Putin ha un suo uomo alla Casa Bianca?

Nessun analista è riuscito a trovare un filo che possa collegare in modo coerente le scelte di politica estera di Trump. Gli esempi sono innumerevoli: i dazi imposti e poi ridimensionati, la promessa a Kyiv dei missili a lunga gittata Tomahawk, ritirata subito dopo, le minacce di intervento in Nigeria, la dichiarazione sulla ripresa dei test atomici, fino al progetto di intervento militare in Venezuela. In questa girandola di annunci funambolici rimane fermo un solo aspetto: quello di non dissentire mai da Putin, fino a fare pessime figure come è avvenuto per il fallimentare incontro in Alaska del 15 agosto 2025 o i negoziati per una tregua in Ucraina in cui è sempre Mosca a dettare la linea. Ma si tratta di sudditanza psicologica, imperizia politica o questa strana acquiescenza verso il Cremlino nasconde qualcos’altro?

Come nei classici romanzi d’appendice dobbiamo fare un passo indietro, fino al 2001, quando Felix Sater, un intraprendente giovanotto di origine russa, bussa all’ufficio di Donald Trump, in cima alla Trump Tower a New York che si affaccia sulla prestigiosa Quinta Strada. In quegli anni gli affari del tycoon andavano malissimo e i suoi casinò e i suoi alberghi si trovavano sull’orlo della bancarotta a causa di una grave crisi di liquidità. Sater gli fa una proposta a nome della Bayrock, una società di sviluppo immobiliare fondata da un altro russo, Tevfik Arif, con un passato da ex funzionario sovietico in Kazakistan. La Bayrock ha un grandioso progetto per costruire alberghi e condomini di lusso a Soho, nell’esclusiva lower Manhattan, in Florida, in Arizona e in altri Stati. Ovviamente, il giovanotto spiega che la Bayrock pagherà una succulenta percentuale per il solo «onore» di usare il nome di Trump come brand. Per un imprenditore con l’acqua alla gola e prossimo al tracollo questa è un’offerta che non si può rifiutare e l’affare viene concluso immediatamente.

La mafia russa negli USA

Sembra un normale accordo tra investitori immobiliari ma non tutto è come appare. In primo luogo Sater si fa chiamare così, ma il suo vero nome è Felix Mikhailovich Sheferovsky ed è figlio di uno stretto collaboratore di Semion Mogilevich, considerato il padrino della mafia russa. Mogilevich è uno dei primi investitori ad acquistare un lussuoso appartamento nella Trump Tower di New York. La famiglia Sheferovsky è emigrata prima in Israele e poi a New York, dove Felix e sua sorella adotteranno il cognome Sater. Felix cresce nel quartiere di Brighton Beach, a sud di Brooklin, in un’area soprannominata Little Odessa, il quartiere degli emigrati dall’allora Unione Sovietica. Qui il giovane fa amicizia con Michael Cohen che diverrà il futuro avvocato di Donald Trump e sarà condannato per finanziamento illecito di campagna elettorale, frode fiscale e frode bancaria. Dopo un corso alla Pace University, inizia a lavorare a Wall Street, nella banca d’affari Bear Stearns. Nel 1991 si mette però nei guai per una rissa in un bar di Manhattan dove sfregia un cliente con un bicchiere rotto. Viene condannato a un anno di prigione e gli viene interdetta la professione di operatore di borsa.

I legami di Trump con la Russia sono così noti che nel marzo 2025 sono circolati su X molti post che hanno ironizzato sul movimento MAGA, leggendolo come Moscow Agent Governing America (L’agente di Mosca che governa l’America)

Nel 1998, rimessosi sulla piazza, opera fuori dagli schemi e viene implicato in una frode da 40 milioni di dollari che vedeva anche la partecipazione della mafia russa. Al processo si dichiara colpevole. Potrebbe essere la fine della sua carriera ma, incredibilmente, il giudice Leo Gassler lo condanna soltanto a una multa di 25mila dollari. La spiegazione di tanta clemenza è molto semplice, visto che da anni Felix fa l’informatore per conto dell’FBI e collabora con la CIA che, grazie ai suoi contatti in Russia, era riuscita a recuperare dei missili Stinger che rischiavano di finire in mano ai Talebani. Sembra però che il ruolo di Sater sia stato più importante di quello di un semplice informatore. In un’udienza a New York del febbraio 2011, l’avvocato dello Stato Todd Kaminsky dichiara alla corte che il ruolo di Sater (chiamato nei documenti John Doe, il nome standard che viene usato nel gergo giuridico USA per indicare un uomo la cui identità reale è sconosciuta o va mantenuta segreta) era stato straordinariamente efficace in svariati settori criminali. Kaminsky aveva specificato che il contributo di Sater aveva riguardato «organizzazioni violente come Al Quaeda, governi stranieri e il crimine organizzato russo. E, in modo particolare, varie famiglie di Cosa Nostra, come diversi esponenti delle famiglie Genovese, Bonanno e Gambino».

Nonostante le sue condanne penali, grazie a questi contatti con il variegato mondo dell’intelligence, Felix si rimette in carreggiata e diventa un socio della Bayrock con cui realizza centinaia di progetti immobiliari negli Stati Uniti. L’accordo con The Donald porta alla costruzione di Trump SoHo, un grattacielo di 46 piani da 450 milioni di dollari a Manhattan e al Trump International Hotel and Tower a Fort Lauderdale, in Florida. La collaborazione termina nel 2008, a causa del crollo del mercato immobiliare. Nello stesso anno Trump aveva fatto un ottimo affare con il miliardario russo Dmitrij Rybolovlev, rivendendogli per 95 milioni di dollari una villa a Palm Beach che lui aveva acquistato quattro anni prima per 41 milioni a un’asta giudiziaria. Non solo Trump ha rapporti commerciali con i russi ma anche i suoi stretti collaboratori, dopo la prima elezione alla Casa Bianca, hanno intensi e ramificati legami con Mosca. Ne sono un esempio Michael Flynn, il Consigliere per la sicurezza nazionale, costretto alle dimissioni poche settimane dopo la sua nomina (aveva ricevuto pagamenti per decine di migliaia di dollari da Russia Today), e Paul Manafort, il direttore della campagna di Trump che abbandona l’incarico nell’agosto del 2016, quando diventano pubbliche informazioni su milioni di dollari che aveva incassato da oligarchi ucraini e russi per favorire gli interessi di Putin negli Stati Uniti.

Nel 2021 il navigato giornalista statunitense Craig Unger pubblica American Kompromat, un libro-inchiesta in cui Trump viene accusato di essere influenzato dal KGB da 40 anni. Unger fa una chiara distinzione tra “agent”, un operativo a libro paga che riceve ed esegue ordini da Mosca, e un “asset”, un agente di influenza, un amico affidabile che compie operazioni che vanno anche a proprio vantaggio, senza andare troppo per il sottile sui personaggi con cui si fanno affari. Secondo Unger Trump è un asset dei russi ma, visto che opera nel settore immobiliare che è uno dei principali comparti per il riciclaggio del denaro sporco, si trova a cavallo di una linea sottile che separa il mondo di sopra da quello di sotto. Unger sostiene che da quando Putin è andato al potere «la mafia russa è stata de facto un attore statale al servizio della Federazione Russa, esattamente nel modo in cui l’intelligence americana è al servizio degli Stati Uniti, e che molte delle persone legate a Trump hanno legami stretti anche con l’FSB, il servizio segreto russo erede del temuto Kgb».

L’amico di Mosca

Il saggio American Kompromat (il termine russo significa materiale ricattatorio, compromettente) è molto sensazionalistico e alcune delle affermazioni non sono suffragate da riscontri documentali ma i legami di Trump e di tantissimi dei suoi collaboratori con Mosca sono una realtà innegabile. D’altronde, il sospetto non è certo nuovo visto che l’ex direttore della CIA Michael Morell ha chiamato Trump un «agente inconsapevole» dei russi, mentre James Clapper, l’ex direttore della Sicurezza nazionale lo ha descritto come «in effetti …un asset dei servizi di Mosca». L’ex direttore della CIA John Brennan è stato molto più diretto quando ha dichiarato che Trump è «totalmente sotto il controllo di Putin». La fonte principale del libro di Unger è Yuri Shvets, un ex maggiore del KGB che negli anni ’80 del secolo scorso operava negli Stati Uniti sotto la copertura di giornalista per l’agenzia di stampa sovietica Tass. Oggi vive in Virginia.

Unger riferisce che Trump è entrato sotto la lente di ingrandimento del KGB nel 1977, dopo il matrimonio con la sua prima moglie, la modella cecoslovacca Ivana Zelnickova. In quel periodo fu messo sotto osservazione dallo spionaggio di Praga, in collaborazione con il KGB. Non intendo fare del complottismo ma è ben noto che i servizi segreti fanno indagini accurate su personaggi importanti che possono tornare utili in qualche modo e un tipo come Trump, con un’ambizione smodata che non corrisponde alle sue capacità manageriali, un’attrazione irrefrenabile verso le donne e un ego di dimensioni colossali, è un soggetto ideale per i ricatti da parte di un servizio segreto. Putin si è vantato in pubblico che la Russia ha le più belle prostitute del mondo che, evidentemente, sono anche molto abili nel raccogliere informazioni e mettere i soggetti presi di mira in situazioni delicate che li rendano manipolabili.

Nel 1987 Trump e Ivana visitano Mosca e San Pietroburgo per la prima volta e sono soggetti a un’attenta campagna da parte del KGB. L’ex maggiore Yuri Shvets ricorda che «per il KGB si trattò di un’operazione di seduzione. Avevano raccolto un sacco di informazioni sulla sua personalità e quindi sapevano perfettamente con chi avevano a che fare. La sensazione era che egli fosse estremamente vulnerabile a livello intellettuale e psicologico, ed era anche molto sensibile alle lusinghe. Questo è quello che hanno sfruttato». Gli agenti furono abilissimi nel fargli credere di essere impressionati dalla sua personalità e sostennero che erano proprio persone come lui che avrebbero cambiato il mondo. Appena rientrato negli Stati Uniti, The Donald cominciò a esplorare la possibilità di correre per la presidenza e, addirittura, fece un comizio a Portsmouth, nel New Hampshire.

Il 1 settembre 1987 Trump acquistò un’intera pagina sul New York Times, il Washington Post e il Boston Globe in cui accusava il Giappone di sfruttare gli Stati Uniti ed esprimeva scetticismo sulla partecipazione americana alla NATO. Con una lettera aperta al popolo americano il futuro presidente spiegava perché «l’America dovrebbe smettere di pagare per difendere Paesi che possono permettersi di difendersi da soli». Questa posizione così critica verso l’Alleanza occidentale, nella fase finale della guerra fredda, fece felici molte persone a Mosca. Anche la sua prima elezione nel 2016 fu lodata esplicitamente da Putin che non nascose la sua gioia per il risultato elettorale. La commissione nominata per indagare sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali (che ci furono e anche in modo massiccio) non ha mai raggiunto conclusioni definitive. Anche il gruppo guidato da Robert Mueller, il procuratore speciale nominato per chiarire la natura dei rapporti di Trump con Mosca, non è riuscito a identificare una vera e propria cospirazione tra i membri della campagna presidenziale e la Russia.

Trump ha ricevuto diverse condanne giudiziarie negli USA, ma nessun tribunale è mai riuscito a raccogliere prove vere e proprie per arrestarlo come un agente di influenza di Mosca. A questo punto, però, dobbiamo trovare una qualche spiegazione per la sua imbarazzante arrendevolezza verso Putin. La teoria di chi sostiene che si tratti di un sofisticato approccio per staccare Mosca da Pechino non sta assolutamente in piedi ed è clamorosamente smentita dai fatti. Soltanto qualche anno fa, l’ipotesi che i punti di una mediazione della Casa Bianca venissero in realtà stilati da Mosca sarebbe apparsa come fantapolitica, eppure è successo due settimane fa. Putin dà la linea e Trump si adegua. Certamente gioca un ruolo l’importante disturbo narcisistico del presidente USA e la sua ammirazione per le personalità autoritarie (vedi l’intervista allo psichiatra Maurizio Albertini del 26 giugno 2025) ma la psichiatria non può spiegare da sola decisioni politiche che rimettono in discussione l’ordine globale uscito dalla Seconda guerra mondiale. Trump agisce come se fosse veramente un agente di influenza russo e questo, oltre agli europei, dovrebbe preoccupare seriamente anche i politici statunitensi di entrambi gli schieramenti.

 

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