Nel caos odierno un John M. Keynes redivivo ci farebbe proprio comodo

Nel 1919, mentre inglesi e francesi si preparavano a spremere dalla Germania sconfitta immani riparazioni di guerra, un economista inglese ammonì in un saggio lucido e affilato che le pretese eccessive avrebbero portato la Germania alla rovina e l’avrebbero spinta verso un nazionalismo aggressivo. Il risultato di quella cecità fu la Seconda guerra mondiale. L’economista si chiamava John Maynard Keynes, un intellettuale vero e uno spirito libero, che ebbe alcune delle intuizioni più importanti del XX secolo, grazie alle quali l’umanità ha conosciuto un lungo periodo di pace e benessere. Oggi che l’equilibrio del secondo dopoguerra sta andando in frantumi e un’amministrazione USA incompetente e aggressiva sta riportando il mondo alla vecchia politica di potenza, è necessario riscoprire il pensiero di Keynes e meditare sulla sua lezione. A ottant’anni dalla sua morte, torna uno dei suoi testi più visionari che rimane di una modernità stupefacente.

Le possibilità economiche per i nostri nipoti nasce come conferenza tenuta a Madrid nel 1930, mentre l’altro testo di questa raccolta, La fine del «Laissez-faire», risale a una lezione berlinese del 1926 e ha quindi cento anni esatti ma contiene insegnamenti che rimangono di grande attualità rispetto al dibattito economico contemporaneo. A conclusione del libro, un saggio molto ben argomentato di Mauro Campus fornisce un contributo illuminante per l’attualizzazione delle tesi dell’economista inglese. Keynes (1883-1946) non corrisponde in nulla all’immagine classica dell’economista perché già all’arrivo all’università di Cambridge, a cui rimarrà legato tutta la vita, entrerà nel Bloomsbury Group, un circolo esclusivo di raffinati intellettuali, tra cui c’erano Leonard e Virginia Woolf, Lytton Strachey, Duncan Grant, Clive Bell, che sfidavano con le idee e il comportamento l’asfissiante perbenismo vittoriano. Nel breve saggio del 1930 Keynes dichiara esplicitamente che ha intenzione di liberarsi delle visioni miopi, vuole spingere lo sguardo avanti e si chiede: «Sul piano economico, quale standard di vita possiamo ragionevolmente aspettarci fra un centinaio di anni? Quali sono le possibilità economiche per i nostri nipoti?».

Il mondo futuro

Keynes ipotizza ragionevolmente che, grazie al progresso tecnologico e allo sviluppo delle competenze dei singoli individui, entro il 2030 la società si sarebbe potuta trasformare radicalmente riducendo il lavoro necessario per la sopravvivenza e che questo avrebbe consentito di liberare le energie a lungo compresse dalla necessità. Arriva poi a prevedere i grandi avanzamenti che saranno compiuti dall’agricoltura quando scrive che «esistono solidi motivi per ritenere che le rivoluzioni tecniche, finora concentrate soprattutto nell’industria, presto si estenderanno all’agricoltura. Potremmo trovarci alle soglie di un miglioramento dell’efficienza produttiva in campo alimentare pari a quello già osservato nei settori minerario, manifatturiero e dei trasporti. Fra pochi anni – intendo nell’arco della nostra vita – potremmo riuscire a svolgere tutte le attività agricole, minerarie e manifatturiere impiegando un quarto degli sforzi fisici oggi necessari». Questa sua predizione si è ampiamente avverata per le agricolture dei Paesi industrializzati.

L’economista di Cambridge analizza poi quali potrebbero essere le conseguenze sociali dell’introduzione di nuove tecnologie che consentono di migliorare la produttività e quindi rendono possibile la riduzione delle ore di lavoro, che è la finalità della sua politica economica. «Al momento -scrive Keynes-, la rapidità stessa dei mutamenti in corso ci disorienta e ci pone di fronte a problemi complessi. I paesi che non guidano questo processo ne risentono meno. Noi, invece, soffriamo di una nuova malattia, il cui nome alcuni lettori potrebbero non conoscere ancora ma di cui sentiranno parlare spesso nei prossimi anni: la disoccupazione tecnologica. Con questa espressione intendo la disoccupazione che nasce quando l’introduzione di nuovi metodi di risparmio della forza lavoro procede più rapidamente della nostra capacità di ricollocare i lavoratori». Alla luce del dibattito odierno sull’impatto dell’Intelligenza artificiale, che sta rapidamente sostituendo intere categorie di lavoratori, si comprende l’attualità di questa valutazione. Keynes prosegue poi affermando: «Mi sento di prevedere che, fra cent’anni, il tenore di vita nei paesi avanzati supererà da quattro a otto volte quello attuale. Alla luce delle conoscenze di cui disponiamo oggi, nulla di tutto questo appare sorprendente, né risulta irragionevole immaginare la possibilità di un progresso ancora maggiore». Su questo ha avuto pienamente ragione.

Pur riconoscendo i difetti del capitalismo, Keynes ritiene che, con gli opportuni interventi, questo rimanga il sistema migliore per assicurare sul lungo termine il benessere per la società e consentirà ai cittadini di avere più tempo libero da dedicare al proprio arricchimento culturale. Quando la modernizzazione dell’economia avrà creato le precondizioni per superare l’assillo del lavoro, questo muterà anche il codice morale della società e allora, scrive l’autore: «Potremo liberarci di molti principî pseudo-morali che ci tormentano da due secoli e che ci hanno spinto a trasformare alcune delle caratteristiche umane più sgradevoli nelle virtù più celebrate. Avremo il coraggio di attribuire alla motivazione del denaro il suo reale valore. L’amore per il denaro come possesso – non come mezzo per godere dei veri piaceri della vita – sarà riconosciuto per ciò che è: una ripugnante passione morbosa, una di quelle tendenze a metà tra il criminale e il patologico che di solito si affidano, tremanti, allo specialista di malattie mentali».

Greed is good?

Keynes colloca la smania dell’accumulazione di denaro in una dimensione psichica. In una società liberata dal bisogno, l’accumulazione sarebbe dovuta apparire per ciò che è, una passione morbosa. Ma le cose sono andate esattamente in senso opposto. Nel film Wall Street, diretto da Oliver Stone nel 1987, il personaggio Gordon Gekko, interpretato da Michael Douglas, pronuncia una frase diventata famosa «Greed is good» (l’avidità è una cosa buona) che simboleggia lo spirito dei tempi e rivendica la spregiudicatezza, la determinazione a scavalcare le regole, l’assenza di qualunque valutazione morale nel perseguimento del massimo profitto. Negli anni ’80 del secolo scorso le teorie neoliberiste si sono affermate, scalzando l’impostazione keynesiana, e hanno iniziato a plasmare le strategie politiche, prima negli Stati Uniti e poi in Europa.

L’avidità è stata normalizzata, trasformata in virtú sistemica e, infine, perfino moralizzata. Il neoliberismo non ha curato la patologia: l’ha istituzionalizzata, ha legittimato l’accesso a cariche pubbliche e politiche di personalità prima discutibili e infine deplorevoli. Nel saggio che conclude il libro Mauro Campus scrive che «il progresso materiale evocato da Keynes si è realizzato, trasformando le società occidentali e l’intero panorama planetario, fino a far emergere attori non statali come protagonisti della rivoluzione tecnologica che guida la transizione in atto. Ciò che è venuto meno, invece, è l’orizzonte politico sotteso alla previsione: l’idea che l’abbondanza potesse tradursi automaticamente nella soluzione dei problemi economici. Il benessere generalizzato, innestato su un ordine mondiale che continua a fondarsi sull’ascesa e la legittimazione delle diseguaglianze, ha svuotato dall’interno quella promessa».

Keynes aveva visto giusto sul ruolo della finanza che deve avere una funzione eminentemente infrastrutturale, finalizzata alla crescita dell’economia reale, mentre oggi avviene esattamente il contrario perché le strategie industriali vengono elaborate in funzione dei profitti finanziari a breve termine. In entrambi i saggi del libro Keynes respinge la dottrina ottocentesca che valuta gli investimenti esclusivamente in base al rendimento finanziario immediato, contrapponendole una concezione più ampia della ricchezza, nella quale infrastrutture civiche, servizi collettivi e capitale culturale concorrono in modo strutturale alla stabilità sociale e alla crescita di lungo periodo. Il pensiero dell’economista di Cambridge ha anche avuto un ruolo determinante per l’inserimento del concetto di sviluppo all’interno delle scienze sociali. Scrive Campus: «La riflessione sullo sviluppo è, per sua natura, una scienza dell’intervento, e Keynes ne fornisce la grammatica operativa: spostando l’attenzione dall’equilibrio alla crescita, dimostra che il mercato, lasciato a sé stesso, non garantisce né stabilità né espansione. La gestione della domanda aggregata e l’intervento dei centri pubblici non sono dettagli marginali, ma condizioni essenziali perché la crescita possa dispiegarsi. In altre parole, senza lo stato che orienta, stimola e corregge, non esiste sviluppo».

Oggi, sotto l’egida dello slogan “Make America Great Again”, l’amministrazione statunitense mette in atto una politica per tornare a un ordine gerarchico basato su differenze di censo e gestire il consenso tramite la stigmatizzazione del diverso. Trump sta demolendo le istituzioni multilaterali e l’idea universalistica che le sostiene. Il mondo che il presidente USA mira a plasmare non è governato dal mercato, ma dall’accumulazione liberata da vincoli politici e sociali. La democrazia si riduce a procedura burocratico-plebiscitaria, le relazioni internazionali a transazioni commerciali: una legge della giungla, formalizzata dai predatori. Keynes ha invece insegnato che il mercato non è un principio supremo e, soprattutto, il mercato è un mezzo, non un componente della legge naturale. Anche se queste idee sono state formulate un secolo fa rimangono proposte valide affinché i governi tornino a svolgere le funzioni previste da Keynes: orientare il mercato verso fini sociali, stimolare la responsabilità intergenerazionale e garantire regole internazionali condivise, diritti civili e sociali, standard lavorativi e ambientali, concorrenza leale, meccanismi di composizione dei conflitti e correzione delle diseguaglianze.

John Maynard Keynes
Le possibilità economiche per i nostri nipoti
A cura di Mauro Campus
Einaudi, pp. 104, € 7

 

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