India, dal 1980. Da viaggiatore, non da turista

di Adolfo Carli

Ho viaggiato parecchi anni prima di decidere di andare in India! Avevo forse idealizzato l’India ed ancor più maturato l’idea di una forma di rispetto verso questa meta che mi affascinava, mi attirava ma che anche temevo per la sua totale diversità.

Ho sempre diffidato di chi andava e continua ad andare in India con struggente nostalgia, da quelli che ci vanno perché ipnotizzati da miti e credenze, maturate tra le chiacchiere esoteriche di questo o quel circolo e da quelli che ci vanno per far naufragare la loro esistenza. In ogni caso l’India accoglie tutti: me compreso.

Prima di arrivare in India, seguendo il pragmatismo occidentale, ho cercato di ammassare dosi di conoscenze utili per il futuro viaggio. Poi sono arrivato nel Sud del subcontinente, dove tutto è più tradizionale che nel Nord: dove tutto è più autenticamente indiano.

Già conoscevo l’aria umida dei tropici ed il suo odore di muffa, ma quando arrivi in India con l’aereo ed aprono il portellone, l’aria che ti avviluppa è diversa… è l’aria dell’India.

Basta scendere qualche gradino della scaletta dell’aereo ed annusarla con intensità, quest’aria pregna di odori di animali, di fogne, di urina, di spezie, di agarbati che bruciano da qualche parte e di cose in putrefazione. E dopo pochi minuti, tutta la presunta esperienza di viaggiatore, i buoni propositi e la non maturata disposizione d’animo sono state spazzate via dai semplici gesti della gente.

Capita, viaggiando, di vedere luoghi, cose e genti giuste, ma nei momenti sbagliati della tua vita, perché dentro di te non hai ancora maturato uno stato d’animo pronto ad accoglierli e recepirli. Non ho colto subito il momento; non mi sono lasciato influenzare dall’India del Sud, volevo io agire!

Il Sì della gente qui è senza voce… e io, da buon occidentale, coltivavo le mie pretese! Non capivo il loro silente gesto di approvazione, il loro “sì” mimato, che si manifestava con un lento e sinuoso ciondolare della testa descrivendo pure un gentile diniego.

Parlando con la gente, sentivo spesso dire che l’India è una “different country”; l’affermazione mi rimbombava continuamente nel cervello e alla fine me ne convinsi. Dopo le prime otto ore di bus ho scoperto quanto le distanze cambino drammaticamente quando la si percorre con mezzi terrestri e quanto sia immensamente più grande di quel che vedi tracciato sulla carta geografica e incastrato sotto l’Himalaya.

Poi l’India ti aggredisce al primo boccone, con tutta la spropositata potenza del piccante, che il tuo palato non riesce nemmeno ad immaginare. Scopri presto che è un pianeta che veramente non conoscevi, che ti spiazza, ti disarma ma che anche ti affascina con le sue bellezze, i suoi contrasti , le sue genti e i loro credo.

Sono tornato dal mio primo viaggio in India con tante belle immagini dei templi di Madurai, di Mahabalipuram, delle risaie, dei canali navigabili del Kerala, delle danze del katakali e delle spiagge di Kovalam, però pure con tante incomprensioni, dubbi ed un grande dubbio. L’unica cosa abbastanza chiara, era quanto potessimo, noi occidentali fino al midollo, essere responsabili delle piccole o grandi diversità che esistono tra noi e queste culture.

Ci sono tornato altre tre volte e, viaggio dopo viaggio, l’India cominciava a essere meno misteriosa e difficile da gestire emozionalmente. Gli errori e le incomprensioni con la gente diminuivano, grazie alle quotidiane lezioni che rendevano l’enigma più interpretabile. Anche i sensi si affinano e si scopre che il pane Nan è più buono del già apprezzabile Chappati, che il Dal è una zuppa da poche rupie, ma che si accompagna benissimo con il riso e infine, anche il palato comincia ad accettare con fiducia il piccante e si avventura a gustare piatti dal nord al sud con minore reticenza.

Il suono del Sitar, del Tabla, del Tampura e del Flauto indiano non sono più una strana ed esotica  novità musicale e facilmente si imparano i nomi dei loro grandi maestri: Ravi Shankar e Ustad Vilayat Khan per il Sitar, Alla Raka e suo figlio Zakir Hussain per il Tabla e del grande maestro Hari Prasad Chaurasia per il Flauto.

Ogni viaggio è diverso perché ogni stato dell’India conserva gelosamente le diversità di ogni cosa, dai templi alle religioni alle genti.

Nel Rajasthan c’è un grande deserto e il suo gioiello è la città di Jaisalmer, con i suoi palazzi e i fieri uomini baffuti; mentre nel sud trovi il grande tempio Jainista di Mount Abu tutto finemente cesellato nel marmo bianco come se fosse un merletto.

Nel Kashmir e Ladakh ti avventuri tra prati, giardini e frutteti per poi salire a Leh dove nelle vallate trovi grandi Gompe e tanti monaci buddisti come una volta c’erano nel Tibet.

Ci vogliono due giorni di bus per salire a Leh, e questo è già un viaggio nel viaggio, concedendoti il tempo per assimilare il cambiamento del territorio, percepirne i diversi odori nell’aria e cogliere le diversità della gente, che è diversa in tutto e non solo nei vestiti o nel colore della pelle bruciata dal sole dell’altura.

Percorrendo i tornanti da infarto della strada sterrata, aperta dai militari, ti rendi conto che l’India è anche una grande potenza militare, con un immenso numero di effettivi perché se hai la sfortuna di incontrare una loro colonna che si sposta verso il confine con la Cina, non potrai far altro che guardare dal finestrino, per ore, vedendo passare l’esercito con l’immancabile colonnello o generale Sikh al comando.

Nell’Orissa trovi le spiagge di Puri e i suoi pescatori e gli impressionanti templi di Konark e di Bubaneswar.

Nel Sikkim, oltre ai templi Buddisti e le Puje dei monaci, hai l’opportunità di ammirare lo spettacolo delle vette himalayane che all’alba, sgombre dalle nuvole, risplendono in tutta la loro maestosità e sentirti anche vicino al Tibet.

L’India non è solo questo, perché d’estate puoi anche avere il primo contatto fisico con il monsone, questa globale massa cubica di acqua tiepida che precipita, scroscia dal cielo inondando tutto con un angoscioso e battente fragore che ti spaventa ma ti affascina per la sua potenza.

C’è anche l’India delle industrie, degli affari, del business, e se prendi il primo volo della mattina Delhi-Calcutta o Bombay ti trovi, come sul Milano-Roma o Londra o Parigi, in un aereo pieno di uomini con le 24 ore che discutono, leggono “report” o semplicemente dormono.

C’è anche la nuova India delle “Software House” ammassate prevalentemente nella zona di Bombay o la mitica Bollywood che sforna film, spesso scadenti, a ritmo frenetico.

Qualcuno, forse, vede solo l’India che appare nei depliant dei Tour Operator o quella dei documentari; a mio parere, invece, ci sono tante “Indie” e probabilmente, il rendersi conto che sono tutte presenti senza che l’una escluda l’altra, potrebbe essere una chiave di lettura per cominciare a leggere bene questo paese.

Dopo essere stato in India ho anche trovato confermata la mia impressione che alcuni turisti siano convinti che sia una specie di disonore o addirittura mortificazione, l’aver visto qualcosa che non sia bello e quindi poco degno di essere raccontato con enfasi.

Argomenti come la povertà o gravi problemi sociali, nel circolo della narrativa dei turisti, vengono inesorabilmente liquidati con stereotipi e contrapposti alle bellezze patinate di alcuni luoghi; come se il viaggio fosse stato fatto in due paesi distinti.

Per quattro volte sono andato in India con amici, poi ho voluto di andarci da solo altre due volte, per garantirmi la totale dedizione all’India. Non è da escludere che, viaggiando con amici, qualche volta le nostre reazioni alle cose che vediamo subiscano l’influenza altrui, inducendoci addirittura talvolta ad attenuare il nostro sentire, al fine di entrare in armonia con le aspettative del compagno.

Se giri l’India da solo, tutto quello che ti accade viene amplificato, specie le difficoltà o gli stati d’animo negativi, perché non esiste il rifugio dello sfogo col compagno di viaggio, per cui rimane intatto, nella sua purezza, l’impatto emozionale con il paese. Quando mi son trovato da solo in India mi sono sentito obbligato a osservare con più attenzione anche quello che altrimenti, nella distrazione della compagnia, mi sarebbe sfuggito. Sentirsi soli nell’ammasso di questa indiana umanità stipata, può essere un paradosso: ma può accadere anche questo se erigi barriere culturali, se non manifesti curiosità per i contorni e non osservi l’umanità che ti si agita attorno.

Sono convinto che chi pretende di raggiungere la purezza dello sguardo sia un illuso perché il farlo non è solo molto difficile ma, a mio parere, praticamente impossibile.

In India è opportuno andare e girarla non con lo sguardo ammaliato da ogni piccola sua diversità, ma con la disponibilità aperta verso una realtà inequivocabilmente diversa, che sicuramente indurrà a riflettere.

Da solo ho scoperto che Calcutta è una città incredibile e da solo ho voluto ritornarci per non fare più il turista che gira e vede, ma quello che perde tempo strusciando per le strade a curiosare, concedendomi il lusso del tempo anche per i piccoli particolari. Così scopri le stesse forme ma con un animo diverso.

Calcutta, la città del Writer’s Building dove centinai e centinaia di uomini letteralmente registrano su enormi libroni le cose dello stato del Bengala, la città della metropolitana, dei bravi registi di film, degli ottimi quotidiani, la città dove ci sono anche le Rolls Royce e come tutti sappiamo anche la povertà ben descritta nel libro “La città della gioia”. La città dove uno come me ha potuto, tanti anni fa, anche a parlare con Madre Teresa per quasi mezz’ora e col suo permesso visitare il lebbrosario per vedere come i malati, allontanati dalle famiglie e dai villaggi, possano recuperare la dignità trovando un rifugio, un lavoro e cure a loro adatte.

A Calcutta puoi saggiamente decidere di passare qualche ora stando sul grande ponte di Howrah e guardare un po’ dell’umanità dei due milioni di persone che ogni giorno vanno avanti e indietro.

Puoi andare al parco per cercare rifugio dal traffico caotico, vedere le famigliole che passeggiano o fanno il loro picnic, assistere a una partita dell’incredibile e poco entusiasmante Cricket o goderti un bellissimo tramonto sullo sfondo dell’imponente, e molto “British”, Victoria Memorial.

Tanti contrasti. Un solo paese.

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