Rinascita liutprandea e cultura dell’età romano-barbarica: alcune considerazioni storiche

Solitamente, si interpreta la Rinascita liutprandea della prima metà del secolo VIII – vivissima, in particolare, nel decennio compreso tra il 730 e il 740, all’incirca – come un periodo saliente nell’ambito dell’arte longobarda, quando in realtà si trattò di un epifenomeno storico e culturale di più vasta portata (riguardante anche la cultura religiosa ed universitaria, le scienze e le tecniche). Nel corso, di fatti, delle prime quattro decadi almeno dell’VIII secolo, la circolazione del sapere, il rifiorire degli scambi di tipo commerciale e mercantile, più in generale la marcata mobilità di uomini e idee, arti e pratiche conobbe, tanto entro i confini del Regno longobardo quanto all’esterno di essi, una fase di grandissimo e decisivo rigoglio, dando così appunto origine a quella che gli storiografi hanno chiamato la rinascita liutprandea: quest’ultima fu soprattutto un’operazione di consapevole e voluto ricupero di modelli culturali risalenti all’epoca romana, innestati, assieme ad influenze bizantine, nel corpus spirituale e politico, intellettuale ed istituzionale del mondo barbarico di area longobarda. Non per nulla, ancora tra XVII e XVIII secolo – in Francia con i benedettini e i maurini, a Modena con i Rerum Italicarum Scriptores e le Antiquitates Medii Aevi di Ludovico Antonio Muratori – l’Alto Medioevo longobardo sarebbe stato ancora studiato e rivalutato in termini storici da dotti ed eruditi, accademici e paleografi, epigrafisti e bibliofili.

Frammento dell’epigrafe di Re Liutprando scoperta nella cripta del Duomo di Pavia. Foto di Fabio Romanoni/wikimedia

Da molti storici, il legame fra tale rinascenza e la figura del Re Liutprando è stato a lungo visto in termini soltanto di contemporaneità, sul piano cronologico, senza un vero rapporto diretto tra il rifiorire dei filoni artistico-culturali e la persona del monarca longobardo. In realtà, una relazione vi fu e tacerla sarebbe soltanto un far perpetuare vecchie e talora pregiudiziali letture storiografiche. Nuove ricerche e nuovi studi (su tutti, il bellissimo ed oltremodo ricco saggio di Elena Percivaldi, I Longobardi, Diarkos, Reggio Emilia, 2025) hanno contribuito a riscoprire proprio la cultura, l’arte e la storia longobarda, che furono alle origini della storia italica durante l’Alto Medioevo. La stessa figura di Re Liutprando è, poi, da riscoprire, le sue gesta da ricostruire, i suoi contributi alla rinascita intellettuale e artistica del Regno longobardo da riformulare. Nato a Milano nel 690 e morto, probabilmente, a Pavia, nel 744, Liutprando fu Re dei Longobardi e Re d’Italia dal 712. Assai prima di Carlo Magno, fu il sovrano che seppe unire, sotto le insegne di un’unica corona e in un solo spazio territoriale, i valori del mondo barbarico, latino e cristiano, congiuntamente. Intelligente, forte e provvisto di una sua visione – stando a quanto ce ne dice il grammatico e cronachista Paolo Diacono, nella Historia Langobardorum, scritta presso l’Abbazia di Montecassino, nel 789, attingendo liberamente a fonti tra cui Beda il Venerabile e Gregorio di Tours (il manoscritto si conserva, oggi, nel Codice XXVIII del Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli, mentre la editio princeps dell’opera apparve a stampa, a Parigi, per i tipi del Badius, nel 1514) – Liutprando fu colui sotto il quale e grazie al quale il Regno longobardo raggiunse l’apice. Il monarca – fra le sue molte iniziative – limitò l’autonomia dei duchi nell’Italia settentrionale, centralizzando così il potere amministrativo e militare, nonché organizzando vita e cerimoniale di corte portando avanti, sulle rive del Ticino, quanto già intrapreso, prima di lui, dalla dinastia degli Agilolfingi di Baviera nel secolo VII (a partire dal 616), anche loro vicini alla Chiesa romana, nella consapevolezza della necessità e del bisogno concreto di unire pagani e ariani, latini e cristiani, ossia i quattro gruppi in cui era frazionato il popolo longobardo, stipulando una pace con l’Impero di Bisanzio e il Papato, per poter governare sopra i territori italiani. Sulla scia, appunto, dei Duchi di Baviera, Liutprando rafforzò la funzione dei gastaldi e promosse una decisa riforma delle attività legislative, emanando apposite norme giuridiche – ispirate al diritto romano – per integrare l’Editto di Rotari. Liutprando rese efficienti i tribunali – fu sempre lui ad introdurre le nuove prescrizioni del diritto canonico – e fece di Pavia un centro politico e religioso di notevole importanza, centro di raccolta e di dialogo, sia per i barbari ancora pagani sia per i cattolici del Regno, i quali guardavano alla Roma papale (Valentino Pace, L’Ottavo secolo: un secolo inquieto, Atti del Convegno Internazionale, Cividale del Friuli, 2010; Saverio Lomartire, Davide Tolomelli, Musei Civici di Pavia: Pavia longobarda e capitale di regno. Secoli VI- X, Skira, Milano, 2017).

Liutprando non promosse solo campagne militari – contro il Duca di Spoleto, a Benevento e sulle Alpi Cozie, a Napoli, Bologna e Ravenna, nonché a Osimo, Vicenza, Venezia, Perugia, Terni e Cesena – ma fronteggiò l’opposizione interna dei Duchi del Friuli e attuò un’accorta politica religiosa, facendo anche da mediatore nei conflitti fra le città toscane di Siena e Arezzo, Lucca e Pistoia. Fondò monasteri e chiese a Pavia, mentre in politica estera consolidò i rapporti con la Francia, prima dei Merovingi e poi dei Carolingi. Forse ancora più di tutto, Re Liutprando fu un grande mecenate e protettore di scienze ed arti: ragguardevoli frutti della Rinascita liutprandea e momento di confronto della cultura e arte barbara con i paradigmi classici e cristiani furono autentici capolavori quali a Cividale il Tempietto longobardo, ed il frammento di pluteo con testa di agnello, a Pavia i plutei di Santa Teodate, e i marmi longobardi di San Salvatore. A partire dal 729, il sovrano fece altresì erigere il Monastero di Santa Cristina, luogo di fede e fulcro delle attività ecclesiastiche e culturali di copisti ed amanuensi nell’Alto evo pavese.

In campo architettonico e artistico, le maggiori novità della Rinascita liutprandea furono evidenti, soprattutto, nel campo della scultura ornamentale, ove si incontrarono a favore dei secondi tradizioni di tipo decorativo di ascendenza germanica e temi della cultura e classica e cristiana (con rappresentazioni di pavoni e cervi, leoni e tralci vegetali), reinterpretati con un nuovo linguaggio figurato, più delicato e luminoso. Un filone artistico-culturale che interessò, pur con inevitabili differenze, pure locali, i legami fra centro e periferia, che ritroviamo infatti riflessi nella produzione della Rinascita liutprandea: l’intero Regno ebbe infatti il suo epicentro e cuore nella capitale Pavia – elevata di rango dal monarca sul piano sia architettonico-artistico, sia di prestigio politico-religioso ed istituzionale, agli occhi e degli italiani e degli europei – da cui la nuova cultura e il nuovo sapere si irradiarono nelle altre zone, sottoposte allora alla giurisdizione di Re Liutprando. L’ambiente di corte – che aveva sede nel Palazzo Reale – era molto colto e raffinato, nonché propenso a valorizzare con generosità arti e scienze, e nella sua Scuola ebbero la loro formazione intellettuale scrittori ed enciclopedisti, Paolo Diacono su tutti. Una testimonianza in merito al gusto della classe dirigente longobarda, che faceva capo a Liutprando – sia laica, sia clericale – restano in particolare le famose epigrafi metriche, come quelle a Pavia di Santa Maria delle Pertiche e di Sant’Agata al Monte, così come la lastra tombale di Cumiano nel Monastero di Bobbio donata dal re tedesco all’Abbazia di San Colombano.

Altre attestazioni di alto valore della Rinascita liutprandea furono la cassetta argentea (donata dal sovrano longobardo), in cui sono custodite le reliquie di Sant’Agostino (presso la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro), i frammenti di Palazzo Reale, a Corteolona (fatto costruire dallo stesso Liutprando, tutte opere oggi conservate nei Musei Civici di Pavia), la lastra con pavone, che si custodisce nella Chiesa di San Salvatore in Brescia, all’interno del percorso espositivo del Museo di Santa Giulia (cfr. AA.VV., I tesori di Santa Giulia, Museo della città, II, Grafo, Brescia, 2011), il ciborio della Pieve di San Giorgio a Valpolicella, l’altare del Duca Ratchis e il Battistero di Callisto oggi nel Museo Cristiano di Cividale, nonché quello che resta l’indiscusso capolavoro architettonico-costruttivo della civiltà longobardo, vale a dire il celebre Tempietto in cui sono ravvisabili, tuttora, parti notevoli dell’originaria decorazione, del secolo VIII. Il frutto forse maggiore di un’opera di ripristino e restaurazione, di forme e stili antichi, per quanto secondo la sensibilità di un popolo germanico sceso a Sud, e venuto qui a contatto con il credo e i valori del cristianesimo romano. Con la Rinascita liutprandea i Longobardi si inserirono a pieno titolo, pertanto, nel processo di ripresa e di valorizzazione – secondo line di continuità e trasformazione, e non di frattura – dell’arte e cultura classiche, in corso nell’Alto Evo, portata poi avanti nel IX secolo da arte carolingia e ottoniana, pure grazie alla presenza di artisti di formazione longobarda formatisi nei grandi cantieri varati da Re Liutprando nell’VIII secolo, specie nella ‘sua’ Pavia.

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