Il continente del futuro. L’Africa, da guardare con occhi nuovi: Albanese, Lettieri, Raimondi

Non è chiaro se sia finito o no il colonialismo in Africa. È chiaro che deve tramontare definitivamente e lasciare il posto a qualcosa di totalmente diverso. Certamente ha cambiato pelle più volte: prima dominio diretto fondato sull’occupazione militare di vari paesi soprattutto a opera di Francia e Gran Bretagna, diviene poi indiretto attraverso l’influsso esercitato su alcuni governi e soprattutto attraverso il controllo dei sistemi bancari mentre la parola passa sempre più dai governi degli stati coloniali alle multinazionali. Ancora agli occhi del mondo è una specie di buco nero, e poco o nulla se ne parla sui mass media. Ma è il continente del futuro: una popolazione giovane e in crescita, il cui vigore è testimoniato dal fatto che laddove si aprono spiragli nasce rapidamente una nuova imprenditoria e soprattutto dalla tendenza degli stati africani a trovare accordi di cooperazione sul piano economico e culturale così da rendersi effettivamente sovrani e non più assoggettati alle manovre finanziarie cucinate oltre mare. È il continente del futuro, anche perché è ricchissimo di materie prime di ogni sorta, incluse quelle cruciali per la nuova economia dell’elettronica e della cosiddetta intelligenza artificiale.

In queste pagine abbiamo in più occasioni riportato i servizi di Mario Lettieri e Paolo Raimondi, due tra i pochissimi analisti che si occupano di questo continente e fanno il tifo perché giunga presto a stabilire strutture e infrastrutture capaci di risolvere i molteplici problemi che permangono come strascichi del vecchio colonialismo.

Com’è noto, la Cina ha puntato decisamente su questo continente, tramite migliaia di interventi economici e grandi opere infrastrutturali (dighe, aeroporti, ferrovie) tra le quali le prime ferrovie che uniscono tra loro diversi paesi (la prima, quella tra Zambia e Tanzania) realizzate dall’inizio del XXI secolo, mentre in precedenza gli interventi europei avevano costruito solo linee finalizzate all’esportazione di materie prime, che univano l’interno del continente ai porti sulle coste. La diffusa presenza del gigante asiatico ha generato nuova attenzione da parte del mondo occidentale, tanto che l’Unione Europea ha lanciato l’iniziativa Global Gateway: nel 2021, con più di una ventina di anni di ritardo rispetto ai sistematici interventi cinesi, più recentemente inquadrati in quell’ampia prospettiva di sviluppi infrastrutturali chiamata Belt and Road Initiative. Insomma, è possibile che nasca una competizione questa volta non per depredare l’Africa delle sue ricchezze, ma per stabilire partenariati mutuamente furuttuosi con questo continente dalla infinite potenzialità che per secoli è stato visto come una fabbrica di schiavi da esportare.

Non mancano, peraltro, alcuni esempi di produttive collaborazioni fondate sul reciproco interesse: brilla l’esempio di quanto realizzato negli anni ’50 da Enrico Mattei con Marocco, Algeria, Libia ed Egitto. È da vedere ora se il Piano lanciato dal governo Meloni riuscirà a rinverdire i grandi successi che ottenne Mattei, sinché fu in vita.

Il libro L’Africa è stanca di essere sfruttata. Il secolo africano, di Mario Lettieri e di Paolo Raimondi (EditricErmes, pagine 132, euro 15,00), inquadra le diverse problematiche che definiscono le condizioni nelle quali versa attualmente il continente, e lo fa da un punto di vista propositivo: come nuovi modelli di collaborazione internazionale, quali quello offerto dalla prospettiva dei BRICS, possano contribuire alla crescita economica e culturale di quel continente. È un libro che potrebbe essere fonte di ispirazione per le aspirazioni dell’attuale governo italiano.

Lo presentiamo riproducendo di seguito l’introduzione del volume, firmata da p. Giulio Albanese, missionario coboniano, giornalista, grande esperto di questioni africane.

Africa: quando l’economia di un continente non fa notizia

di Giulio Albanese

I ripetuti interventi dell’indimenticabile Papa Francesco a favore della fratellanza universale e della pace planetaria, dando voce alle moltitudini dei senza voce, hanno disegnato una vera e propria periferia esistenziale sulla quale dovremmo tutti riflettere: quella dell’informazione. Il tema è di scottante attualità, soprattutto in riferimento al continente africano e alla sua drammatica situazione economica. Ma andiamo per ordine. Pur vivendo immersi in una cultura globalizzata, paradossalmente, l’opinione pubblica è spesso all’oscuro di fatti e accadimenti che avvengono in paesi come la Somalia, il Sud Sudan, o la Repubblica Democratica del Congo. Purtroppo, la mercificazione cui è sottoposto l’intero comparto massmediale, la chiusura di molti uffici di corrispondenza imposta dalle politiche di austerity, nonché l’emissione affannosa di notizie resa necessaria dalle regole della comunicazione in tempo reale, rappresentano un forte limite nel raccontare i fatti e gli accadimenti su scala planetaria, in particolare quelli che si verificano nelle tante periferie africane.

«La nostra professione — diceva il compianto giornalista africanista, di nazionalità polacca Ryszard Kapuściński — è una lotta costante tra il nostro sogno, la nostra volontà di essere del tutto indipendenti e le situazioni reali in cui ci troviamo, che ci costringono invece ad essere dipendenti da interessi, punti di vista, aspettative dei nostri editori … In generale si tratta di una professione che richiede una continua lotta e un costante stato di allerta …». Chi scrive, ebbe modo di incontrare, conoscere e apprezzare Kapuściński in più circostanze, sia in Europa che in Africa. Ciò non toglie che i suoi nobili ideali, non trovino di questi tempi un felice riscontro nella prassi editoriale.

Per quanto l’areopago della stampa sia ancora oggi composto da bravissimi cronisti del suo calibro che avvertono il bisogno istintivo di raccontare quello che vedono, il sistema mediatico planetario — facendo la media tra società moderne e altre in via di sviluppo — comunica appena il 20 per cento delle notizie che tutti saremmo tenuti a conoscere. Lo costatava con grande amarezza, citando fonti accademiche statunitensi, il grande Sergio Zavoli. Il che in sostanza significa che l’opinione pubblica sa poco o niente di quello che succede nel nostro pianeta, col risultato che l’ignoranza, intesa come non conoscenza di quanto avviene sul palcoscenico della storia, rappresenta un fattore altamente destabilizzante.

Emblematico è il caso dell’Africa. Infatti, il racconto pubblico di questo continente si basa spesso su una narrazione saltuaria, parziale e incentrata sovente sugli stereotipi. Il focus, nella maggioranza dei casi, soprattutto in Europa, è sull’immigrazione via mare dalla sponda africana e sul controllo delle frontiere: tutte questioni che dominano prepotentemente le prime pagine dei quotidiani e le aperture dei notiziari insieme alle riflessioni sugli episodi di intolleranza e razzismo. Il problema di fondo è che non ci si può certo limitare alla cronaca degli sbarchi sulle coste del vecchio continente. Occorrerebbe, infatti, spiegare ai lettori e ai video/radio spettatori le vere ragioni della mobilità umana, con particolare riferimento agli avvenimenti che si susseguono nei paesi di provenienza dei migranti, spesso teatri di indicibili tragedie. Cosa che avviene grazie a qualche approfondimento, ma assai raramente.

Non è dunque sufficiente raccontare gli effetti della miseria, ma anche e soprattutto le ragioni che la determinano. Se da una

parte, dunque, come soleva ripetere Zavoli «l’informazione è la prima forma di solidarietà», dall’altra occorre contrastare l’atteggiamento paternalistico, all’insegna della cosiddetta carità pelosa, di chi guarda ai poveri con fare altezzoso dall’alto verso il basso, per cui rimangono sempre marcate le distanze tra l’offerente e il richiedente aiuto.

A questo proposito, è bene ricordare il ruolo svolto in questi anni dalla stampa cattolica, in particolare missionaria, dando voce a chi voce non ha, raccontando, ad esempio, le guerre dimenticate, tragedie che solitamente la stampa generalista tende a ignorare, ma anche offrendo notizie e riflessioni sull’attualità di paesi africani con straordinarie potenzialità culturali e religiose. Vale, comunque, ricordare che in Italia — come anche in Francia, in Spagna, nel Regno Unito e in altri paesi — vi è un giornalismo cattolico militante che, pur avendo una matrice legittimamente confessionale, rappresenta una finestra aperta sul mondo.

D’altronde, non esiste un modo di raccontare asettico e neutrale, disincarnato rispetto alla cronaca dei fatti. A spiegarlo in maniera convincente in una sua missiva pastorale, fu un pastore d’anime eccellente, il cardinale Carlo Maria Martini, compianto arcivescovo di Milano, (Il lembo del mantello, Lettera ai fedeli per l’anno pastorale 1991/1992) il quale sosteneva che «è praticamente impossibile porsi esattamente tra fonte dell’informazione e il destinatario» perché il «mediatore è colui che porta le ragioni dell’uno e dell’altro, e viceversa. È colui che si fa carico dell’uno e dell’altro, che sa cogliere il senso del loro dire. Soprattutto, mediatore è colui che traduce; ciò vuol dire che non può essere un passacarte, né un megafono, né uno che letteralmente trasporta ogni parola da un codice all’altro. Mediatore è colui che si assume i rischi di ogni traduzione; tradurre, concretamente, significa anche andare all’essenziale,

cercare il senso di una vicenda in sé e nel contesto, e riferire con parole vive».

Dunque, il mito dell’oggettività non può prescindere dalla fatica di chi, umanamente, si erge da tramite tra l’evento in quanto tale e il destinatario finale che è il fruitore di notizie. Per l’editoria missionaria, si tratta di un impegno indispensabile e dichiarato, dalla parte dei poveri, nel laborioso processo di comprensione e dialogo tra le culture.

Chi scrive, come missionario e giornalista, si è permesso di esprimere queste considerazioni nella consapevolezza che uno dei “buchi” dell’informazione riguarda lo stato di salute dell’economia africana. Stiamo parlando di un tema scottante che peccaminosamente viene spesso lasciato nel dimenticatoio dalla stampa internazionale. Ad esempio, Angola e Mozambico sono tra i cinque paesi africani più esposti agli shock economici derivanti dalle variazioni del commercio mondiale, dato l’elevato livello di debito pubblico. È quanto si evince dal Rapporto 2024 sullo sviluppo economico in Africa, redatto dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad). Nel documento — presentato nel febbraio 2025 ad Abidjan (Costa d’Avorio) dal segretario generale dell’Unctad, Rebeca Grynspan, e dal ministro del Commercio, dell’Industria e della Promozione della Costa d’Avorio, Souleymane Diarrassouba — si sottolinea che «un’inflazione più elevata, come quella registrata a livello mondiale nel 2022, aumenta inevitabilmente lo spettro di tassi di interesse più elevati, che possono creare uno shock nei paesi con un elevato onere del debito, aumentando il costo del servizio del debito».

Lungi dal voler essere disfattisti, negli ultimi dieci anni il debito pubblico dell’Africa è quasi raddoppiato, con una quota crescente che è diventata a breve termine e non agevolata. Ciò significa che gli obblighi di rimborso stanno scadendo più

rapidamente, aumentando le esigenze di rifinanziamento. Tuttavia, l’accesso alla liquidità rimane costoso e limitato. A differenza di altre regioni, il continente africano non dispone di un meccanismo di stabilità finanziaria dedicato al rifinanziamento del debito su larga scala, lasciando molte nazioni dipendenti dai mercati finanziari internazionali, spesso a costi insostenibili. Questa dipendenza, unita a un sistema finanziario globale non in grado di garantire un alleggerimento del debito tempestivo e sufficiente, ha reso la sostenibilità del debito sovrano una preoccupazione crescente in tutto il continente.

Ma andiamo per ordine. Il debito estero dei paesi in via di sviluppo, e dunque quello africano, è uno dei temi più roventi nel dibattito Nord-Sud. Stiamo parlando di una forma riveduta e “scorretta” (è un eufemismo s’intende) di moderna schiavitù che, alla prova dei fatti, è stata già corrisposta, e viene tuttora pagata, in termini di vite umane, nelle periferie del mondo. Per vite umane ci si riferisce a quella umanità dolente relegata nei bassifondi della storia, vale a dire: persone che, se fossero state nelle condizioni di poterlo fare, si sarebbero curate, nutrite, istruite con il denaro destinato ogni anno al pagamento degli interessi. Sia chiaro, nessuno mette minimamente in discussione il principio secondo cui i debiti vanno onorati. Come abbiamo già scritto, il problema di fondo è che la de-regulation, imposta dalla dottrina liberista, ha determinato una perniciosa mutazione delle condizioni sottoscritte inizialmente da debitori e creditori. In questi anni, i paesi come quelli della macroregione sub sahariana hanno sborsato per i soli interessi dovuti ai creditori somme superiori a quelle destinate al welfare, se si considera che le cifre in gioco sono smisurate per i debitori (in condizioni sociali penose) e trascurabili per i creditori.

È evidente che siamo di fronte a un’anomalia sistemica che è urgente risolvere. In passato, è bene rammentarlo, in coincidenza con il Giubileo del 2000, grazie al progetto Highly Indebted Poor Countries, a opera del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, e successivamente in forza della Multilateral Debt Relief Initiative, a seguito del 31° summit del G8, tenutosi a Gleneagles, in Scozia, molti governi africani ripresero fiato grazie a una riduzione e in alcuni casi cancellazione del debito, accedendo a prestiti insperati. Purtroppo si verificò ben presto la tendenza, da parte dei governi africani, di sostituire il debito multilaterale a basso costo e lungo termine con un debito verso creditori privati (assicurazioni, banche, fondi di investimento, fondi di private equity) molto più oneroso e a breve termine. Ecco che allora il debito di cui sopra è stato letteralmente finanziarizzato con il risultato che il pagamento degli interessi è stato inscindibilmente legato alle attività speculative sui mercati internazionali.

Alla luce di quanto detto, sono diverse le ragioni per argomentare la necessità di trovare una soluzione alla questione debitoria. Tra esse, oltre al precetto evangelico della carità che dovrebbe tradursi in solidarietà fattiva, ve ne sono almeno due. La prima, espressa ripetutamente dai governi africani in sede internazionale, ha una valenza storica. Durante l’epopea coloniale, il Sud del mondo, e in particolare l’Africa, è stato defraudato delle proprie ricchezze naturali. Sebbene nessuno abbia tenuto una contabilità di quanto è stato sottratto, le potenze coloniali hanno disposto a proprio piacere delle ricchezze minerarie, agricole e persino umane dei popoli da loro sottomessi. Come ha osservato l’economista Riccardo Moro,

«quando il pagamento degli interessi sul debito in un paese africano oggi supera in media di quattro volte la spesa sanitaria annuale (a fronte di tassi di mortalità infantile entro il quinto

anno di vita anche superiori al 20 per cento), qualunque cittadino africano ha diritto di dire che gli interessi non vanno più pagati e che, anzi, il debito va azzerato, per ridurre di un’inezia il credito di cui egli è titolare verso di noi, a causa delle spoliazioni dei secoli scorsi. Questa posizione ovviamente esula da ogni inquadramento tecnico del problema, ponendolo su un piano prettamente politico, ma è, ovviamente, autenticamente fondata».

Detto questo, vi è un’altra ragione che fa leva sulla giustizia e che è riconducibile alle dinamiche macroeconomiche che abbiamo esaminato. Se si ricalcolano le somme dovute e le somme restituite sotto forma di interessi, commodity, lavoro sottopagato e le frequenti svalutazioni delle divise locali, si ottiene che per quasi tutti i paesi africani e non il debito è stato già restituito completamente, e in qualche caso anche più volte, dunque nulla più è dovuto. Peraltro, il debito di queste nazioni è davvero, dal punto di vista quantitativo, di gran lunga inferiore a quello dei paesi industrializzati. Emblematico è il caso del Kenya che nel 2023 ha raggiunto il 70 per cento del pil (67 miliardi di dollari). Motivo per cui il governo di Nairobi ha proposto una serie di interventi di aggiustamento che sono stati la causa ultima delle proteste popolari del 2024. Proviamo a confrontare questa cifra con il debito italiano che nel novembre 2023 ha sfondato il muro dei 3 trilioni di euro. Se da una parte è vero che la cifra assoluta del pil kenyano nel 2023 era di soli

107 miliardi rispetto a quello italiano di 2250 miliardi, è evidente che oggi a pagare il prezzo più alto sono i poveri. Considerando poi che l’uomo più ricco del mondo, con una passione smodata per lo spazio, dispone di una fortuna superiore ai 400 miliardi di dollari, è evidente che in termini di giustizia distributiva siamo ancora in alto mare.

A questo proposito il compianto Papa Francesco è stato molto chiaro: «Il debito estero è diventato uno strumento di controllo, attraverso il quale alcuni governi e istituzioni finanziarie private dei Paesi più ricchi non si fanno scrupolo di sfruttare in modo indiscriminato le risorse umane e naturali dei Paesi più poveri, pur di soddisfare le esigenze dei propri mercati. A ciò si aggiunga che diverse popolazioni, già gravate dal debito internazionale, si trovano costrette a portare anche il peso del debito ecologico dei Paesi più sviluppati. Il debito ecologico e il debito estero sono due facce di una stessa medaglia, di questa logica di sfruttamento, che culmina nella crisi del debito. Prendendo spunto da quest’anno giubilare, invito la comunità internazionale a intraprendere azioni di condono del debito estero, riconoscendo l’esistenza di un debito ecologico tra il Nord e il Sud del mondo. È un appello alla solidarietà, ma soprattutto alla giustizia».

La posta in gioco è alta perché, stando alla Carta di Sant’Agata dei Goti su Usura e debito internazionale, redatta da eminenti giuristi di fama internazionale nel 1997, le annose questioni del debito internazionale e dei contratti di carattere finanziario concernenti i paesi in via di sviluppo rendono necessaria una nuova ricognizione dei principi giuridici enunciati nella Carta. Principi come “l’autodeterminazione dei popoli”, “l’inviolabilità dei diritti umani” o “l’eccessiva onerosità sopravvenuta” e che sono altresì fonte del diritto internazionale, come riconosce l’articolo 38, 1C, dello statuto della Corte internazionale di giustizia. Raccogliendo l’eredità culturale, teologica, giuridica e morale di matrice cattolica, questi giuristi hanno dimostrato che alla prova dei fatti il sistema economico-finanziario ha bisogno di redenzione.

Dulcis in fundo, a scanso di equivoci, è importante ricordare che dal punto di vista semantico, speculare e speculazione derivano

dal latino speculum (specchio) e dai verbi spector (guardare, osservare) e speculor (che nella forma intransitiva significa guardarsi intorno, volgere lo sguardo da tutte le parti). E allora la speculazione, se fosse correttamente interpretata, potrebbe diventare un atto filosofico di alto profilo, richiedendo, appunto, di volgere lo sguardo da tutte le parti – sia in estensione che in profondità, sia dentro che fuori – scrutando il futuro e sottraendolo all’esclusivo vantaggio di un manipolo di nababbi. Senza dimenticare l’accezione implicita nella parola in oggetto, che allude all’astrazione, alla riflessione. Tutte dimensioni palesemente misconosciute dai fautori del dio denaro che guardano solo e unicamente alla massimizzazione dei profitti.

Alla luce di queste considerazioni ritengo pertanto che questo saggio degli amici Paolo Raimondi e Mario Lettieri possa essere fonte di discernimento, per credenti e non credenti, sull’urgenza di innescare l’agognato cambiamento nel vasto areopago dell’economia finanziaria, vera e propria terra di missione.

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