Vi sono alcune questioni che ruotano attorno al movimento di massa riversatosi a Ceuta alla fine di luglio 2026 – e che probabilmente ne motivano anche l’origine – che meritano un’ampia analisi. Coinvolgono diversi problemi strategici, con vaste implicazioni culturali, sociali, religiose.
Nel cercare di districare questa intricata matassa e renderla intelligibile nella sua complessità, consideriamo alcune premesse. Anzitutto, bisogna guardare oltre la logica che porta a interpretare i fatti secondo la miopia nazionale o nazionalistica: da questa derivano interpretazioni che consentono di fare dei flussi migratori una semplice occasione di retorica. I fatti di Ceuta si dispiegano su un vasto orizzonte, con implicazioni storiche che trascendono gli interessi nazionali, comunque interpretati.
Inoltre l’impervia matassa coinvolge il delicato rapporto tra mondo cristiano e mondo islamico, cioè tra culture che hanno differenze sostanziali delle quali il dialogo interreligioso non può non tener conto. L’Islam infatti, a differenza del cristianesimo, non è solo una religione, è anche un’istanza politico-strategica – ed è coltivata in questa seconda visione (che per alcuni è la prima) da diversi gruppi organizzati (v. Fratellanza Musulmana, Talebani) in certi casi dal taglio imperialista e violento (v. Daesh, Al Quaeda) che guardano al territorio spagnolo, e in particolare all’Andalusia, come ambito di legittima espansione arabo-isamica.
Movimento di massa
Ricordiamo che tra il 30 e il 31 luglio tra 60 e 70 mila persone (forse di più, le notizie, come i bollettini di guerra, variano a seconda della fonte) si sono riversate, dal territorio marocchino, nell’enclave spagnola di Ceuta. Per quanto si tratti di persone ciascuna con le loro storie e le loro necessità, bisogna considerare il fenomeno anzitutto come movimento di massa: un fenomeno nel quale i singoli perdono la propria individualità. I movimenti di massa si caratterizzano infatti per la delega che, nell’afflato emotivo, ogni singolo dà della propria persona all’insieme entro il quale si muove: il movimento di massa si sovrappone all’individualità e alla volontà delle persone. Queste vengono cancellate e, momentaneamente almeno, inglobate e assoggettate dai demagoghi che manovrano l’insieme (G. Le Bon, “Psychologie des foules”, 1895; H. Arendt, “The Origins of Totalitarism”, 1951).
Che tra le decine di migliaia che si sono riversate in Ceuta vi fossero persone fragili, autenticamente desiderose di una vita migliore è una tragica verità (alcune ragazze che erano state violentate sono state accolte da famiglie residenti nell’enclave, per esempio). Tuttavia, nel contesto dato, la loro presenza è soverchiata dal quadro generale.
Che cosa ha spinto la gran massa? Decine di migliaia di persone non si raccolgono e si mettono in movimento per un’impresa rischiosa senza una certa preparazione. Sul piano politico occorre comprendere che cosa le muove.
Azioni del Marocco
Il Marocco non è un paese povero. Sono molti gli impianti industriali che vi si sono trasferiti dall’Europa, noto è il caso delle fabbriche Stellantis. L’erario sta spendendo attorno all’equivalente di 5 miliardi di sterline per preparare gli stadi per i campionati mondiali di calcio 2030, oltre ad avere in bilancio una spesa di circa 17 miliardi di sterline per le altre infrastrutture collegate e a investire da anni diversi miliardi per il riarmo, tanto che le forze armate spagnole temono di essere superate sul piano tecnologico dagli strumenti bellici a disposizione del paese nordafricano.
In tali circostanze, forse che il Marocco non può generare posti di lavoro per trattenere i suoi giovani? Tutto lascia pensare che abbia speso, invece, per indirizzarli a invadere Ceuta; certamente le sue guardie di confine non hanno mosso un dito per trattenere l’ondata umana, composta in prevalenza da giovani marocchini e, ad invasione avvenuta, alcuni riferiscono che esse respingono chi cerca di ritornare. Si dice che per la preparazione siano stati fondamentali i messaggi diffusi tra i giovani per sollecitarli a unirsi all’ondata e il Corriere della Sera riferisce dell’attiva opera di convincimento svolta per esempio dal giornalista e influencer Youssef Belhaissi, legato al regime ( https://www.corriere.it/esteri/26_agosto_07/il-conduttore-influencer-marocchino-che-ha-spinto-la-catena-social-876b62ef-34a4-41dc-8b37-d984ee8dfxlk.shtml?appunica=true&app_v2=true&refresh_ce ),
Pare che neppure dalla parte spagnola la frontiera sia stata adeguatamente controllata, per quanto il governo Sanchez fosse stato avvisato giorni prima che l’enclave (la cui popolazione residente è numericamente equivalente a coloro che vi sono penetrati) sarebbe stata soverchiata. Mentre invece impressionante è stato il dispiegamento di forze di sicurezza messo in campo per proteggere il presidente del goveno quando, prima di partire per le vacanze, si è recato a far visita a Ceuta, accolto dai residenti con improperi di ogni sorta.
Come è stato posto in evidenza da molti analisti, quanto avvenuto da fine luglio è simile a un evento accaduto nel maggio 2021. In quell’occasione circa 10 mila marocchini si riversarono nella città spagnola attraversando fortunosamente il confine. Fu la risposta al fatto che la Spagna avesse ospitato e curato Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario che rivendica l’indipendenza dal Marocco del Sahara occidentale (col quale la Spagna, quale ex potenza coloniale, mantiene rapporti privilegiati). Con l’invasione dei quei 10 mila il Marocco volle colpire la Spagna per aver indirettamente favorito il Polisario, mentre, guarda caso, il presidente Trump nel 2020, verso il finale del suo primo mandato, aveva unilateralmente riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara occidentale, sovrapponendo la sua volontà a quella delle Nazioni Unite che dal 1960 riconoscono il Sahara occidentale (già Sahara spagnolo) come indipendente. Come ringraziamento per tale supporto, il re marocchino Mohammed IV ha intitolato a Donlad Trump l’autostrada del Sahara recentemente costruita.
L’invasione del 2021 si configurò come un ricatto del Marocco al presidente spagnolo Sanchez, completato anche con l’acquisizione e l’utilizzo, a opera del servizio segreto marocchino DGED, di informazioni personali ottenute tramite il sistema di spionaggio Pegasus (v. Pegasus Project: en las entrañas del espionaje marroquí ), fornito al Marocco da Israele. Sanchez, i suoi ministri e compagni di partito paiono infatti molto ricattabili, come dimostrato dal fatto che al momento della stesura di queste note sono circa 130 i parlamentari o alti esponenti del PSOE inquisiti o imputati dalla magistratura, e due dei più stretti collaboratori del presidente sono già stati condannati e incarcerati, accusati di varie forme di corruzione.
Quindi ci si trova con un allineamento internazionale che vede il Marocco, Israele e gli Stati Uniti insieme contro la Spagna. Gli USA sono sempre stati favorevoli al Marocco e avversi alla Spagna, il cui vecchio impero hanno eroso brano a brano, concludendo l’opera nel 1898 con l’acquisizione manu militari di Cuba e delle Filippine.
Dal 2021 Sanchez ha preso a fare concessioni al Marocco, sulla base di accordi i cui contenuti non sono mai stati pubblicati. Dal Marocco la Spagna importa prodotti agricoli, manufatti e attraverso il suo territorio passa una parte cospicua del gas che importa: quello proveniente dall’Algeria, ch’è il suo principale fornitore dopo la Russia. Un recente viaggio di Sanchez in Algeria sembrerebbe preludere a stabilire importazioni dirette, escludendo il transito dal territorio marocchino. Questo ridurrebbe la capacità del paese nordafricano di esercitare pressioni sul paese iberico. Un altro elemento citato quale ragione per l’attacco marocchino alla Spagna deriverebbe per procura da Trump il quale nutre desideri di vendetta contro Sanchez che ha rifiutato l’uso delle basi aeree spagnole per la guerra all’Iran.
La guerriglia islamica
Ma c’è un’altra questione, probabilmente più grave e problematica. Tra i messaggi circolati per preparare l’invasione di Ceuta, ne sono stati individuati molti che rivendicano il recupero della lunga occupazione arabo-islamica in Spagna (questa durò dal 711 al 1492): come a dire che l’Andalusia è marocchina, più che spagnola. Ne ha parlato un articolo comparso sul quotidiano cattolico conservatore spagnolo El Debate l’8 agosto, a firma Miguel Pérez Pichel, col titolo “La propaganda de Marruecos apunta al patrimonio español: perfiles anónimos marroquíes reivindican la Alhambra”. Oltre all’Alhambra i bot in questione rivendicano la “marocchinità” di diversi monumenti costruiti da “dinastie marocchine a Siviglia, Granada, Cordova e tutta l’Andalusia, dagli Almoravidi e dagli Almohadi sotto il dominio dalla capitale imperiale marocchina di Marrakech”.
Si sa inoltre che, secondo i servizi di sicurezza spagnoli, l’ondata di popolo che ha invaso Ceuta è anche servita per introdurre in territorio spagnolo alcuni terroristi islamici. Il che, ovviamente, è tanto probabile quanto non necessario: i gruppi terroristi islamici sono bene organizzati e certamente non hanno bisogno di fenomeni di massa di tal fatta per far penetrare propri elementi in Spagna o in altri paesi europei.
Ma la rivendicazione di “marocchinità” dell’Andalusia, ovvero al-Andalus, è assai rilevante: dimostra l’esistenza di tendenze ad affermare oggi la proprietà marocchina non solo sul Sahara Occidentale, non solo sui territori di Ceuta e Melilla (che da secoli appartengono alla Spagna, da ben prima che si costituisse l’attuale regno del Marocco), ma anche su porzioni del territorio iberico nel continente europeo. In pratica, si tratta della proposta di una nuova invasione arabo-islamica in terra iberica.
In tale prospettiva acquisisce un particolare significato la, presunta o reale, capacità di ricatto da parte del Marocco sull’attuale presidente spagnolo.
Gli attentati dell’11 di marzo 2004
Il più grande e disastroso attentato terroristico mai avvento in Spagna (e il secondo per gravità avvenuto in territorio europeo dopo Lockerbie del 1988) ha avuto luogo l’11 marzo del 2004, pochi giorni prima delle elezioni politiche. José Maria Aznar stava completando il suo secondo mandato alla presidenza spagnola e aveva già annunciato che non si sarebbe più presentato, ritenendo che nessuno dovesse superare i due mandati: la sua presidenza è stata la prima del Partido Popular (di orientamento cristiano democratico) dopo la caduta del franchismo, ed è seguita ai quattro mandati del socialista Felipe González che aveva assunto la presidenza nel 1982: l’idea era che se qualcuno resta troppo tempo al governo finisce per corrompersi.
Si ricordi che nel settembre 2001 c’erano stati gli attentati alle Torri Gemelle, che già avevano dimostrato la notevolissima capacità organizzativa del terrorismo islamico di Al Quaeda, fondato e diretto da Osama Bin Laden. E che la maldestra reazione statunitense si era tradotta nella guerra contro l’Iraq nel 2003, lanciata sulla base di una grossolana menzogna fatta passare alle Nazioni Unite dal Segretario di Stato Colin Powell (mostrò una provetta per affermare che l’Iraq stesse fabbricando armi chimiche di distruzione di massa vietate dagli accordi internazionali, ma era tutto falso).
E mentre gli USA guidavano il mondo occidentale verso quelle scriteriate e costosissime operazioni belliche, il terrorismo islamico si organizzava in modo agile e tendenzialmente onnipresente, come espresso dalla pubblicazione Management of Savagery: The Most Critical Stage Through Which the Islamic Nation Will Pass del teorico di Al Quaeda, Abu Bakr Naji. Un documento programmatico che, seguendo gli orientamenti di base dell’islamismo, propugnava l’idea che si dovesse costruire un califfato globale tramite azioni ben preparate di carattere terroristico condotte da nuclei sparsi e autonomi per quanto all’occorrenza supportati da un centro operativo. Tale califfato era descritto come una rete diffusa nel mondo tramite la religione islamica; entro tale rete avrebbero dovuto agire elementi in particolare formati sugli studi di economia, così da essere in grado di organizzare al meglio i vari gruppi locali e supportarli, così come di penetrare le maglie delle strutture di potere occidentali.
L’attentato dell’11 marzo 2004 presso la stazione ferroviaria madrilena di Atocha si presenta come un esempio della strategia tratteggiata in quel testo di Al Qaeda. Diverse bombe furono esplose in quattro treni dei trasporti ferroviari locali madrileni causando la morte di 192 persone e il ferimento di circa altre duemila. Un’altra vittima fu un agente delle forze dell’ordine che rimase ucciso dall’esplosione con la quale si immolarono alcuni dei terroristi nel far saltare il loro appartamento per non essere arrestati, dopo essere stati scoperti.
Quegli attentati furono rivendicati il 15 aprile 2004 da Osama bin Laden, e indicati come risposta al fatto che la Spagna si era unita agli Stati Uniti nella guerra in Iraq e in Afghanistan. Anche la magistratura spagnola nella sentenza definitiva contro i terroristi coinvolti afferma che quegli attentati furono compiuti in risposta alla partecipazione della Spagna alla guerra in Iraq.
Molti furono i terroristi coinvolti nell’operazione: perlopiù marocchini appartenenti al Gruppo Islamico Combattente Marocchino (GICM), un’organizzazione islamista collegata a Al Qaeda.
La decisione di partecipare con gli Stati Uniti alla guerra contro l’Iraq era stata presa dal presidente José Maria Aznar il quale, nei giorni immediatamente successivi all’attentato dell’11 marzo 2004, cercò di attribuirne la colpa al gruppo terrorista spagnolo ETA, cosciente del fatto che, se l’elettorato avesse inteso che era di matrice islamica, il suo successore designato, Mariano Rajoy, non sarebbe stato eletto. Ma, per quanto gli attentati fossero avvenuti solo tre giorni prima delle elezioni, la mossa di Aznar non ebbe successo: le rivendicazioni degli attentati e le relative condanne sarebbero giunte solo a mesi di distanza, ma il pubblico intese subito che si era trattato di un attacco islamico. Per questo il candidato del PP non vinse, benché la presidenza Aznar fosse stata esemplare quanto a efficacia e rendimento.
Vinse il candidato del PSOE, che era José Luis Rodríguez Zapatero. Personaggio oscuro, era da poco stato eletto segretario generale del partito: non si sa bene perché, essendo rimasto sino a quel momento nell’ombra. C’è chi ritiene fosse una soluzione di compromesso, per evitare di mettere alla guida del partito un personaggio di peso in un momento di transizione dopo il lungo periodo di reggenza di Felipe González: comunque non si credeva che il PSOE potesse vincere le elezioni di quell’anno. Ma l’attentato terroristico sconvolse totalmente la situazione.
E Zapatero, emerso dal nulla, a sua volta sconvolse il quadro politico che si era consolidato in Spagna dopo la morte di Franco.
Nel periodo 1975-1979 si erano consolidati gli accodi tra le più diverse forze politiche spagnole permettendo così la promulgazione della nuova Costituzione democratica promossa dal re Juan Carlos e dal presidente Adolfo Suárez, sulla base dell’intesa che quanto avvenuto con la guerra civile e la dittatura franchista dovesse essere lasciato alle spalle. Ma Zapatero ruppe quegli accordi e prese ad adoperarsi per riprendere le file della guerra civile allo scopo di far trionfare, questa volta, quello che era stato il fronte popolare socialcomunista. Fu impostata così la politica di progressivo smembramento dell’unità spagnola, lasciando spazi sempre più ampi alle comunità autonome e fu promulgata una legge per la “memoria storica” intesa ad affermare una verità “ufficiale” su quanto avvenuto nel passato. Questo tipo di politica è stato poi ripreso e ampliato da Pedro Sanchez, che nel 2018 è succeduto al governo del PP di Mariano Rajoy.
Cambiamenti
Tali evoluzioni, presentate come frutto di “progressismo”, sono enucleate in modo esemplare nel fatto che il governo Sanchez ha fatto evolvere la legge per la memoria storica in legge (e poi pure in una procura e in un ministero!) per la “memoria democratica”: come dire che il suo governo sancisce quel che è democratico e quel che non lo è, rinverdendo un tipo di censura di stampo assolutistico che sembrava superato ormai da secoli.
La consistenza di personaggi quali Zapatero sta emergendo con maggiore chiarezza in questi ultimi mesi, da quando sono stati rivelati – per dirne una – i suoi rapporti privilegiati col regime venezuelano.
Quanto avvenuto con l’invasione di Ceuta di fine luglio ha posto anche l’attenzione sul tipo di rapporti maturati tra Sanchez e il regime monarchico marocchino.
Seguendo il filo degli avvenimenti, dagli attentati dell’11 marzo 2004 alle varie invasioni di Ceuta e Melilla condotte con la manovra di masse composte in parte da giovani illusi, in parte da disperati lanciati allo sbaraglio con la stessa noncuranza con la quale nella prima guerra mondiale le truppe venivano mandate al macello nei tentativi di raggiungere le trincee nemiche, si pone il problema, su quale sia l’attuale importanza operativa di rivendicazioni quali quelle formulate dai fondamentalisti islamo-terroristici verso quello che fu al-Andalus; quale sia la misura in cui personaggi come Pedro Sanchez possano essere effettivamente ricattati da potenze straniere; se vi sia o no una convergenza di interessi – ed eventuali collaborazioni – tra le reti terroristiche che operano dal territorio marocchino e il regime che vi domina, controllato dal re Muhammad VI; in che misura gli interessi del complesso militare industriale statunitense possano interagire in questa situazione, tenendo conto del fatto che il gruppo di Al Qaeda fu allevato, armato e finanziato dagli Stati Uniti in Afghanistan dai primi anni ’80 in funzione antisovietica…
Ma sulla base delle informazioni di cui oggi disponiamo possiamo solo formulare domande, non affermare certezze. L’unica certezza che possiamo ritenere di avere, in ragione di quanto qui scritto, è che fenomeni di massa come quelli che stanno interessando Ceuta non possano essere trattati solo con la pur lodevole buona volontà umanitaria, così come non è bastato l’intervento della Croce Rossa per mettere fine allo scempio di umanità compiuto con la prima guerra mondiale.

Leonardo Servadio si occupa di alcuni siti di approfondimento culturale (frontiere.online, architettursacra.org, jerusalem-lospazioltre.it, sestocapitale.it…). Collabora con Avvenire e altre pubblicazioni. In passato s’è interessato di politica internazionale e da direttore del settimanale Nuova Solidarietà (1975-1991) e corrispondente di EIR (1980-2004) ha variamente errato (in tutti i sensi del termine) in vari Paesi e appreso a sentirsi cittadino del mondo.
