internazionale a tale progetto che vede nel riconoscimento da parte dello stato ebraico del Somaliland uno dei momenti più rilevanti, per quanto quest’ultimo passo non deve essere risultato gradito a Paesi quali Egitto, Qatar, Arabia Saudita e Turchia in quanto tale mossa politica potrebbe costituire un pericoloso precedente a cui si potrebbero appigliare i vari movimenti indipendentisti della regione. Da parte sua Trump è altresì attanagliato da una serie di scandali, tra i quali spiccano il caso Epstein e la dolorosa vicenda dell’ICE, da un vertiginoso calo di consensi e dalle prossime elezioni di medio termine che si preannunciano disastrose. Una bella guerra, presumibilmente breve e vittoriosa, deve essere sembrata proprio quello che ci voleva per recuperare punti e credibilità agli occhi dell’elettorato, facendo dimenticare agli Americani il passato e presentando agli stessi un futuro che più luminoso non si può. Dalla convergenza tra le ragioni che possono aver mosso Trump e quelle che hanno ispirato Netanyahu, ne è emersa la guerra all’Iran (detta, a ragione, anche “Terza Guerra del Golfo”) rispetto alla quale, salvo effettuare migliaia di bombardamenti, quasi nulla è stato programmato per il futuro del Paese né da parte americana né israeliana. Non ci sono reali obiettivi politici per il dopoguerra, salvo sperare che qualcuno di favorevole prenda le redini a Teheran e che i rubinetti del petrolio iraniano si aprano a pieno regime per Trump e per i suoi amici.
Il “casus belli” è stato determinato in primis dalle proteste delle piazze iraniane che hanno prodotto la durissima risposta del regime con migliaia di morti, oltre all’ormai storica questione del nucleare iraniano (la stessa che Trump in precedenza aveva detto di aver risolto nel corso della guerra dei dodici giorni), alle altrettanto storiche minacce esistenziali rivolte dal regime iraniano contro Israele e al cronico problema rappresentato dalla costellazione di gruppi armati filo-iraniani che destabilizzano da decenni l’intero Medio Oriente. Con un gesto di estrema scorrettezza diplomatica, Trump, assieme ad Israele, ha attaccato l’Iran nel corso dei colloqui di pace, rendendo manifesto il fatto che il dialogo diplomatico altro non era che un modo per permettere sia a Washington che a Tel Aviv di guadagnare tempo per prepararsi militarmente al conflitto.
I Paesi arabi del Golfo, così come gli Europei, hanno a lungo temuto che uno scontro armato potesse prima o poi deflagrare nella regione, producendo caos sia sul piano politico-militare che economico, così come hanno sempre paventato il fatto che la caduta del regime iraniano avrebbe potuto trasformare l’antica Persia in una babele generale che si sarebbe potuta espandere ben oltre i confini iraniani. Il mero sostegno alle proteste di piazza, non accompagnato da una seria transizione verso un governo diverso da quello degli ayatollah, non è mai sembrato una soluzione concreta ai problemi del Medio Oriente, quanto piuttosto una nuova fonte di instabilità. La figura dello Scià, per quanto degna di rispetto, non è mai apparsa sufficientemente apprezzata ed unificante nel Paese. Una soluzione politica semplicistica, imposta all’Iran dai “fantasisti” della geopolitica israeliana, non si è mai dimostrata essere una strada concretamente perseguibile. Nel contempo però, come l’Arabia Saudita ha sottolineato prima dell’avvio delle ostilità, minacciare il conflitto e poi non scatenarlo avrebbe rischiato di essere letto da Teheran ed alleati come un segno di debolezza, una criticità che alla fine avrebbero pagato per primi gli stessi Paesi del Golfo. In definitiva i Paesi del Golfo, pur non volendo la guerra e non partecipandovi, hanno ritenuto che, per come si erano messe le cose per opera di Usa ed Israele, non fosse più molto conveniente cercare in tutti i modi di evitare che Washington e Tel Aviv scatenassero il conflitto, probabilmente coltivando la speranza che forse il tutto si sarebbe risolto in breve tempo come accaduto in passato. I timori più volte espressi dai Paesi arabi del Golfo che una guerra con l’Iran avrebbe prodotto caos e disordini nella regione e sui mercati mondiali si sono rivelati più che fondati. Quello che forse alcuni non si aspettavano, a cominciare dall’amministrazione Trump, è che l’Iran, nonostante le numerose ed eccellenti perdite in seno al regime, a cominciare dalla storica guida suprema Ali Khamenei, continui non solo a resistere ma anche a rispondere al fuoco, pur in maniera asimmetrica, vista la sproporzione delle forze in campo. L’Iran sta causando distruzione e morte nella regione oltre ad aver imposto, con l’eccezione di alcuni “Paesi amici”, il blocco dello stretto di Hormuz, con evidenti ricadute negative sul prezzo degli idrocarburi, sui listini delle borse mondiali e sui prezzi dell’energia pagati dai comuni cittadini, fino a generare i primi casi di penuria di combustibili e di altri prodotti, quali alcuni tipi di farmaci e i fertilizzanti, una carenza, quest’ultima, di cui già alcuni Paesi sembrano iniziare a soffrire fortemente, con gravi conseguenze sul piano della produzione alimentare. Chissà che cosa stanno pensando i Qatarioti, i quali hanno regalato a Trump un aereo per garantirsi un trattamento di favore, ora che “The Donald” ha scatenato una guerra che li vede quali bersaglio della risposta iraniana, proprio loro che hanno rivestito per anni il ruolo di mediatori tra Teheran e l’Occidente. Allo stesso modo, più in generale, chissà quali riflessioni stanno balenando in questi giorni nelle menti dei Paesi arabi del Golfo che, pur avendo scelto di non partecipare al conflitto, stanno subendo miliardi di dollari di danni a causa dell’azione sconsiderata promossa dal presidente degli Stati Uniti e “soci”, proprio loro, i Paesi arabi storicamente alleati degli Americani, che hanno investito nel corso del tempo centinaia di miliardi di dollari nell’economia americana.
Se su Siria e Venezuela la Russia aveva potuto assorbire il colpo nell’ottica di una ridefinizione delle sfere di influenza che permettesse di chiudere il conflitto in Ucraina a proprio vantaggio, sull’Iran la Russia in un certo senso ha subito una sorta di tradimento da parte della Casa Bianca, la quale, fra le altre cose, ha forse cercato di ingannare la controparte moscovita, provando ad andare oltre a quanto informalmente pattuito e a mettere alla prova Putin per vedere se questi alla fine avrebbe reagito o meno. L’Iran è un Paese alleato della Russia, legato a Mosca da patti di mutua collaborazione. L’industria bellica iraniana è stata fondamentale per la Russia per supportare le truppe moscovite in Ucraina. In quest’ottica la guerra in Iran sta privando la Russia di un aiuto fondamentale per il suo sforzo bellico. Dopo la caduta di Assad e di Maduro, Mosca non può più realisticamente permettersi di sopportare l’ennesimo tracollo di un regime “amico”, oltretutto ubicato in un’area nella quale solo la presenza dell’alleato cinese può essere tollerata, ne va della credibilità internazionale del Cremlino così come ne va della credibilità della sua industria bellica e delle relative esportazioni militari che avvengono a livello globale e che valgono miliardi di euro. Le armi prodotte dalla Russia sono state pubblicizzate e vendute quale valida alternativa alle forniture occidentali non solo a coloro che hanno cercato di atteggiarsi quali soggetti autonomi rispetto all’Occidente ma anche a quegli attori politici che si sono posti apertamente in opposizione all’Occidente stesso e che hanno visto nella Russia un potente alleato a cui chiedere protezione. In quest’ottica la rapida débâcle di Assad e Maduro nonché la prestazione apparentemente deludente dei sistemi di difesa iraniani nei precedenti conflitti con Israele hanno gettato un’ombra sulla qualità dei sistemi d’arma moscoviti forniti. Se il regime iraniano crollasse, questo non farebbe altro che confermare l’incapacità complessiva di Mosca di proteggere i propri alleati e di costituire un punto di riferimento credibile per tutti coloro che hanno abbracciato l’idea del multipolarismo. La Russia ritiene che l’Iran rappresenti un Paese facente parte della propria dottrina geostrategica. La caduta dell’Iran metterebbe seriamente a rischio l’egemonia russa in Asia centrale e nel Caucaso, già minata dalle difficoltà di Mosca di agire in seno ad uno scenario di crisi che non sia quello ucraino, il quale sta assorbendo gran parte delle risorse belliche e finanziarie al momento disponibili. In tale ottica la Russia sta facendo uno sforzo per aiutare l’Iran a resistere all’aggressione israelo-americana, fornendo materiale bellico tramite il Mar Caspio (non a caso gli Israeliani hanno esteso il loro raggio di azione a quest’area, causando le proteste di Mosca che considera il Caspio come parte del proprio “giardino di casa”) e inviando nonché coordinando informazioni di intelligence. Tali informazioni hanno permesso all’Iran di aumentare la precisione dei propri lanci missilistici, causando evidenti danni non solo alle infrastrutture petrolifere del Golfo ma anche alle basi e ai sistemi radar statunitensi.
La Cina, da parte sua, sta anch’essa aiutando Teheran a resistere all’aggressione scatenata da Trump e Netanyahu, fornendo, fin da prima dell’inizio della guerra, materiale utile per la produzione di missili e preziose informazioni di intelligence. E’ stata segnalata nella zona dello stretto di Hormuz una nave spia cinese che probabilmente si sta coordinando con i quadri militari del regime. Forse, come già accaduto con gli Houthi, dietro all’abbattimento di alcuni velivoli americani ci potrebbero essere tecnologie militari fornite da Pechino. Anche nel caso cinese c’è una componente di prestigio internazionale da preservare, essendo Pechino uno degli alleati fondamentali di Teheran. Oltre a ciò la Cina, se il regime iraniano dovesse cadere, perderebbe un altro importante pilastro della propria politica di indipendenza energetica, essendo il petrolio iraniano svincolato dal sistema di controllo indiretto del commercio degli idrocarburi facente capo agli Stati Uniti d’America. I Cinesi si rendono ben conto che gli Americani, pur assecondando ora il multipolarismo sponsorizzato da Mosca e Pechino in questi ultimi anni, non hanno intenzione di rimanere rigorosamente legati ai patti, invece ritengono di avere il diritto di saggiare periodicamente la capacità di resistenza e reazione della controparte, modus operandi che, peraltro, Russi e Cinesi implementano a loro volta nei confronti degli Americani stessi. La suddivisione del mondo in sfere di influenza non trae certamente fondamento da un patto fra gentiluomini, ma dal mero desiderio di potersi riservare una fetta di mondo, con l’opzione di concedersi la possibilità di imbrogliare l’avversario al momento ritenuto più opportuno.
All’Iran si è dovuto affiancare Hezbollah, coinvolgendo di fatto il Libano ed esponendolo alla dura risposta militare israeliana, ben sapendo quanto la sopravvivenza dell’Iran costituisca per l’organizzazione terroristica una questione esistenziale. Con maggiore ritardo ma per la medesima ragione si sono associati gli Houthi, che ora minacciano di insidiare il Mar Rosso e di chiudere lo stretto di Bab el-Mandeb, così come partecipano al conflitto le milizie filo-iraniane presenti in Iraq e nel resto della regione. Degna di nota la posizione di Hamas, per anni martellata pesantemente da Israele, che chiede la fine dei lanci iraniani contro i Paesi del Golfo. Non è sorprendente tale dichiarazione da parte di Hamas dato che questa probabilmente si rende conto che l’aiuto iraniano potrebbe essere sempre più incerto in futuro mentre rimane in essere quello di Paesi quali il Qatar.
Trump pensava di vincere in pochi giorni in Iran mentre ancora adesso l’Iran resiste e mette a segno obiettivi importanti sul piano bellico. L’effetto sorpresa non c’è stato né è stato impiegato da parte di Usa ed Israele a fronte della lunga serie di minacce di guerra che ha preceduto il conflitto. Non c’è stata, almeno per ora, nessuna rivolta popolare in grado di travolgere il regime, come speravano Trump e Netanyahu. Anzi: gli incessanti bombardamenti potrebbero aver al contrario rafforzato il regime, riavvicinando la gente ad esso. Teheran ha avuto molto tempo per prepararsi, stabilire obiettivi e catene di comando alternative. Russi e Cinesi li hanno aiutati e continuano a farlo. Gli Iraniani possiedono vaste cittadelle sotterranee celate fra le montagne dove presumibilmente hanno nascosto i loro arsenali di missili e droni, forse impiantando in esse fabbriche che sono in grado di rimpiazzare in parte le perdite, riuscendo a trasformare l’Iran in una sorta di nuovo Afghanistan nel quale gli Iraniani possono mimetizzare, almeno parzialmente, le proprie attività belliche. Neppure le bombe americane sono infinite, le scorte richiedono tempo per essere ricostituite e questa fase può offrire tempo prezioso per far riprendere fiato al regime e alle sue forze armate. Oltre a ciò, gli Iraniani sperano che laddove risultano deficitarie le proprie capacità belliche, l’arma economica possa supplire a tale mancanza. Gli Iraniani lanciano missili e droni lungo tutte le direzioni, colpendo Israeliani, Americani e i loro alleati, “sconsigliando” e punendo l’alleanza con gli Usa, generando incertezza e caos a livello globale, traendo profitto da questi ultimi e sperando che il disordine generale alla fine si riveli un alleato determinante, a partire dall’aumento del prezzo del greggio. In effetti Trump, ad un certo punto, deve aver capito di aver fatto il passo più lungo della gamba quando la pressione dei mercati, contestualmente a quella politica della base elettorale “tradita”, è iniziata a diventare molto forte, quasi insostenibile. Dopo aver vinto le elezioni criticando le “guerre infinite” dell’America, egli stesso potrebbe forse averne appena iniziata una nuova. Trump, al di là delle apparenze, appare disperato, non sa più come fermare la guerra, né sa come correggerne i danni già prodotti. Trump millanta di aver quasi vinto, minaccia l’Iran di riportarlo all’età della pietra ma nel contempo sta provando a scaricare sui militari Usa le gravi responsabilità del suo malgoverno. Netanyahu invece vuole andare avanti mentre la diplomazia sembra in alto mare, annichilita dopo che Trump stesso ha distrutto la sua credibilità venendo meno alla parola data. Le borse in rosso e il prezzo del petrolio alle stelle hanno convinto Trump a chiedere insistentemente aiuto agli alleati storici, ossia all’Europa, con toni che, come al solito, sono a più riprese travalicati nella maleducazione e nell’arroganza più totali.
Cosa avrà mai potuto rispondere l’Europa a Trump, dopo mesi e mesi di insulti, minacce, dazi, malversazioni, aggressioni, ricatti, tentativi di furto, dopo essere stata trattata peggio del peggiore dei nemici, dopo aver visto “amoreggiare” Trump con Putin alle sue spalle e ai suoi danni, dopo aver visto consumare il tradimento americano sull’Ucraina? Il cortese diniego dell’Europa ha rappresentato il minimo sindacale che poteva essere offerto a Trump, ad un presidente che ha rinnegato gli “amici”, che ha scaricato gli alleati tradizionali, che ha cercato di derubarli in tutti i modi possibili, di denigrarli, di eliminarli, che ha tentato di spartirli e svenderli con Russia e Cina sul tavolo delle nuove sfere di influenza. Trump prima ha dichiarato guerra senza consultare nessuno, spargendo disprezzo e sicumera a destra e a manca, senza avere alcuna visione concreta per il futuro dell’Iran e del Medio Oriente, senza offrire alcun piano di stabilizzazione e sicurezza regionale per gli alleati e poi ha preteso una cieca adesione ai suoi piani senza senso da parte di chi fino ad un minuto prima veniva trattato a pesci in faccia. Trump, in un certo senso, ha raccolto quello che ha seminato e, a fronte dei ripetuti “no” ricevuti, nonostante questo enorme “peccato originale” a suo carico, ha reagito, “more solito”, con una valanga di insulti e minacce, ora contro questo, ora contro quello, fino a sventolare, lugubre, l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato (con i più sentiti ringraziamenti di Putin), organizzazione sorta proprio sotto gli auspici degli Stati Uniti stessi. Sicuramente il più colpito dalla cieca violenza collerica di Trump è stato il povero primo ministro inglese Starmer, che è stato vergognosamente bersagliato da Trump a fronte del suo rifiuto di collaborare a questa ennesima pagliacciata di livello mondiale organizzata dalla Casa Bianca, e ciò a fronte dei gravi problemi interni che il governo britannico soffre ormai da mesi. Evidentemente Trump coltiva la speranza che anche nel Regno Unito possa configurarsi una sorta di “cambio di regime” da lui pilotato.
Interessante il ruolo che l’Ucraina si è ritagliata in questo frangente. Dopo aver constatato l’estrema impreparazione degli Americani nell’affrontare gli attacchi dei droni iraniani che, al contrario, gli Ucraini conoscono molto bene, Kiev ha offerto ai Paesi del Golfo le proprie competenze in questo campo, stringendo numerosi accordi con le monarchie dell’area. Sicuramente Zelensky, già protagonista di una sana critica costruttiva nei confronti di un’Europa che fatica ad agire, potrà ora dimostrare a Trump che anche lui ha in mano delle carte da giocare e che nel momento del bisogno l’Ucraina è intervenuta a favore degli Usa, fatto che ha già provocato a Trump un travaso di bile, il quale trova utile accusare chiunque non lo assecondi di ingratitudine se non peggio. L’Ucraina rischia di perdere i rifornimenti Usa dal momento che Trump minaccia di tagliare gli approvvigionamenti militari a Kiev, acquistati con soldi europei, se l’Europa non scenderà in campo con gli Usa in Iran. E’ altresì da considerare il fatto, meno umorale, che se la guerra dovesse prolungarsi a lungo, gli Stati Uniti potrebbero materialmente non avere più un numero sufficiente di armi da vendere per l’Ucraina, dovendo concentrare la propria attenzione bellica sul Medio Oriente. Al di là di ciò, al momento attuale l’aiuto russo-cinese per Teheran rischia con il tempo di “ucrainizzare” il conflitto tra Iran e Usa-Israele, dove il binomio Mosca-Pechino sta assumendo il ruolo che Washington possiede ancora, seppur in maniera ridotta e in parte indiretta, in Ucraina e dove, per Usa e Russia, i ruoli di aggressore e di alleato del Paese aggredito si scambiano vicendevolmente rispetto allo scenario presente in Ucraina. Nel conflitto ucraino, l’aggressore è la Russia, mentre gli Stati Uniti rappresentano un importante alleato del Paese aggredito, ossia l’Ucraina. Nella guerra iraniana, l’aggressore sono gli Stati Uniti, assieme agli Israeliani, mentre la Russia, assieme alla Cina, rappresenta uno degli alleati del Paese aggredito, ossia l’Iran. L’Iran da paese alleato della Russia e fornitore di materiale bellico per Mosca, è ora diventato un Paese assistito dal Cremlino. Inoltre la Cina ora aiuta sia la Russia che Teheran, il che dovrebbe far riflettere su chi stia al vertice di questa piramide di potere. Di fatto stiamo assistendo sia in Ucraina che in Iran a delle complesse guerre per procura dove però la Cina è riuscita, per il momento, a far combattere tutti gli altri e a rimanere fuori dallo scontro militare diretto.
Sia ben chiaro: nessuno versa una lacrima per Maduro e la sua rete di narcotrafficanti, per il regime castrista o per quello degli Ayatollah. Inizialmente Paesi quali la Germania, forse per costruire un migliore canale di dialogo con Trump, non si erano opposti in linea di principio ad un cambio di regime in Iran. Tuttavia l’attacco all’Iran si sarebbe dovuto effettuare quando gli Stati Uniti erano ancora al centro dell’alleanza occidentale e non avevano iniziato a disimpegnarsi da essa, cedendo terreno proprio a favore di Teheran e Mosca nel corso della presidenza Obama, finendo per sposare le loro visioni geopolitiche e geostrategiche, se non, in ultimo, arrivare addirittura ad abbracciare un’ideologia politica di stampo “illiberal-moscovita”, come la penosa questione dell’ICE forse ci pone in evidenza. L’azione, peraltro non inedita nei modi da parte di Washington, promossa dagli Stati Uniti contro Maduro, in questo contesto da molti non è stata vista come la giusta fine di un dittatore sanguinario e tirannico, ma come il preludio di una nuova normalità che ha spaventato il mondo intero. Ossia: i capi di stato e di governo che non si allineano con la nuova satrapia di Washington, saranno trattati come meri criminali, posti agli arresti ed incarcerati mentre la sovranità altrui sarà annichilita e ridotta ad un mero problema giudiziario gestito in maniera arbitraria dagli Stati Uniti d’America all’interno di un ordinario tribunale americano.
Oggi gli Stati Uniti sono un’altra cosa rispetto al passato, stanno promuovendo una visione politica neocoloniale e neoimperialista che vede l’Europa nel ruolo di preda da spolpare e da condividere con la Russia e con la Cina. Invece di contribuire a riformare l’Onu, Trump vuole imporre il suo fantomatico “board of peace”, un’istituzione internazionale privata gestita interamente dal tycoon e dai suoi amici alla quale gli stati sovrani possono accedere permanentemente alla modica cifra di un miliardo di dollari, un’impostazione che a molti sicuramente non è piaciuta anche se ha trovato il gradimento, più o meno sincero, di chi spera, in qualche modo, di fare affari con Trump. Non si possono non rammentare le accuse mosse dal deputato britannico Ed Davey che ha definito Trump “il presidente più corrotto della storia degli Stati Uniti”, accusandolo di “insider trading” (abuso di informazioni privilegiate) e di agire come se fosse un “gangster internazionale”. Forse solo la storia probabilmente ci potrà dire che uso Trump abbia fatto del suo ruolo presso la Casa Bianca e chi si sia realmente giovato del suo agire politico. Non è chiaro il motivo per il quale periodicamente Trump effettui dichiarazioni rassicuranti sulla guerra con l’Iran che, per quanto non trovino corrispondenza nella realtà, fanno ugualmente rimbalzare i mercati, facendo nascere il sospetto che vi possa essere qualcuno che lucra proficuamente grazie a queste sistematiche esternazioni certificate dalla parola del presidente degli Stati Uniti. Allo stesso tempo rimane dubbia l’utilità e la razionalità insita nell’aver sospeso, per Paesi quali Russia ed Iran (!), l’efficacia di una parte delle sanzioni inerenti al settore petrolifero con il fine di calmierare il prezzo degli idrocarburi, quando da un lato quest’ultimo rimane comunque molto alto e dall’altro sia Russia che Iran potranno godere di maggiori introiti per finanziare le loro guerre e i loro sistemi di offesa e difesa. E’ in tal senso intervenuta l’Ucraina, tramite attacchi mirati, danneggiando le capacità di esportazione petrolifera di Mosca, per evitare, almeno in parte, che la Russia possa godere di un incremento considerevole dei ricavi a seguito di questa impennata dei prezzi del petrolio e di questo allentamento delle sanzioni. La stessa figura di Trump rimane in buona parte indecifrabile, non si capisce esattamente dove finisca la razionalità e dove possa iniziare “altro”, dove finisca il calcolo e la tattica (per quanto, a volte, spregevoli) e dove inizi la “confusione” e la mera maleducazione. Trump oggi dice una cosa, domani un’altra, si contraddice continuamente e questo semplicemente nel tempo che intercorre dalla sera alla mattina. La stessa grottesca e paradossale ossessione per il Nobel per la pace rimane uno degli elementi che forse meglio può contribuire a definire la complessa psicologia del presidente Trump. Chissà se “The Donald” ritiene che questa sequela di ricatti, aggressioni e guerre potranno aiutarlo ad avvicinarsi all’ambito premio, magari minacciando i Norvegesi di qualche fulminea ritorsione. Parimenti l’accanimento di Trump in tema di dazi commerciali, che rappresentano una vera e propria estorsione organizzata, è a dir poco stupefacente e nonostante la sua pervicacia si sia dovuta scontrare con il parere negativo della Corte Suprema, il presidente Usa è deciso a tirare diritto, costi quel che costi.
In ogni caso è chiaro che non avrebbe avuto alcun senso portare aiuto ad un presidente imprevedibile ed instabile che fra le proprie finalità propugna quella di “toglierti di mezzo” e di “venderti a tranci al mercato del pesce”. L’unica cosa veramente razionale da fare sembrerebbe sperare che Trump fallisca miseramente nei suoi sconclusionati piani e che ciò possa aprire negli Stati Uniti la strada ad un nuovo corso democratico. L’Europa, quando sarà opportuno esserci, ci sarà, a cominciare dalla riapertura dello stretto di Hormuz. Intanto la flotta europea, capitanata dalla Francia, attende nel Mediterraneo Orientale il momento opportuno in cui attraversare il canale di Suez perché non si può neppure permettere che l’Iran e i suoi alleati vincano questa partita ed impongano il loro volere tramite pedaggi e quant’altro. Gli Iraniani stanno sottoponendo lo stretto di Hormuz ad un controllo serrato, con attacchi continui alle petroliere appartenenti a Paesi ritenuti “ostili” e l’imposizione di un’inaccettabile gabella per le navi in fase di attraversamento. A Londra sta prendendo forma una nuova coalizione dei volenterosi che dovrà prendere in mano le redini del Golfo Persico una volta che, auspicabilmente, le bombe avranno smesso di cadere. I Paesi del Golfo, dal canto loro, non sanno più che pesci pigliare. Da un lato vorrebbero la pace, dall’altro temono che le conseguenze di una guerra perduta si ripercuotano violentemente contro di essi. Ci sono paesi, come gli Emirati Arabi Uniti, che vorrebbero partecipare ad una coalizione per riaprire lo stretto di Hormuz, altri che vorrebbero dare il colpo di grazia all’Iran assieme agli Stati Uniti per evitare che il “leone ferito” lasciato in vita si scagli contro di loro. Se c’è un aspetto positivo che è emerso da questa vicenda, è il riavvicinamento di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, occorso dopo che i due Paesi si erano ritrovati in conflitto fra loro nell’intricato scenario yemenita. Se la guerra dovesse continuare a lungo e il regime iraniano sopravvivere e continuare a contrattaccare, vi è il rischio che i Paesi arabi del Golfo, legati alla necessità di vendere i propri idrocarburi, inizino seriamente a considerare la possibilità di avvicinarsi in maniera sempre più stretta alla Cina e alla Russia e ciò a fronte di un sempre più evidente deragliamento del mondo occidentale. Nel peggiore dei casi, considerando il forte interesse di Pechino per il petrolio del Golfo, l’Iran potrebbe assumere il ruolo di luogotenente della Cina nell’area, di fatto annullando completamente quelli che sono gli attuali obiettivi strategici di Israele ed anzi ponendo lo stato ebraico in una situazione di grave difficoltà. Occorre sperare che l’Europa, assieme ad un’America rinsavita (almeno in parte, con un ruolo di maggior rilevo per Rubio e Vance nell’ottica del “meno peggio”) e a tutti i Paesi che vogliano ricoprire un ruolo positivo e di mediazione, come il Pakistan, sappia riportare ordine nel Medio Oriente, tirando il freno a mano ad Israele, senza però voler necessariamente umiliare nessuno, perché altrimenti la situazione internazionale diventerà fortemente rischiosa, con la probabile degenerazione del conflitto, già di natura globale, in una vera guerra mondiale, a cui ormai purtroppo siamo molto vicini.
