Per Davy, allievo e amico, che mi ha accompagnato
“In fondo Paresce è il più classico di tutti noi: sobrio artefice di opere dense di amore, armoniche, disciplinate, pensate con toscana lucidezza…Paresce va classificato dopotutto tra i pittori che somigliano all’arte loro”.
Massimo Campigli su Paresce, “Il Poligono”, novembre 1929.
Non sempre riesco a visitare una mostra e scriverne immediatamente. Scrivere d’arte è un piacere, non un mestiere. Per me, almeno. Questo comporta che trovi ritagli di tempo per scrivere in un ambito che amo, talvolta, a distanza di tempo da quando ho visitato una mostra. D’altra parte, non è forse necessario – in un contesto di riflessione e di pensiero, e non di giornalismo puramente informativo – scrivere nell’immediatezza dell’evento. La mostra di Jesi, “Renato Paresce e les Italiens de Paris” curata da Stefano De Rosa, aperta dal maggio al novembre 2025 a Palazzo Bisaccioni, sostenuta da un ente benemerito assai per la promozione della cultura come la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, che ha agito in sinergia col Centro Studi Osvaldo Licini e il Comune di Monte Vidon Corrado, ci consente di riflettere e riscoprire un pittore, e scrittore, che non è forse troppo noto, né troppo prolifico (sia in arte, sia in scrittura) ma che però ha attraversato il primo Novecento come un vero cosmopolita, tra la Svizzera ove è nato, la Parigi ove ha vissuto, la Firenze dove si è formato, e la Sicilia (Palermo) di cui la famiglia era originaria, e dove si laureò in fisica. Le opere provengono da una importante collezione privata marchigiana. E rendono il giusto omaggio allo spirito creativo, meravigliosamente libero, di Paresce, forse il meno noto tra gli “italiani di Parigi”, i protagonisti d’una epocale mostra collettiva nel 1928 – quando i rapporti tra Italia e Francia, almeno dal punto di vista politico, parevano ancora ottimi, con una figura come Laval vicina a Mussolini ancor prima di diventare, per la prima volta, Presidente del Consiglio (verrà fucilato per intesa col nemico dopo la triste vicenda di Vichy nel 1945; era quasi coetaneo del Duce, di un mese più anziano, e fu giustiziato, ma dopo regolare processo, il 15 ottobre 1945) – qualche anno prima della sua morte, ancora relativamente giovane, e sempre a Parigi, nel 1937 (non aveva che 51 anni). I suoi sodali Giorgio De Chirico, Gino Severini, Filippo de Pisis, Mario Tozzi e altri protagonisti della storica collettiva parigina del 1928 godranno di fama ben maggiore: sono i “magnifici sette” italiani che domineranno la scena artistica dal 1928 al 1933, facendo di Parigi – molto invidiati dai locali – un proscenio privilegiato per l’arte italiana e dunque per l’Italia stessa.
A coglierne i tratti principali, l’acuta Melissa Pignatelli, antropologa culturale, e fondatrice con Vincenzo Matera de “Larivistaculturale.com”, tesoro di informazioni e interpretazioni:
«Un piccolo gruppo di sette pittori italiani conosciuto come il Groupe des Sept, formato da Massimo Campigli, Giorgio de Chirico, Filippo de Pisis, René Paresce, Alberto Savinio, Gino Severini e Mario Tozzi, militava a Parigi nel periodo tra le due guerre mondiali rendendosi protagonisti di una corrente particolare. Pur vivendo nella Parigi che era stata la culla dell’Impressionismo, gli Italiens de Paris appartenevano a una generazione che voleva “superare” l’impressione per ritrovare l’essenza e la memoria dell’arte. Gli artisti rifiutarono le sperimentazioni radicali del Futurismo o dell’Astrattismo puro, preferendo un ritorno alla figurazione rinascimentale o classica, introducendo però elementi moderni nelle composizioni. I fratelli de Chirico, ovvero Giorgio de Chirico e Alberto Savinio, in particolare portarono nel gruppo l’influenza della Metafisica, creando atmosfere oniriche, silenziose e spesso cariche di mistero.»

Parlare di Renato Paresce ci impone poi, quasi naturalmente, di ricordare la vivacissima e brillante critica d’arte che lo ha riportato in maniera decisiva, e definitiva, all’attenzione del pubblico. Rachele Ferrario, che così tante figure ha riscoperto e riletto (non solo di artisti: si pensi alla sua magistrale biografia di Palma Bucarelli, la donna che così tanto si adoperò per l’arte italiana, l’anima della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, donna senz’altro da annoverare tra le protagoniste del nostro Novecento, secolo che attraversò peraltro per intiero, essendo nata nel 1910 e morta nel 1998). Ebbene, di Ferrario occorre leggere, per comprendere René-Renato, il catalogo ragionato delle opere, pubblicato da Skira nel 2012, e la breve ma bellissima biografia pubblicata da Sellerio, “Lo scrittore che dipinse l’atomo: vita di René Paresce da Palermo a Parigi”, del 2005. Dipinse l’atomo? Sì, si era tra l’altro laureato in fisica (cosa molto singolare per un artista), proprio a Palermo, come si è detto. “Scrittore”? Anche questo è vero, poiché, come numerosi altri artisti dei tempi suoi, Paresce scrisse. E quel che scrisse, o tradusse, è indicativo anche della sua temperie spirituale: quel vitalismo profondo, né futuristico né decadente, che egli trasse da un pensatore vicino a Bergson come Eduard Le Roy, di cui Paresce tradusse “Scienza e filosofia: con un’appendice sulla nozione di verità”, che uscì presso lo storico, mirabile editore Carabba di Lanciano nel 1931. Di Le Roy (ora piuttosto dimenticato) – sia per detto per inciso – in tempi di crescita esponenziale della AI, sarebbe da leggere un libro uscito in francese in quello stesso 1931, “Les origines humaines et l’évolution de l’intelligence”, che non doveva essere ignoto a Paresce stesso. Finalmente, una notazione su Paresce scrittore: da ripubblicare, assolutamente, sarebbe il suo breve, freschissimo libro odeporico, “L’altra America”, pubblicato dall’edizioni del Quadrante nel 1935 – quando ormai Paresce si avvicinava al suo rapido crepuscolo, non dipingerà né scriverà più – frutto di un viaggio in una scomoda navicella di “piccolo cabotaggio” dalle Fiji alle Americhe, pieno di notazioni significative. Un esempio (notazione da pittore, senz’altro, e conoscitore dell’animo, e delle anime, umane):
«Secoli di storia agitata, di lotte sui campi di battaglia del pensiero e del lavoro, di orde invadenti e di orde respinte al di là di frontiere, hanno conferito alle nazioni europee un viso loro proprio, al punto che si può oggi parlar d’Italia, Francia, Inghilterra o Germania colla certezza di esser compresi. Il viso di ognuna di queste nazioni ha le sue rughe caratteristiche, sempre le stesse, sia esso sorridente o imbronciato. Parlar d’un viso americano è, per contro, impossibile. L’America sembra vivere nella rassegnata impossibilità di definirsi, e preferire a tutti i concepibili stati della materia quello fluido che le permette di opporre alla solidità delle idee europee non una idea, ma un divenire.»
Intuizioni non scontate.

Allora, non resta che parlare di una mostra singolare, non accompagnata da un catalogo, aperta gratuitamente al pubblico, che ci porta nei meandri di un poeta “fisico” – ovvero scienziato – più che metafisico, con paesaggi stravolti da comete (benefiche, malefiche?) come quella del 1931, con composizioni astratte di elementi architettonici di fantasia ma non solo, con paesaggi impressionisti (gli esordi parigini, del 1913), (“Il Barcone”), o nature morte e ritratti volti a cogliere l’essenza di un volto. Le nature morte recano sempre l’impronta bacchica, il vino francese come sogno d’ebbrezza, e non solo naturalmente artistica. Una vita d’avventura, di viaggi e miseria, di Bohème quasi pura, con un padre palermitano, socialista, una moglie pianista, russa, ebrea, Ella Klatchko (“klatschko”, in russo, “frammento” o “brandello”, ma anche piccolo foglio di carta), nome in cui sembra chiudersi un destino intiero. Paresce vive a Parigi, poi si trasferisce a Londra, dove la moglie lavora ed aiuta gli esuli russi; si interessano di lui, e gli chiedono collaborazioni, figure come Margherita Sarfatti e Antonio Maraini, padre di Fosco (e nonno di Dacia), figura centrale nell’arte e nell’organizzazione culturale durante il regime fascista (e scultore di notevole inventiva, libero interprete della rettorica eroico-monumentale dei tempi).
Paresce è un figlio del turbamento spirituale dei primi decenni del Novecento. Parla anche di se stesso quando descrive la sua Parigi, maledetta e vitale. «Spiriti inquieti, anime tormentate, disillusi o illuminati o blasès di ogni genere e natura, esteti decadenti tarati, parvenus desiderosi di sbarazzarsi alla svelta di ogni macchia di provincialismo si abbattevano su Parigi, chi per cercarvi un orientamento, una nuova fede, chi per accelerare il processo di quella decomposizione che cinquant’anni orsono, aveva cominciato ad intaccar vari ambienti europei…» (30 giugno 1928).
Paresce insomma ben meritava una nuova monografica, nel cuore della splendida Jesi, piccola perla di una regione che ne contiene infinite. Il Novecento italiano rappresenta una costellazione infinita, che si illumina di continuo di nuove stelle.
D’altra parte, non avrebbe potuto esser altrimenti.

