Il governo Netanyahu non combatte i terroristi, li alleva

Nei decenni, Israele è riuscita ad accreditarsi come la principale autorità internazionale nella lotta al terrorismo, ma la storia degli ultimi cinquant’anni dimostra che questa è una vera e propria bufala. Le spietate tattiche militari israeliane non estirpano il fenomeno, servono solo a creare le precondizioni per il sorgere di nuove generazioni di terroristi. L’aspetto drammatico è che questa politica inumana e inefficace è stata fatta propria dagli Stati Uniti che, con l’amministrazione Trump, si muovono a rimorchio di un manipolo di fanatici fondamentalisti che hanno ricette solo per vincere conflitti armati, ma non hanno alcun progetto su cosa fare dopo la distruzione bellica. Lo stato di Israele è stato concepito come una struttura costantemente in guerra che si ricompatta nel far fronte comune contro un nemico esterno, ma non ha alcuna strategia per una situazione di non belligeranza. La guerra preventiva contro l’Iran ha mostrato la schiacciante superiorità militare degli USA e di Israele, ma ha anche scatenato una serie di reazioni a catena che rischiano di innescare una recessione mondiale. Lo stato ebraico va costretto a rispettare la legge internazionale, non solo per il genocidio contro i palestinesi, ma anche perché sta danneggiando pesantemente sia l’economia occidentale sia quella del Sud globale.

Durante la cosiddetta “Guerra dei dodici giorni” del giugno 2025, quando Israele lanciò un attacco a sorpresa contro l’Iran, a cui si accodò subito Trump, il cancelliere tedesco Merz disse un’enorme sciocchezza dichiarando che Tel Aviv stava «facendo il lavoro sporco per tutti noi». Sicuramente, i bombardamenti contro i siti nucleari iraniani erano lavoro sporco ma, oltre a violare la legge internazionale, non hanno risolto assolutamente nulla, tanto che il 28 febbraio 2026 USA e Israele hanno iniziato una nuova guerra, sempre al fine di distruggere gli impianti che potrebbero fornire un ordigno atomico alla repubblica islamica. Questa mossa avventata e unilaterale sta devastando l’economia del Medio Oriente e avendo un impatto pesante anche su quella europea a causa del repentino aumento del costo di gas e petrolio. Il blocco dello Stretto di Hormuz rischia di innescare una recessione globale, senza considerare che le milizie Houthi dello Yemen, strette alleate dell’Iran, potrebbero creare seri problemi anche allo stretto di Bab el-Mandeb che collega il Golfo di Aden al canale di Suez, nonostante la presenza di navi europee nel contesto della Missione UE denominata Aspides, attualmente a guida italiana. Nonostante non avessero ricevuto alcun mandato, Netanyahu e Trump (questo è il giusto ordine del loro decisionismo), hanno lanciato un’operazione militare che ha un grave impatto su un’Europa che non è stata consultata e pretendono che mobiliti le sue unità navali per riaprire Hormuz. Ma non siamo nel Far West e nessuno ha delegato Netanyahu a «fare il lavoro sporco» per conto nostro.

Lo stretto di Bab el-Mandeb, che collega l’Oceano indiano con il canale di Suez, ha un’importanza vitale per l’Europa. In caso di attacco terrestre contro l’Iran, gli ayatollah potrebbero chiedere agli alleati Houthi di rendere difficile il suo attraversamento, con gravissime conseguenze economiche.

Mossad, assassini sofisticati ma pessimi analisti

Se mettiamo in fila gli eventi e ragioniamo a mente fredda, appare subito chiaro che il Primo ministro israeliano è tutto meno che un “Mr Security”, come pretende di essere considerato.  Le prime ventiquattro ore dell’attacco del 28 febbraio sono state impressionanti, con l’assassinio del leader supremo Ali Khamenei e di molti dei suoi familiari (ma non del figlio che è stato nominato a succedergli), la distruzione di innumerevoli impianti civili e militari, il sabotaggio delle linee di comunicazione, la decapitazione della classe dirigente e il Paese finito nel caos. Con una raffica di dichiarazioni che gettano una luce preoccupante sul suo stato mentale, il presidente Trump ha prima dichiarato che lo scopo dell’attacco era di distruggere (ancora?) gli impianti nucleari, poi ha svelato che il vero scopo era un cambio di regime e che le minoranze, con i curdi in prima fila, si apprestavano alla rivolta per abbattere la repubblica degli ayatollah.

Nulla di tutto questo è avvenuto e, nonostante la decapitazione della classe dirigente, Teheran ha risposto con il lancio costante di missili e droni contro Israele e gli stati del Golfo che ospitano basi americane. Le ritorsioni iraniane sono diminuite di intensità ma continuano con una certa regolarità, senza che Stati Uniti e Israele siano in grado di interromperle. Ha anche fatto molto scalpore la notizia di un missile a lunga gittata lanciato contro la base anglo-americana di Diego Garcia, nell’Oceano indiano a quasi 4mila chilometri di distanza. Il 23 marzo 2026 Esmaeil Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, ha smentito si trattasse di un missile iraniano denunciandola come un’operazione cosiddetta false flag da parte di Israele. La supposta capacità dell’Iran di colpire a 4mila chilometri di distanza era stata usata per scatenare il panico tra le capitali europee, che diventavano bersaglio di un possibile attacco di Teheran. La fonte dell’informazione, ampiamente ripresa da tutti i media, era israeliana e si è subito rivelata problematica tanto che neppure il segretario generale della NATO Mark Rutte, notoriamente succube di Trump, ha accettato di confermarla.

A distanza di qualche settimana dall’inizio della nuova guerra, la stampa internazionale, col New York Times in testa, ha rivelato che il piano operativo dell’attacco era stato messo a punto dal servizio segreto israeliano Mossad. A gennaio, il capo del Mossad David Barnea era stato ricevuto da Netanyahu a cui aveva detto di essere in grado di galvanizzare l’opposizione iraniana per far crollare il regime. Durante una visita negli Stati Uniti fatta a metà gennaio, Barnea aveva avuto incontri riservati con alti funzionari statunitensi a cui aveva presentato lo stesso scenario. Sulla base di questa ipotesi, che aveva lasciato dubbiosi alcuni esperti americani, Netanyahu aveva convinto Trump che il crollo del regime degli ayatollah era possibile. Il piano prevedeva l’immediata uccisione della leadership iraniana, seguita da «una serie di operazioni di intelligence miranti a causare un cambio di regime». Come sappiamo, solo la parte iniziale del piano ha funzionato, ma poi non c’è stato nessun sollevamento da parte della popolazione e le minoranze curde e beluci si sono ben guardate dal prender parte a quella che appariva chiaramente come un’operazione suicida. Un fallimento clamoroso, molto simile a quello dell’intelligence russa che aveva ipotizzato un ridotto contingente di invasione dell’Ucraina perché la popolazione locale avrebbe «accolto a braccia aperte» i carri armati russi. Sappiamo come è andata a finire.

Ma non è nemmeno la prima volta che il Mossad (significa “istituto” ed è l’abbreviazione per Istituto per l’intelligence e servizi speciali) compie errori molto gravi. Nel 1979 il servizio segreto israeliano fu colto completamente di sorpresa dalla caduta dello Scià e dalla presa del potere da parte dell’ayatollah Khomeini. Nel 1987, il caso si ripeté con lo scoppio della prima intifada palestinese in Cisgiordania e a Gaza. Questa grave carenza analitica dipende principalmente dal fatto che il Mossad nasce nel 1951 come un’agenzia per operazioni speciali e, solo come aspetto secondario, per la raccolta di informazioni. L’inadeguatezza analitica, un vulnus che non è mai stato affrontato seriamente, rappresenta la principale debolezza strategica non solo del Mossad ma dell’attuale classe dirigente israeliana, soprattutto ora che ci sono i fondamentalisti religiosi al governo. Le grandi capacità tecniche consentono all’intelligence di infiltrarsi ovunque, reclutare fonti per le informazioni riservate, approntare sofisticate metodologie di assassinio, usare al meglio le tecnologie per il riconoscimento facciale e l’intelligenza artificiale per mortali operazioni militari decise in frazioni di secondo senza l’intervento umano. Ma dopo gli assassini mirati in serie non ci sono ipotesi o progetti per le strategie a lungo termine. Lo Stato ebraico non ha mai conseguito tanti successi militari come ora ma non è mai stato così isolato a livello internazionale. A parte Trump, Israele non ha altri alleati e i giovani ebrei americani sono ostili verso Netanyahu e il suo governo, il che solleva più di un dubbio sulla sostenibilità sul lungo periodo dell’espansionismo militare di Tel Aviv.

Un discorso a parte merita il fallimento più tragico dell’intelligence, il 7 ottobre 2023, costato la vita a 1139 cittadini israeliani caduti sotto i colpi degli estremisti di Hamas. Con molta abilità, Netanyahu è riuscito a imporre la sua narrazione che puntava a descrivere spaventose atrocità, decapitazioni, mutilazioni, stupri. Tutti i media hanno parlato del «più grave progrom dalla Seconda guerra mondiale», ma non è così. Come ha spiegato il prof. Lorenzo Kamel, docente all’Università di Torino e alla LUISS di Roma, il più grave massacro di ebrei dal 1945 si è avuto nel 1976, dopo il golpe militare in Argentina che, esattamente cinquant’anni fa, portò al potere la giunta sanguinaria di Jorge Rafael Videla. Qui non si tratta, però, di fare la contabilità dell’orrore. La domanda più drammatica da porsi è come mai, nonostante l’altissimo prezzo di sangue, non sia ancora stata fatta un’indagine approfondita e indipendente che appurasse le responsabilità di tante atrocità. Perché Benjamin Netanyahu, che il 7 ottobre era l’uomo più potente e influente di Israele, non solo è rimasto al suo posto ma ha guidato la politica più avventurista e criminale nella storia dello Stato ebraico? La spiegazione ufficiale del dramma è nel fatto che l’informatissimo Mossad era a conoscenza dei piani di Hamas, ma li aveva ritenuti troppo complessi e articolati per essere messi in atto da un’organizzazione terroristica rozza e fanatica. Gli analisti più attenti, però, raccontano un’altra storia. Eric Salerno, corrispondente da Gerusalemme per il Messaggero per oltre trent’anni, ritiene (insieme a molti altri) che l’intelligence sapesse ma ha lasciato fare perché era l’unico modo per giustificare un’offensiva militare che puntasse a creare il Grande Israele (Gaza, Cisgiordania, Siria meridionale e Libano del sud) e distruggere una volta per tutte il regime iraniano, finanziatore di Hamas.

Come si combatte il terrorismo?

Il 16 marzo 1978 il gruppo terroristico italiano denominato Brigate Rosse rapì e, successivamente, assassinò, l’allora presidente del consiglio Aldo Moro e uccise i cinque componenti della scorta. L’Italia precipitò nel caos e il governo decise di affidare al generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa la messa a punto di un piano operativo per combattere i terroristi che avevano colpito al cuore lo Stato. Dalla Chiesa creò un nucleo speciale che usando avanzati metodi investigativi, l’infiltrazione e, soprattutto, i pentiti riuscì a smantellare in pochi anni il gruppo terroristico. Oggi le Brigate Rosse, criminali fanatici e spietati, sono presenti soltanto sui libri di storia. Israele dice di combattere il terrorismo da ottant’anni, ha assassinato in serie tutti i capi di Hamas e il leader degli Hezbollah libanesi, ha ucciso il capo supremo dell’Iran che presenta come minaccia esistenziale, ha il più potente esercito del Medio Oriente, circa 100 ordigni nucleari e missili balistici in grado di colpire tutti i Paesi vicini, la tecnologia militare e civile più avanzata al mondo, il progetto più sviluppato di applicazione dell’intelligenza artificiale ai programmi bellici. Eppure, a quanto dicono gli israeliani, il terrorismo rappresenta ancora il principale pericolo per lo Stato ebraico. Che cosa non ha funzionato?

Se elenchiamo alcuni eventi storici, vediamo che si verifica una strana concatenazione tra certi sviluppi e gli effetti che ne conseguono. La Repubblica islamica dell’Iran non sorge dal nulla nel 1979 ma è la risposta popolare al regno di Mohamed Reza Pahlavi, basato su una modernizzazione imposta dall’alto ma anche sulla tortura e sulla soppressione di ogni forma di dissenso. Nel 1951 il Primo ministro Mohammed Mossadeq aveva cercato di limitare l’influenza politica dello Scià, di avviare una riforma agraria e, cosa più pericolosa per le potenze occidentali, aveva promosso la nazionalizzazione delle risorse petrolifere. Di fronte a questa prospettiva, i servizi segreti britannici e statunitensi organizzarono un colpo di stato e rovesciarono il suo governo nel 1953. Da quel momento in poi Reza Pahlavi governò in modo autocratico e con il pugno di ferro, fino a quando, nel 1979 cadde grazie a una rivoluzione che, dopo alcuni ondeggiamenti iniziali, portò al potere una teocrazia fanatica ancora al governo.

Hamas nasce dopo la guerra del 1967, come reazione alle campagne militari di Israele. Si radicalizza progressivamente fino a entrare nell’orbita dell’Iran, che lo strumentalizza per creare quello che verrà definito «Asse della resistenza». Netanyahu ha favorito oggettivamente la crescita di Hamas, (visto come uno strumento ritenuto manipolabile grazie al suo fanatismo religioso) e per contrastare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, politica e non religiosa e con solidi legami internazionali. È rimasto famoso un discorso di Netanyahu al consiglio direttivo del partito conservatore Likud, dove spiegava agli attoniti presenti che l’ascesa di Hamas avrebbe rappresentato un’assicurazione sulla vita contro qualunque possibilità di far nascere uno Stato palestinese autonomo. Allo stesso modo, il movimento degli Hezbollah, sciiti sostenuti dall’Iran, prende forma come reazione all’invasione israeliana del Libano nel 1982 e, all’inizio, riesce a conquistare anche le simpatie di cristiani e sunniti, visto che è l’unico a opporsi sul campo ai militari israeliani.

Come è ben noto, dopo l’attentato alle Torri gemelle e paventando l’uso da parte di Baghdad di inesistenti «armi di distruzione di massa», gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003, smantellarono l’esercito iracheno creando un forte dissenso tra i militari di professione che si ritrovarono senza lavoro dalla sera alla mattina. I campi in cui erano rinchiusi gli estremisti islamici si rivelarono un efficace brodo di coltura per la nascita di organizzazioni terroristiche che si ripromettevano di espellere gli americani dal Paese. Il movimento dei fanatici islamici si saldò con le aspirazioni frustrate dei militari e questo rafforzò Al Qaida, una formazione terroristica che ha agito su scala globale, facendo migliaia di vittime. Un fenomeno simile è avvenuto nel 2011 in Siria e in altri Paesi, come risposta abortita alle richieste di democrazia delle giovani generazioni. Di fronte a un movimento proveniente dal basso che intendeva svecchiare e modernizzare il mondo arabo, l’Arabia Saudita, super conservatore e principale acquirente mondiale di armamenti statunitensi, ha temuto di essere destabilizzata e ha chiesto all’alleato americano di fermare in qualche modo quelle che, in modo molto superficiale, erano state definite «Primavere arabe». Il risultato fu la nascita dell’Isis, il folle tentativo di creare un califfato islamico che si estendesse anche in Europa e che fece centinaia di morti in molti Stati europei.

Come si vede, in molte occasioni si è verificata quella che il filosofo tedesco Wilhelm Wundt definì «eterogenesi dei fini». Anche nell’attuale guerra contro l’Iran, l’uccisione di Alì Khamenei ha portato al potere suo figlio, un falco molto più fanatico del padre e alleato delle ali più radicali del regime. Netanyahu ha dichiarato molte volte che, fin quando ci sarà lui, non nascerà mai uno Stato palestinese e, d’altronde, visto che il 50 per cento del territorio di Gaza e porzioni crescenti della Cisgiordania sono occupate dai coloni è anche molto difficile immaginare fisicamente dove potrebbe nascere. Il futuro dello Stato ebraico è una cosa che riguarda principalmente i cittadini di Israele ma, oggi, riguarda un po’ anche noi perché grazie all’avventurismo criminale della coppia Netanyahu-Trump il gasolio alla pompa costa 2,10 euro (solo qualche mese fa era a 1,60).

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