Referendum. Cittadini, sudditi o bambini?

Ora che il referendum sulla riforma costituzionale in merito al funzionamento dell’apparato giudiziario è giunto al termine, subentra un rovello nell’estensore di queste note. Per quel che ha seguito, cioè non moltissimo, il dibattito previo dilagato su pagine stampate, televisioni e social di ogni genere e risma, ha avuto modo di ascoltare i pareri variamente discordanti di politici che si affannavano a mostrare pregi o difetti della riforma, di opinionisti di ogni sorta e di personaggi a vario titolo interessati alla questione per motivi affettivi, ideologici o professionali, non ricorda alcuno che abbia detto la cosa più evidente, necessaria e utile: che chi ha diritto al voto si prendesse la briga di reperire online il testo della legge approvata in Parlamento, se lo leggesse (in una quindicina di minuti tra opera di reperimento, lettura e meditazione sul contenuto uno se la poteva cavare) e così si formasse un’opinione propria, a prescindere dal bailamme di suggerimenti, allarmi catastrofisti, analisi che, a volte dotte ma quasi sempre interessate e di parte, sono circolate per ogni dove.

Votazione referendaria, secondo Gemini

Ancora, dal proprio modesto punto di osservazione, non ha trovato questa modesta proposta: che ognuno si prendesse la briga di formarsi un parere proprio a prescindere da quello del vicino di casa, di banco, di cattedra, di scrivania o quel che sia.

Eppure non sarebbe stata questa l’unica indicazione appropriata da rivolgersi a un pubblico di votanti adulti?

E invece no, giù tutti a imbastire formulazioni variamente allarmanti nel caso avesse vinto l’opzione opposta alla propria, o viceversa arrabattarsi per cercare di tranquillizzare, che non ci sarebbe stato alcun colpo di stato ma soltanto una legittima evoluzione, variamente interpretando e illustrando il testo della legge – come se ci si trovasse di fronte a una platea di analfabeti incapaci di farsi un’idea propria senza l’ausilio interessato dell’imbonitore di turno.

Insomma: i votanti italiani sono stati trattati come una massa di inabili alla lettura, incapaci di prendersi responsabilità che sono proprie degli elettori, cioè di conoscere bene per che cosa, o contro che cosa, votano.

Uno si chiede: la democrazia è diventata (o è sempre stata?) palestra di demagogia?

Ora, che da parte di politici e opinionisti vari vi sia una quasi inevitabile tendenza alla demagogia risulta poco ma sicuro. Ma l’altra parte della medaglia à questa: quanti tra i votanti, a prescindere da quel che sentissero dal vicino di casa, di banco, di cattedra o di bar, per proprio conto si sono tolti il gusto di leggere il testo: da soli, isolati dai rumori di fondo delle opinioni altrui, per farsi una libera opinione propria?

Ci piacerebbe saperlo. Perché il vero test dell’esistenza in vita e dello stato di salute della democrazia dipende da questo: che i cittadini si ritengano tali e si comportino come tali, e non come bambini che pendono dalle labbra dell’adulto di cui si fidano, o come sudditi che seguono ciecamente le indicazioni del sovrano.

Perché, e le cadute di tono, gli sgorbi, il bassissimo livello delle sparate demagogiche che si sono sentite da varie angolature nel corso della campagna elettorale lo dimostrano, quelli che dovrebbero essere i “leader” si sono spesso dimostrati soltanto dei grandissimi arruffapopolo. E l’unico modo perché il popolo non sia più arruffato, è che cessi di comportarsi come massa amorfa teleguidata e si prenda appieno le proprie responsabilità. Certo, il fatto che molti abbiano votato è un buon segno. Ma per sapere quanto è veramente buono, bisognerebbe anche sapere qual sia stato il livello di informazione che ciascuno si è preso la cura di formarsi alle fonti primarie, non per sentito dire.

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