Il figlio illustre di una diaspora, e religiosa e culturale. Louis de Beaufort (1703-1795) nacque a L’Aja – da una famiglia di protestanti francesi di Sedan, fuggita in Olanda, dalla Francia del Re Sole, al momento della Revoca dell’Editto di Nantes (1685) – studiò all’Università di Leida e visse ad Utrecht, protetto dal principe di Hesse-Hombourg. Fratello del teologo anglicano Daniel Cornelius (1700-1788), che fu il rettore di St. Mary Church a Londra, Louis de Beaufort si segnalò presto nei quadro degli studi storici illuministici per il suo approccio critico alla storia delle antiche origini di Roma. Apostolo della verità nella indagine filologico-storiografica, incline alla demitizzazione ed avversario del fideismo, lo storico ugonotto pubblicò nel 1738 a Utrecht la Dissertation sur l’incertitude des cinq premiers siècles de l’histoire romaine (ristampata poi a Parigi, in seconda edizione, nel 1750): vi analizzava, in maniera assai rigorosa, e con grande attenzione a documenti e fonti classiche, soprattutto Livio e Dionigi di Alicarnasso, dubbioso, come il primo, sul mito delle origini di Roma arcaica. Il metodo tradiva un approccio severamente scientifico e razionalista, lontano dallo stile, allora in voga, impiegato da Charles Rollin (1661-1741) e discusso dal tedesco Christopher Saxius, nella sua Miscellanea Liviensia.
Il trattato di Beaufort fa data, nella storia della storiografia romana settecentesca, primo esempio, vigoroso e sistematico, di critica della tradizione. Il savant di Utrecht e Maastricht si appoggiava anche al geografo di Leida Philip Cluwer (1580-1623) – che, già all’inizio del XVII secolo, aveva definito le presunte gesta di Enea, in terra laziale, soltanto favole e leggende, senza alcun vero fondamento – alle Animadversiones historicae di Perizonius e alla memoria accademica Sur l’incertitude de l’histoire des quatre premiers siècles de Rome (1722) dell’abate Lévesque de Pouilly. Basi a partire dalle quali Beaufort impostava un discorso organico e metodologicamente chiaro, di grande e cartesiana limpidezza.
Alla storia romana antica, l’ugonotto franco-olandese dedicò, anche, la solida ricostruzione de La République romaine, ou Plan général de l’ancien gouvernement de Rome (1766), altro lavoro critico, dal notevole acume, nelle cui pagine aleggiava più di qualcosa dello scetticismo bayliano, e con, alle spalle, un’eccellente preparazione e competenza universitaria. Un’altra opera, felice ed ispirata, stilisticamente colma di un brio già voltairiano, lo stesso rintracciabile nella Histoire de César Germanicus – stampata nel 1741 e ripubblicata a Leida, nel 1761 – che riprendeva l’opera di Sigonio. Beaufort scrisse anche sui Mémoires della parigina Académie des Inscriptions (VI, 1729), entrando stavolta in contrasto su temi e problemi di cronologia profana con l’abate Sallier e con Nicolas Fréret (esponente nella prima metà del XVIII secolo della corrente più radicale e clandestina dei Lumi francesi).
Lungo tutto il Settecento europeo, Beaufort fu un protagonista oggi dimenticato della Repubblica delle Lettere, al centro di un vivissimo e socialmente assai dinamico network accademico, cosmopolita e sovra-nazionale. Si mosse ed operò nel quadrilatero – illuminista, massonico e radicale – Amsterdam-Utrecht-L’Aja-Maastricht, con relazioni intellettuali di grande rilievo, anche in Inghilterra, ove risiedeva suo fratello. Nell’ottobre del 1746 Beaufort fu nominato anche fellow della Royal Society. Fu quindi figura centrale di quello che John Pocock ha chiamato l’Illuminismo di Utrecht, in contatto soprattutto con gli ambienti protestanti del Regno Unito.
Studioso di rango e polemista agguerrito, Beaufort sollevò tra i primi questioni storiografiche sulla credibilità della prima storia romana, poi approfondite e rielaborate dal Niebuhr, il quale, nella sua Römische Geschichte (1816), ne lodò espressamente il gran lavoro di ricostruzione. Entrambi, Beaufort e Niebuhr, ebbero inoltre riscontri e fortuna in Italia, ove la loro influenza intellettuale si fece sentire a Bologna e in particolare a Napoli, presso i circoli del tardo Illuminismo partenopeo. L’eco dello storico gallo-olandese a Napoli fu legata, specialmente, alla ricezione e all’impatto della sua opera critica, sulla storia e storiografia romana, che incontrò ampio successo, presso gli eruditi del Settecento meridionale: radicalmente, Beaufort aveva messo in discussione la solo presunta veridicità dei primi cinque secoli di storia romana, tramandata dalle fonti latine antiche, dimostrando con metodo scettico e su basi filologiche che gran parte delle narrazioni tradizionali sui primi re di Roma e sugli inizi della Repubblica erano solo vuote leggende, prive di fondamento documentario. Notevole fu l’accoglienza di tali tesi a Napoli: la cultura partenopea settecentesca – ricchissima di fermenti storiografici, giuridici e scientifici, grazie a Vico, Giannone e agli illuministi raccolti nella cerchia galileiana e newtoniana di Celestino Galiani – trovò, nel metodo demolitorio e critico di Beaufort, un banco di prova fondamentale, per rinnovare profondamente il modo di fare storia e il mestiere stesso dello storico di età moderna.
La fortuna di Beaufort ai piedi del Vesuvio non fu pertanto un successo mondano oppure politico, né il risultato di un viaggio (pratica altrimenti comune, nel secolo del Grand Tour), ma un capitolo saliente di storia intellettuale. L’eredità critica e la lezione scettica dell’ugonotto di Utrecht segnarono la maniera con la quale gli eruditi del Mezzogiorno guardavano ora alle fonti classiche, alla mitologia delle origini e alla necessità di decostruire in termini scientifici le dinamiche del racconto storico, su Roma antica e non solo. Segnatamente, Beaufort mise a punto in relazione a quest’ultima una teoria del mito, che divenne mezzo secolo dopo un potente strumento della critica storica nelle mani di Niebuhr.
Filologo, storiografo di corte, uomo politico al servizio di Danimarca e Prussia, Barthold Niebuhr (1776-1831), figlio del matematico e cartografo Carsten, nacque a Copenhagen e fece, a Meldorf, studi di geografia, storia, geometria e lingue, dal 1781 sotto la guida di Voss. Divenuto ottimo classicista, dal 1794 al 1796 Niebuhr studiò all’Università di Kiel, entrando nel circolo di Stollberg e del conte Moltke prima di venire assunto come segretario, nella Biblioteca della capitale danese. Si diede quindi a viaggi e carriera diplomatica raggiungendo la Gran Bretagna, ove studiò agronomia e scienze all’Università di Edimburgo. Nel 1806 fu in Prussia, quindi in Olanda. Dal 1810, insegnò storia romana all’Università di Berlino, membro, anche, della Regia Accademia prussiana delle Scienze. Nemico di Napoleone e filo-tedesco, nel 1816 si portò in Italia, in veste di ambasciatore dello Stato prussiano a Roma. Nel corso del viaggio fu a Verona: nella Biblioteca Capitolare scoprì il manoscritto palinsesto che conteneva le Istituzioni di Gaio (testo del II secolo ritenuto, allora, perduto). Comunicò la cosa al Savigny e le pubblicò, a Göschen, incaricato appositamente della cosa dall’Accademia delle Scienze di Prussia.
Arrivato quindi nella città eterna, Niebuhr vi soggiornò a lungo, scoprendo e pubblicando frammenti di Livio, nonché aiutando Angelo Mai, nelle sue ricerche di storia romana pre-imperiale. Fu pure compartecipe nella preparazione del progetto editoriale di un grande lavoro, la Beschreibung Roms basata sulla topografia della antica Roma (di Bunsen e Platner), da lui arricchita di numerosi capitoli. Durante il viaggio di ritorno in Germania, Niebuhr decifrò anche un palinsesto custodito presso l’Abbazia di San Gallo, con frammenti di Merobaude, del V secolo. A partire dal 1824, fu all’Università di Bonn, con visite politico-diplomatiche a Berlino in qualità di membro del Consiglio di Stato. Fu a Bonn che il filologo di origini danesi rivide e ristampò tra il 1827 ed il 1828 i primi due volumi della sua Römische Geschichte, ispiratagli dal Beaufort. Scrisse anche un terzo volume dell’opera, arrivando alla fine della Prima guerra punica, edito successivamente, postumo, da Johannes Classen. Inoltre, negli ultimi anni di vita, Niebuhr collaborò altresì all’edizione che August Bekker andava allora approntando della storia di Bisanzio e dell’Impero d’Oriente, dedicandosi a ricerche congiunte di etnografia, geografia e storia del Settecento illuministico francese. La sua intenzione – a differenza di tanti romantici, non solo tedeschi – era quella di illustrare i nessi intellettuali tra il XVIII e il XIX secolo. Uomo del vecchio ordine, conservatore e illuminista nel medesimo tempo, Niebuhr voleva, al pari di Beaufort, una nuova storiografia vicina al vero dei fatti ed empiricamente fondata sullo studio critico-filologico dei documenti e materiali manoscritti d’archivio. Via aperta e illuminata per la prima volta dai philosophes del Settecento.


