In Italia s’è detto relativamente poco dei discorsi tenuti da Leone XIV nel suo viaggio in Spagna (6-12 giugno 2026): desideriamo semplicemente evidenziare che diversi argomenti da lui toccati meriterebbero molta attenzione. Soprattutto quelli che facilmente passano sottotraccia in quanto estranei alle narrative dominanti. Ne riprendiamo qualcuno, al fine di rivelarvi contenuti che altrimenti sembrano ignorati, ricordando peraltro che i suoi discorsi integri sono tutti disponibili nel sito web del Vaticano: ognuno potrà riguardarseli e ripesarci per proprio conto.
La questione dell’Europa cristiana
Che il continente europeo sia frutto della cultura e della tradizione cristiana è uno tanti dei temi accennati dal papa. È argomento scottante perché, a differenza dei padri fondatori dell’Europa unita, negli ultimi decenni è invalsa l’idea che l’Europa e la sua civiltà abbiano tutt’altra origine, se non persino che siano debitori soprattutto della rivolta anti-cristiana di matrice materialista. In tale prospettiva c’è stato anche chi recentemente ha messo in dubbio che si possa parlare di una unità culturale europea.
Al riguardo ecco le parole del papa, pronunciate il 7 giugno nel palazzo dello sport di Madrid (Movistar Madrid Arena), nell’ambito dell’incontro dal titolo “Tessere reti con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport”:
“Tessere reti significa (…) servire in modo disinteressato. Uno sguardo obiettivo rivela che uomini e donne mossi dalla fede hanno costruito ospedali e scuole, hanno dato vita a iniziative di solidarietà e hanno parlato con un linguaggio che nobilita le persone. Per questo è lecito chiedersi con onestà se il mondo – e in particolare l’Europa – avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia. Non si tratta di una provocazione, ma di un invito a riflettere se l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo, possa riconciliarsi con la quotidianità.
“È davvero possibile credere che l’Europa – che tanto amiamo – sarebbe la stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità? È ancora vivo il grido dei miei predecessori: Non temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona tutto.” (fonte: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/giugno/documents/20260607-spagna-mondo-cultura.html )
Oggi la narrazione propalata da molte parti disegna una Chiesa arcigna, intenta a esercitare un potere negativo se non, secondo alcuni, complice di regimi nefasti. Ma se si considera l’origine dei diritti umani e della loro difesa, nonché dello stato sociale, si nota che tutto questo nasce dall’opera espletata dalla Chiesa dall’età tardo-antica sino ai nostri giorni. Eccetto che oggi i diritti umani vengono sommersi da una caterva di pretese di diritti ritagliati secondo le velleità arbitrarie dei singoli, così che viene a perdersi il concetto di bene comune. L’eteronomia arrogante così si sostituisce all’umano desiderio di fraternità e condivisione. E in questo si indebolisce e tende a perdersi la visione che animò i padri fondatori della comunità europea.
La Spagna cristiana e il problema della “reconquista”
È noto che dall’anno 711, nel corso di un solo decennio la parte preponderante del territorio spagnolo fu conquistato da orde arabo islamiche che lo invasero da sud. La popolazione residente fu in gran parte costretta a rifugiarsi al nord, in parte sottomessa e taglieggiata.
Altro è che oggi vi sia una concreta possibilità di dialogo e di collaborazione tra cristianesimo e islam, altro è asserire che condizioni simili a quelle attuali esistessero allora: la Spagna cristiana si forgiò in epoca medievale nella lotta per la liberazione del proprio territorio dagli occupanti arabo islamici. E, dopo la liberazione, l’opera evangelizzatrice continuò, grazie all’impresa guidata da Cristoforo Colombo nello stesso anno in cui cadde Granada (ultimo bastione islamico in terra spagnola) con l’espansione oltre oceano. Nacque così l’America cristiana, grazie all’opera evangelizzatrice compiuta dalla Spagna nei secoli XVI e XVII in particolare. È un riflesso di questi fatti che ravvisiamo nelle parole pronunciate dal papa di fronte ai vescovi nella sede della Conferenza Episcopale a Madrid l’8 giugno ( cfr https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/giugno/documents/20260608-spagna-vescovi.html ).
“Se prima abbiamo detto che dobbiamo abbandonare tutto ciò che ci frena e ci allontana, ora il compito deve essere che il nostro patrimonio sia sempre uno strumento e un’opportunità di dialogo con coloro che incontriamo sul nostro cammino. Come accade ai pellegrini del Cammino di Santiago, nel nostro viaggio possiamo incontrare quelle immense pianure castigliane, vuote ai nostri occhi. I pochi incontri di questi pellegrini con alcune persone anziane o con lavoratori stranieri, possono essere una metafora di molte situazioni sociali che purtroppo si percepiscono in alcune delle vostre realtà ecclesiali.
“Non è la prima volta che la Spagna affronta una situazione analoga: in passato, per esempio, quando la Chiesa dovette ricostruire la sua presenza nelle zone di terra devastata, emersero modelli di evangelizzazione che poi furono esportati in America e che possono aiutarci qui nella nostra missione. Come allora, siamo chiamati a costruire una nuova realtà, attraverso il dialogo rispettoso e l’uso di nuovi linguaggi, proprio come fece il famoso santo alfaquí di Granada, fra Hernando de Talavera [il confessore della regina Isabella di Castiglia – ndr], e più avanti ripeté in America san Turibio de Mongreviejo [fu capo del tribunale dell’Inquisizione a Granada quindi arcivescovo di Lima in Perù – ndr] del quale stiamo celebrando il terzo centenario di canonizzazione, presentandolo proprio come modello di vescovo “in uscita” in un tempo di missione e riorganizzazione ecclesiale. Anche i linguaggi in questa era digitale sono diversi e le culture che ora compongono il mosaico delle nostre realtà, con migranti da tutte le parti del mondo, sono cambiate, ma lo spirito deve rimanere.”
Notiamo: la vulgata imposta con la leyenda negra, vuole che tutto quanto ha a che vedere con l’Inquisizione spagnola, con la Reconquista in Spagna e poi la Conquista in America sia torbido, cattivo, denso di ignominia. I dati diffusi sull’inquisizione spagnola si sono rivelati in parte infondati soprattutto se paragonati con le opere persecutorie condotte in ambiti protestanti. La leyenda negra origina in buona parte con gli scritti di Bartolomé de las Casas che denunciò malefatte dei conquistatori. La storiografia contemporanea relativizza quanto da lui scritto, probabilmente mosso da ambizioni personali, che in parte già fu contraddetto da suoi contemporanei. Ma, suo tempo, i suoi scritti sono stati usati con grande successo propagandistico sia dal mondo protestate anticattolico sia dall’impero britannico, per dar contro a quello che nei secoli XVII e XVIII era il più importante paese cattolico in Europa nonché l’impero da sconfiggere nei mari e nelle Americhe. È importante che il mondo cattolico oggi si scrolli di dosso il senso di colpa ingenerato dai propalatori della leyenda negra e delle varie mistificazioni cui è stato sottoposto per ragioni di scontro ideologico.
Il ruolo centrale della religione
Il discorso più lungo e articolato è quello che il papa ha rivolto al Parlamento a camere riunite, l’8 giugno. Qui ancora ha ribadito che al fondamento in particolare dell’opera legislativa sta uno specifico concetto di essere umano. Questo può essere visto come suddito da controllare o come essere libero con cui dialogare: solo la visione del mondo cristiana offre questa seconda prospettiva. Nell’esplicitare tale questione il papa ha detto (cfr eo-xiv/it/speeches/2026/giugno/documents/20260608-spagna-parl ):
“Dalle pagine universali del Don Chisciotte, dove Cervantes proclamò che «la libertà […] è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini» (Don Chisciotte della Mancia, II, 58), fino alla profondità spirituale di Santa Teresa d’Avila, e dalla grande tradizione giuridica spagnola all’inquietudine metafisica di Unamuno, che ricordava che l’uomo «non si rassegna a morire del tutto» (Del sentimento tragico della vita, I), la Spagna ha saputo guardare all’essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell’ordine sociale, economico o politico: lo ha riconosciuto come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa.”
Per poi dar conto di come sia stata la Scuola di Salamanca a fornire il corpus concettuale che ha portato al sistema di leggi che fonda il diritto internazionale, a partire dalla svolta tra i secoli XV e XVI. Dando così credito ai re cattolici, Isabella e Ferdinando, cioè coloro che, terminata la reconquista, finanziarono le prime spedizioni di Colombo oltre oceano e diedero impulso all’espansione del dominio spagnolo sul nuovo continente. I re cattolici operarono con saggezza, nel rispetto delle persone native delle nuove terre, e l’impero spagnolo le riconobbe come nuovi sudditi con pari dignità dei “vecchi” spagnoli: un’opera di diffusione dei diritti umani che non è stata compiuta da alcun altro impero nella storia.
Come ha sintetizzato Leone XIV, riferendosi tra l’altro alle statue di Isabella e Ferdinando presenti nella sala del Congresso:
“Perciò, quando oggi si parla della persona umana, la memoria conduce naturalmente a Salamanca e al pensiero che lì è maturato. La presenza simbolica in questa sala dei Re Isabella e Ferdinando rimanda a quel momento in cui la Spagna si trovò di fronte a responsabilità storiche di portata universale; pochi anni dopo, Salamanca avrebbe dovuto assumere, con singolare lucidità, la riflessione morale e giuridica che quella situazione richiedeva. In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana.
“Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli. Dalla Spagna, la riflessione della Scuola di Salamanca — e in particolare di frate Francisco de Vitoria, insieme ad altri domenicani e gesuiti — ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri. Quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale sia internazionale.
“Questa è una delle grandi eredità della Spagna: aver unito l’azione storica alla lucidità della ragione morale. Tale contributo, nato sulle rive del Tormes, ha superato le aule e le biblioteche ed è entrato a far parte di una coscienza più ampia, condivisa dalla comunità internazionale, che continua a chiedersi come costruire la pace sul riconoscimento della persona e non sull’imposizione della forza. Quell’eredità vive anche in queste Cortes, ogni volta che il legislatore si chiede come far sì che il possibile sia giusto, che il legale sia veramente umano e che la volontà della maggioranza custodisca quei beni che appartengono a tutti e rispetti ciò che nessuna maggioranza può legittimamente violare.”
Molto significativo è che nel riferirsi alla Scuola di Salamanca il papa abbia richiamato il nome di Francisco de Vitoria, il fondatore del diritto internazionale.
Di qui che ci azzardiamo a ritenere che abbia voluto porre in evidenza gli aspetti migliori dell’opera compiuta per merito di quella scuola giuridica, attraverso l’espansione dell’impero spagnolo che con sé ha portato la diffusione de cristianesimo, scalzano i culti pagani di carattere antropofago e fondati sullo sterminio dei popoli assoggettati che dominavano nell’America pre colombina e che la propaganda anticattolica ha voluto esaltare, arrampicandosi sugli specchi grazie a una storiografia compiacente o forse semplicemente eccessivamente sensibile alle lusinghe delle sterline e dei dollari.
Insomma, oltre gli evidenti incontri pubblici, i lunghi applausi, l’entusiasmo diffuso, vi sono significati rilevanti enunciati dal papa tra le righe, che difficilmente possono essere colti da chi segua pedissequamente l’onda prevalente. Confidiamo che, pian piano, un poco di ragione critica si faccia luce anche ai nostri tempi, quando l’idea “critica” tende ad essere assunta acriticamente, come parte delle diverse mode che il materialismo anticattolico ha instillato nella cultura, in questi ultimi due secoli.

Leonardo Servadio si occupa di alcuni siti di approfondimento culturale (frontiere.online, architettursacra.org, jerusalem-lospazioltre.it, sestocapitale.it…). Collabora con Avvenire e altre pubblicazioni. In passato s’è interessato di politica internazionale e da direttore del settimanale Nuova Solidarietà (1975-1991) e corrispondente di EIR (1980-2004) ha variamente errato (in tutti i sensi del termine) in vari Paesi e appreso a sentirsi cittadino del mondo.
