Si è conclusa il 26 ottobre 2025 “Mondo Futurista”, ospitata per alcuni mesi dal Castello di Desenzano, curata con acribia, passione, nonché consolidata dottrina, da Giordano Bruno Guerri e Matteo Vanzan; e visitata da migliaia e migliaia di persone, provenienti da tutto il mondo, in questo frammento di Serenissima ai bordi orientali estremi della Lombardia, ai mobilissimi confini d’un Veneto per lungo tempo ancora geograficamente incerto se, quasi futuristicamente, Dante definiva Bartolomeo I della Scala “il gran lombardo”, ben prima che l’epiteto venisse attribuito da Giulio Cattaneo ad un “vero”, anzi “verissimo” lombardo, Carlo Emilio Gadda: che del Futurismo seppe, di certo, cogliere molto più che qualcosa.

Molteplici, affascinanti gli spunti, a cominciare dal luogo, o dai luoghi (come Sgarbi, inorridisco all’uso ormai invalso di “location”, che mi sa, tra l’altro, di immensamente provinciale), sia Desenzano, sia il suo Castello. Desenzano intanto presenta un omaggio ad un’icona del Futurismo: il volo. Aurelio Quaglino, certo non un Futurista, e neanche un lombardo (o un veneto: era torinese) è l’autore dell’alato monumento all’alta velocità aerea sul lungolago, datato 1936, in omaggio proprio a quella Scuola dell’Alta Velocità dell’Aeronautica italiana, che ebbe sede a Desenzano negli anni Trenta. Quando ancor ben vivo era il Futurismo, scisso magari in scuole o correnti, ma pronto a sopravvivere anche al secondo conflitto mondiale (come testimoniano alcune opere della mostra stessa). Velivoli “rosso corsa”, rigorosamente, costruiti per infrangere il record di velocità, e quasi esclusivamente per quello, Ferrari dei cieli. Al Museo di Vigna di Valle, presso altro e meno spettacolare lago, quello di Bracciano, molto si parla di loro. Un trionfo del Futurismo, a ben vedere, se si pensa che l’Italia vinse la coppa Schneider nel 1920, 1921 e 1926, ma Mussolini mal tollerò, nella sua quasi eterna contesa con l’Inghilterra, che nel 1927 e poi nel 1929 la “perfida Albione” si aggiudicasse la rischiosissima gara.
La scelta, poi, di un castello del Duecento sembra fatta apposta per fare di questa avanguardia scoppiettante, fumogena e spumeggiante, alata e vertiginosa, “un’arte da museo”, come Edoardo Sanguineti voleva che succedesse alla neo-avanguardia, parzialmente, ma certo non ideologicamente, vicina al Futurismo, sebbene di durata, scopi e rilevanza internazionale – ora, a riguardarla in prospettiva; ora, che tutti i suoi protagonisti sono anch’essi, come Marinetti e compagni, morti e sepolti – di ben minore portata. Il contrasto tra un pacifico castello del Basso Medioevo, a vigilare su un lago da sempre conteso, e il ferro e fuoco futuristico, sembra grande e lo fa notare bene Vanzan. Ma, in fondo, il “futuro” comincia ad essere pensato proprio nel Duecento, e il padre della scienza sperimentale è Ruggero Bacone, e non Francesco che lo segue di tre secoli. Forse in quel momento comincia quella “modernità” – in un’Inghilterra ancora profondamente cattolica – che esplode nel 1909 europeo, con un Marinetti “anima della nostra fiamma”, che fa della velocità, del disordine, della rivoluzione grafica, del pastiche, del “paroliberismo”, un’avventura intellettuale mirabile, che investe tutte le arti, come questa mostra, che include una sezione sul “suono”, bene mostra–; un’avventura che trova tanti seguaci, di ogni sesso, compresa la celebre compagna del Fondatore (qui debitamente presente).
Non sono moltissime le opere presentate, ma costituiscono un’ottima antologia, un rapido ma completo viatico. Certamente, sono presenti i classici: i libri di Marinetti, il prezioso “Zeppelin” di Giulio D’Anna, dalla collezione veronese Damoli, il “doppio comando di aereo Caproni” di Marinetti, scultura reale, o realtà scolpita, che apre la mostra, tutta, o quantomeno gran parte nel segno del trentino Museo Caproni. Museo che – fondato da Gianni Caproni quasi un secolo fa, nel 1927 – rimane un luogo veramente futuristico. L’anno d’oro del Futurismo, per chi scrive, l’anno del “libro imbullonato” di Fortunato Depero, qui presente – e ancora con quotazioni interessanti sul mercato antiquario, intorno agli 800 euro – mentre sono presenti anche opere rare provenienti dall’UF-o, “Archivio e collettivo artistico ultimi Futuristi” di Bologna, come la “aerovista” della città di Ferrara di Uberto Bonetti, egli stesso non un futurista, ma amico di Krimer, che lo era, e che gli ispirò questa “visione”, di certo ottima per sottrarre Ferrara alla dannunziana maledizione di “città – per eccellenza – del silenzio”. Belle anche le sovrapposizioni d’invenzione di Michele Falanga, degli anni Trenta, su cartine geografiche dell’Impero allora a larga diffusione. Straordinari i poster futuristi: dalle ciliegie alle gare motociclistiche sponsorizzate dall’EIAR, la prima radio italiana, dove la velocità si sposa con la natura.
Odiatori del conformismo, abili provocatori – che ne sarebbe stato di Venezia se veramente, secondo i loro auspici, fosse stato davvero “asfaltato il Canal Grande”?– amanti della vita e del vitalismo, alla Bergson, ma non forse alla D’Annunzio, ché dal loro vitalismo era assente, in genere, ogni ombra di malinconia: avevano il culto della velocità, talvolta della guerra, certo della vita in tutte le forme, meno quello della morte, che il decadentismo e il simbolismo omaggiavano, fin troppo, in modi ormai percepiti come di maniera. Ogni loro spazio – perfino quelli dove la vita sembra assente, come la “città cosmica” di Italo Fasolo, il “Fasullo”, qui presente, e che data 1940 – brulica in realtà di vita, almeno alata, o sotterranea. Non vedevano Satana in locomotiva, come Carducci, ma anzi vedevano le locomotive che immagini di progresso, amavano i treni nella loro rapidità, quelle “bestie” che “divorano la pianura” nelle parole – un po’ futuriste, e anarchiche – di Francesco Guccini.
Era un momento magico, dopo il primo volo del 1903, nel pieno della tardiva rivoluzione industriale italiana, nell’era dei grandi transatlantici come il “Titanic”, uno “Zeppelin” dei mari (e viceversa, lo Zeppellin “naufragò” molto più tardi, nel 1937, ma anch’esso fece triste fine), per inebriarsi di “futuro”, per vivere in un romanzo di fantascienza (e scriverlo talvolta con la loro vita) dopo che da secoli la disciplina era nata. Non con Verne, certo, ma molto prima, già nel Seicento: alcuni studiosi la fanno iniziare con “Somnium” di Keplero, che data 1634, seguito quattro anni dopo da “The Man in the Moone” di Francis Godwin, e poi dal celebre viaggio sulla luna di Cyrano de Bergerac. Poi numerosi sono gli esempi settecenteschi, compreso un viaggio su Marte di Eberhard Christian Kindermann, che data 1744. Gli alieni ci sono anch’essi, peraltro, in questo testo favoloso: legati da misteriose divinità ai terrestri. Chissà sei i Futuristi conosceva almeno il loro padre ideale del Settecento italiano, quel Bernardo Zamagna, gesuita, nativo della repubblica di Ragusa, che nel 1768 aveva pubblicato la straordinaria “Navis aeria”. Ma certo ad inizio Novecento pareva tutto realizzarsi, e dunque era forse necessario farla finita col passato, liberarsi dalle restrizioni della rima e della forma, liberamente inventare, come libero doveva essere il volo.. Fu senz’altro un momento di massima eccitazione dello spirito, che difficilmente si ritroverà dopo. Ora siamo in qualche modo assuefatti alla macchina, esaltarsi per 700 newton-metri, impensabili allora, sembra questione da bar di paese.
Per questo, una mostra come quella di Desenzano – che ha tributato tra l’altro il proprio omaggio a tecnologie che Marinetti doveva ignorare, ma che gli sarebbero piaciute, credo, come il catalogo scaricabile gratuitamente inquadrando un qr-code – invita, nel suo “understatement”, ma anche nella sua discreta completezza, ad esplorare e considerare il Futurismo come un’ebbrezza diffusa.
In qualche modo, infatti, tantissimi intellettuali e artisti furono scottati dalla fiamma marinettiana, generosa e duttile abbastanza anche per cuocere cibi, se è vero che – alquanto indigesta e ben poco salutare – anche una “cucina futurista” esiste, eccome. Qualcuno poi ogni tanto la riscopre. Detto altrimenti: l’ebbrezza diffusa toccò molti, molto spesso, occasionalmente, che per un giorno o un anno o qualche tempo, limitato, si sentirono “futuristi”, anche se magari dovettero professionalmente scontare l’avversione proprio dei futuristi professi e “con patente”. Penso ad esempio ad un musicista ora quasi dimenticato, Lino Liviabella (1902-1964), geniale e poliedrico, che nel 1924, vaso dal verbo marinettiano, compose una mirabile “marcia funebre in morte di un maiale”, per pianoforte. Edgardo Rossaro (1882-1972), fu pittore tutt’altro che futurista, eppure di cultura futurista sono impregnate le sue memorie, in particolare quelle riguardanti la Prima guerra mondiale, come “La mia guerra gioconda”, pubblicato per la prima volta nel 1939, accompagnato dai suoi disegni, dove si fa anche riferimento ad un suo superiore, caduto sul campo, anch’egli poeta futurista, autore di una sola raccolta di poesie, che diviene dunque il suo testamento. E gli esempi da aggiungere sarebbero virtualmente infiniti.
Per questo, credo che una mostra sul futurismo non possa che preludere ad approfondimenti, magari anche legati al futurismo “regionale” o locale – vi fu un attivissimo circolo futurista perfino a Monselice, ancora poco studiato – con particolare attenzione magari a realtà molto vivaci, e note, come la Torino di Luigi Colombo detto Fillia, prototipo del futurista scanzonato e provocatore. E autore straordinariamente moderno, questo, davvero: si pensi a “L’uomo senza sesso” (erotismo e sessualità sono davvero “liberati”, nel Futurismo, in modo credo oltremodo salutare, e comunque, davvero terapeutico – e anche qui ci vorrebbe una mostra), romanzo futurista di meccanizzazione dell’individuo, ma, anche, di umanizzazione della macchina, straordinario, ove si leggono righe come queste: “L’ossessione del sesso che ancora grava su larghi strati dell’umanità era nettamente superata in quell’immenso rettangolo d’officina: maschi e femmine non si distinguevano più – il lavoro moderno à diminuito l’importanza della fatica e della resistenza fisica – è un lavoro di attenzione e di precisione – maschi e femmine, vestiti ugualmente di tuta e di calotta nera si confondevano. Vigilavano gli sportelli dei forni, distribuivano i pezzi dei materiali, passavano come macchine indipendenti tra le macchine fisse su rotaie o inchiodate al pavimento.”
Come – e qui concludo con le aperture prospettiche – sarebbe da riconsiderare il rapporto del Futurismo col colonialismo e le teorie razziali in generale. Si pensi, in questo caso, ad un’opera altrettanto straordinaria, di futurismo crepuscolare, “Pennellate sull’Affrica”, di un personaggio che forse ben più di Marinetti aveva fatto della propria vita un’opera d’arte futuristica, Osvaldo o OsWaldo Barbieri detto Bot, piacentino, poi divenuto africano, trasferitosi nella Libia italiana – allora, ancora un luogo abbastanza vivibile – ove aveva mutato il nome in Naham Ben Abiladi (presente qui a Desenzano). Ebbene Bot, in questo lancinante, elettrizzante lavoro, scrive qualcosa di ben paradossale, e sconvolgente per le orecchie aduse al politicamente corretto di oggi, eppure non sono parole di disprezzo verso quel continente, quelle genti che aveva scelto come nuova patria: “Affrica ti amo. Ti amo, perché sei terra del rischio, del sacrificio, dell’avventura. Ti amo, perché ispiri, seduci, uccidi. Affricani vi amo, perché siete neri, nudi, sudici; come la terra bruciante vi à creati, come natura selvaggia vi ha cresciuti…Affricani vi invidio, perché non tenete il conto della vostra età, perché nei vostri villaggi non avete le inferriate, i catenacci, le casseforti. Affricani, vi ammiro, perché combattete con l’arma coraggiosa: la lancia, perché lottate a corpo a corpo, nudi, col Re del deserto…”
In chiusura, era forse inevitabile che l’estetica che informava un’arte essenzialmente anti-museale venisse contraddetta dalla museificazione della medesima, in mostre permanenti o temporanee. Scriveva Marinetti: “In verità io vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei, delle biblioteche e delle accademie (cimiteri di sforzi vani, calvarii di sogni crocifissi, registri di slanci troncati!…) è, per gli artisti, altrettanto dannosa che la tutela prolungata dei parenti per certi giovani ebbri del loro ingegno e della loro volontà ambiziosa. Per i moribondi, per gl’infermi, pei prigionieri, sia pure: – l’ammirabile passato è forse un balsamo ai loro mali, poiché per essi l’avvenire è sbarrato… Ma noi non vogliamo più saperne, del passato, noi, giovani e forti futuristi!”. D’altra parte, il nostro futuro è il passato diceva Siegfried Kracauer in quegli anni ed è inevitabile che i musei li inglobino, li trasformino in reliquie. Ma la loro vitalità rimane contagiosa: il paracadutista che in quel capolavoro di Alfredo Gauro Ambrosi – anch’esso proveniente dal Museo Caproni – che è “Scendendo in città dal cielo” (1933), ci si identifichi col paracadutista di cui si vedono solo parte delle gambe ed i piedi, in procinto di lanciarsi su una città futurista: si prova lo stesso brivido, e lo si vorrebbe riprovare, ma davvero. E non sappiamo – possiamo solo intuirlo, o sperarlo – che abbia davvero sulle spalle il paracadute.
Il Futurismo è un afrodisiaco – per chi sia predisposto a questo – per tutti i brividi della vita, non solo tecnologici. Per questo, andrebbe riguardato con modi meno accademici, e più spontanei. Due anni prima che redigesse il suo “Manifesto”, Marinetti avrà sicuramente letto “L’evoluzione creatrice” di Bergson, il cui incipit sembra risuonare, alla fine, in quasi ogni opera del Futurismo, e non solo, certamente, in Marinetti:
“La storia dell’evoluzione della vita, per quanto ancora incompleta, ci lascia già intravedere come l’intelligenza sia venuta costituendosi attraverso un progresso ininterrotto, lungo una linea che percorrendo la serie dei vertebrati giunge sino all’uomo. Essa ci rivela che la facoltà di comprendere è un annesso della facoltà di agire, un adattamento sempre più preciso, sempre più complesso e duttile, della coscienza degli esseri viventi alle condizioni di esistenza in cui si trovano. Come conseguenza, dovrebbe risultare che il fine della nostra intelligenza, nel senso stretto della parola, consiste nell’assicurare il perfetto inserimento del nostro corpo nell’ambiente, nel rappresentarsi i rapporti che sussistono tra le cose esterne, e infine nel pensare la materia. In effetti, questa sarà una delle conclusioni del presente saggio. Vedremo che l’intelligenza umana si sente a proprio agio quando ha a che fare con gli oggetti inerti, e più in particolare con i solidi, dove il nostro agire trova il suo punto di appoggio e la nostra industria i suoi strumenti di lavoro; questo perché i nostri concetti sono stati formati a immagine dei solidi, perché la nostra logica è soprattutto la logica dei solidi. E ciò spiega come mai la geometria sia il trionfo della nostra intelligenza: essa infatti rivela l’affinità tra il pensiero logico e la materia inerte; nella geometria, l’intelligenza deve solo seguire il suo movimento naturale, per andare – dopo il più lieve contatto possibile con l’esperienza – di scoperta in scoperta con la certezza che l’esperienza procede nella sua scia e le darà invariabilmente ragione.”
La Geometria sarà propria, finalmente, la Dea cui sacrificheranno i Futuristi. Non una geometria astratta, ma una geometria a misura d’uomo, che delinea le macchine, ma anche i corpi, i caratteri tipografici. Il mondo, insomma, (quasi) tutto. Il grande matematico, ebreo mantovano Gino Loria – che dovette abbandonare l’insegnamento in seguito alle leggi razziali, rifugiandosi, ormai anziano, nelle valli valdesi, nel 1935 – nello stesso anno in cui Marinetti pubblicò il “Manifesto”, il 1909, diede alle stampe, presso Hoepli, a Milano, i “Metodi di geometria descrittiva”. Forse, dovremmo leggere – per quanto paradossale possa suonare – i due libri insieme. Capiremmo meglio un’epoca.
Un omaggio ai Futuristi questo mio saggio: sono 2440 parole esatte, come l’anno del romanzo di L. F. Mercier, pubblicato a Londra nel 1771.

